XY, le coordinate della scrittura, il corso di Demetrio Paolin

Demetrio Paolin

Segnaliamo il corso di scrittura di Demtrio Paolin per Bottega di narrazione di Laurana editore diretta da Giulio Mozzi, in programma per il 2019 a Milano.

Il corso “XY, le coordinate della narrazione” è suddiviso in quattro fine di settimana: quattro come i punti cardinali, come le virtù cardinali, come gli elementi che compongono il mondo. Si intende con queste lezioni provare ad approfondire alcuni temi, alcuni luoghi testuali, alcune riflessioni in merito alla scrittura, facendo un doppio lavoro. Da una parte il confronto sui testi “classici” e dell’altra il lavoro – sia in aula sia individualmente – sui propri testi.

Si tratta di un corso di approfondimento, rivolto soprattutto a chi abbia già una certa dimestichezza con la scrittura o abbia già frequentato un corso di scrittura e di narrazione di base.

I quattro momenti del corso

Primo incontro: Incipit

L’inizio di una storia, di un racconto, è tutto. Difficile trovare quello giusto, difficile comprendere in che modo si possa condensare in poche/tante pagine tutto il cuore di una romanzo o di una narrazione. Prenderemo in esame due testi italiani: uno del secondo dopoguerra, Una questione privata di Beppe Fenoglio, e uno degli anni Ottanta, Seminario sulla gioventù di Aldo Busi.

Secondo incontro: Esotico vs noto

Di cosa scriviamo quando scriviamo? Alcune volte ambientiamo le nostre storie lontano da noi, altre volte, il più delle volte, le nostre storie sono geografie del nostro quotidiano. Comprendere cosa voglia dire “esotico” e cosa voglia dire “noto”, significa ragionare sul proprio immaginario e su come confrontarsi su quello altrui, ad esempio quello dei propri personaggi. Prenderemo in esame due testi: il primo è Pesci Rossi (racconto tratto dall’omonima raccolta) di Emilio Cecchi, e il secondo è il romanzo La Chimera di Sebastiano Vassalli.

Terzo incontro: Personaggi / dialoghi / movimenti

Non c’è nulla di più difficile che far muovere i propri personaggi, farli parlare, farli dialogare all’interno di una stanza, o di una via o dentro uno scompartimento del treno. In questo caso si lavorerà su due racconti: il primo è di Guido Gozzano, L’addio, e il secondo è di Ernest Hemingway, Metamorfosi marina.

Quarto incontro: Realismo come genere letterario

Ci sono tanti generi: il giallo, il noir, lo young adult, il rosa etc etc, ma se ne dimentica sempre uno: il realismo. Questo ultimo incontro vorrebbe essere una sorta di riflessione su come anche raccontare una storia verissima, reale, accaduta, contenga in sé una notevole dose di invenzione e di retorica dell’immaginario. Lavoreremo su due romanzi: Se questo è un uomo di Primo Levi e Rosso Floyd di Michele Mari.

Come si lavorerà

Il lavoro in aula avrà una doppia natura. Ci sarà una parte di lezione frontale sui testi a cura del docente e una parte di confronto di gruppo. Sarà necessario leggere i racconti e i romanzi che sono alla base di ciascun incontro (anche per questa ragione gli incontri sono distanziati). Poi si lavorerà insieme sui testi prodotti dai singoli partecipanti. Il testo da portare può cambiare di volta in volta, oppure si potrà lavorare sempre sullo stesso testo, prendendo spunto dalle lezioni per una analisi più particolareggiata.

Il corso si terrà nei giorni

sabato 2 e domenica 3 marzo 2019,
sabato 18 e domenica 19 maggio 2019,
sabato 13 e domenica 14 luglio 2019,
sabato 5 e domenica 6 ottobre 2019.

Gli orari degli incontri sono per sabato 10.30-13.00// 14.30-18.30, per la domenica 9.30-13.00//14.30-1800.

Gli incontri si terranno a Milano presso la Bottega di narrazione, in via Carlo Tenca 7.

Iscrizioni

Per iscriversi è sufficiente inviare un’email all’indirizzo bottegadinarrazione@gmail.com, indicando la propria intenzione di frequentare il corso e fornendo i seguenti dati: nome completo, numero di telefono.

La quota di iscrizione è di 488 euro lordi (400 euro più iva). Al momento dell’iscrizione sarà chiesto il versamento di un acconto (122 euro lordi, ovvero 100 più 22 di iva). Il saldo dovrà essere effettuato entro il 15 