Gli anni urbinati di Antonio Melis

Gli anni urbinati di Antonio Melis

Urbino (Il conte di Luna - Flickr, CC BY-SA 2.0, Wikimedia Commons)

È trascorso all’incirca un  sessantennio  dacché Antonio Melis giunse con la sua famiglia ad Urbino. Aveva allora una quindicina d’anni: la stessa età del gruppo di ragazzi  (una compagine in un certo senso unica, senza dubbio alcuno singolare) cui si legò di un’amicizia mai venuta meno nel tempo e con alcuni di noi persino rinsaldata, quantunque  le frequentazioni  dovessero di necessità diradarsi  dopo la sua partenza per Padova e il successivo passaggio nel capoluogo toscano (dove ci si vide ripetute volte con i collaboratori fiorentini, lui incluso, per riunioni redazionali della rivista che avevamo fondato, «Ad Libitum») e poi, a maggior ragione considerando la distanza e i monti dell’Appennino  innalzati a bastione, nel suo definitivo  approdo senese.

Antonio veniva coi suoi da quel di Bismantova; agli occhi di giovani che avevano nel loro orizzonte una volontà di indipendenza e autonomia dalle istituzioni perseguibile attraverso la  cultura,  appariva normale che quel territorio in qualche modo d’origine evocasse Dante, da  lui comunque  costantemente richiamato al riguardo della località emiliana. Il  rimando alle pareti del Purgatorio si attagliava ovviamente anche agli ardui acclivi di Urbino, uno dei quali definito significativamente “Montata” (all’esterno di una parte della cinta muraria) mentre un altro era semplicemente chiamato da tutti il “Monte”.

L’ininterrotta percorrenza di salite e discese che caratterizzava le nostre passeggiate di  aspiranti  intellettuali quasi in itinere, ci immetteva in una dimensione vagamente  aerea, del resto tipica della città (riflessa nelle poesie di Paolo Volponi). Un’immagine, questa del camminare, forse ingenua e provinciale ma ugualmente fervida. Il tratto geocentrico (per dirla con linguaggio  contemporaneo) dentro il quale si davano le condizioni di una educazione ai sentimenti e alla intelligenza delle cose.

Tutto ciò avveniva a malgrado degli impegni scolastici e delle attività sportive e parasportive nelle quali alcuni di noi, tra cui ovviamente Melis, si ritrovarono coinvolti. Ma come ho detto sopra, furono spontanee inclinazioni culturali a farci stare insieme, accanto ai motivi di un’amicizia che comunque si fondava su presupposti di affinità. Di più: era la consapevolezza di come la scuola, pur ritenuta da ognuno di noi formativa, non riuscisse a stare al passo con quella che percepivamo come cultura contemporanea, a sospingerci a uno sfocio all’esterno che in fatto infoltì le occasioni d’incontro, che proprio per la loro casualità dovevano essere ordinate e ancor più giudiziosamente calibrate e pensate.

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Festival di Cultura, Filosofia e Politica Città del Vasto. 1^ edizione 2017

Presieduto da Davide D’Alessandro e diretto da Antonio De Simone, dieci sono gli incontri dal 26 luglio al 27 settembre

Anche Umberto Piersanti al Festival di Cultura, Filosofia e Politica Città del Vasto 2017.

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La scatola nera della nostra memoria

La scatola nera della nostra memoria

di Eliza Macadan

Il più recente lavoro di Rita Vitali Rosati (Memory Card,  Edizioni Hacca, 2016), a cui la stampa ha già dato uno spazio generoso, definendola un’opera di immagini e parole, merita uno sguardo disincantato. Il lavoro è stato, perlopiù, presentato come un ingegnoso oggetto artistico, da tenere in casa, una insolita scatola/confezione, un contenitore in latta, “da avere assolutamente”.

Memory card è un album fotografico, in cui, per sottrarsi all’orrore di ordinare i lavori dentro un normale libro, l’artista sceglie di lasciare staccato ogni singolo foglio, aggiungendo sul retro di ogni immagine un testo letterario di 800 battute.

L’appetito che l’occhio postmoderno ha per l’immagine spinge a tirare velocemente anche la prossima carta dal mazzo, nel tentativo di trovare  qualcosa di “umano”, un po’ di vita, di energia vitale, una figura, magari sorridente, due innamorati, anche se di spalle, sulla loro panchina nel parco, una donna appena uscita dalla doccia, seduta sul margine di un letto d’albergo… Invece no, non vi si trova niente di vivo, dall’inizio alla fine. Una fine del mondo, di un certo mondo, quello ancora familiare ai più distratti di noi, è da tempo accaduta. Una catastrofe tecnologica sembra aver annichilito l’umanità. Sono rimaste delle tracce, però, oggetti e manichini lasciati a ricordare l’uomo oppure a rimandare all’era dei robot, che sta in agguato aspettando di occupare il posto vuoto lasciato da noi.

È una delle possibili chiavi di lettura di questo album fotografico. Immagini da conservare, poiché ultime testimonianze prima dell’arrivo di qualcos’altro. Da conservare gelosamente su una memory card fatta di carta, come in un gioco molto serio.

Ma la prima cosa che viene in mente dopo aver guardato le fotografie e aver letto i testi sul loro retro, è “il chirurgo ferito” di T.S. Eliot: “Il chirurgo ferito maneggia l’acciaio/ che indaga la parte malata; sotto la mano/ insanguinata sentiamo la compassione/ tagliente dell’arte di chi/ guarisce e scioglie l’enigma/ del diagramma di febbre (da La terra desolata, trad. Angelo Tonelli).

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Le città dell’anima. I luoghi dei poeti

AA.VV. Le città dell’anima. I luoghi dei poeti. Pellegrini editore, Cosenza 2016

Sedici voci, tra le più autorevoli oggi in Italia, raccontano la loro Patria poetica in questo libro, a cura di Tiziano Broggiato, ricco di immagini, profondo, aperto ad una lingua di poesia autentica ed originale.
Qual è il luogo, la città dell’anima? Cosa genera continuamente? In quale rapporto si pone con i sensi, la fantasia, il corpo del poeta?
Non si tratta solo del luogo della memoria trasmessa da testimonianze e ricordi, o del riconoscere il passato che resta nei posti, nei gesti, nelle parole comuni.

La città dell’anima sembra essere qualcosa di più: un Altrove, cioè uno spazio, un tempo sospeso, quasi indefinito, fatto di apparizioni, ritorni, sogni, ma anche di presente, di smarrimenti dolci e malinconici, la  Bolla dove il perdersi diventa in fondo un fugace ri-crearsi e ri-trovarsi.

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Rai Storia e il femminismo islamico

Umberto Piersanti

Apprezzo Rai Storia, ma la puntata sul femminismo islamico è stata assurda. Come ultimo esempio di femminismo islamico una martire fallita rigorosamente vestita di nero e con il niqab che le lasciava scoperti solo gli occhi. Fallita perché la polizia israeliana l’aveva arrestata prima che potesse farsi esplodere. Essendo la polizia israeliana un po’ meno dura di Hamas che avrebbe sicuramente ucciso un’israeliana trovata nella stessa situazione, la palestinese si era salvata. Intervistata da un’ occidentale progressista con pantaloni e occhiali da sole, aveva potuto confermare la sua disposizione al martirio che non annullava il servaggio verso il maschio simboleggiato da quello stesso niqab.

Amici di Rai Storia attenzione al politicamente corretto che si trasforma in ridicolmente corretto.

Umberto Piersanti

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Quando stalinismo fa rima con fascismo

Umberto Piersanti

Ve lo ricordate Diego Fusaro, il ragazzetto infiocchettato e ultrafirmato disquisire alla televisione e altrove dei grandi meriti di Stalin e della tragedia causata al mondo dalla caduta del muro di Berlino? Bene, l’odio anti borghese del piccolo filosofo lo porta a preferire la vittoria della Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi. Non importa l’origine petainista, il nazionalismo esasperato, il rifiuto dell’identità e della tradizione europea: l’importante è essere sempre e comunque contro il “capitalismo” e la “democrazia borghese”. I venti e più milioni di morti procurati dalla tirannide staliniana, gli orrori dei Khmer rossi, la spietata dittatura nordcoreana, sono ben poca cosa rispetto al capitalismo e ad un’ambigua ed ingannevole incarnazione dello stesso come la socialdemocrazia.

Fusaro è degno erede di quella intellettualità italiana che è stata prima fascista, poi stalinista ed infine innamorata di quella rivoluzione culturale cinese che, secondo gli stessi dati del ministero degli interni cinese, ha procurato all’incirca settanta milioni di morti. La differenza sta nel fatto che Fusaro si presenta meglio, usa un eloquio aggiornato e confuso tipico del populismo contemporaneo, si affida alle mode dell’eterodossia e dello stupore purché queste abbiano un impatto su un pubblico o incolto o tendenzialmente snobistico.

Ho discusso con lui al Festival Futura di Civitanova: si parlava dell’Africa. Fusaro parlava dell’asservimento dei nuovi leader africani al capitalismo europeo e americano, ma non sapeva nulla della presenza sempre più importante, massiccia e pervasiva della Cina nel continente nero. Le sue erano verità ideologiche fisse e precostituite.

Difendere lo stalinismo e il muro di Berlino significa offendere le vittime del despota georgiano e la memoria di tutti quelli che sono stati falciati nel tentativo di oltrepassare quel muro.
Non è poi così banale dire che gli estremismi si congiungono: il fatto che un filosofo della sinistra modaiola venga a preferire Le Pen su di ogni altro candidato “borghese” o “revisionista” lo dimostra.

Quel che fa specie è il peso che questo infiocchettato ragazzetto sta avendo in vari programmi televisivi e in alcuni festival culturali. In particolare tra la Romagna e le Marche, da Misano a Civitanova: i vari direttori, tutti rigorosamente di sinistra, alcuni magari apparentemente riformisti del Pd, fanno a gara nell’invitarlo ogni anno. Si tratta di un provincialismo mediocre, attratto dai fenomeni più banali e modaioli dei nostri anni.

E’ vero che nei nostri giorni chi trova il modo di stupire viene sempre ossequiato dagli incolti potenti di turno. Chissà se basterà il pronunciamento di Fusaro a favore della Le Pen a fare aprire gli occhi agli assessori e ai direttori di festival della sinistra sulla vera natura di questo contemporaneo “rivoluzionario marxista”?

Umberto Piersanti

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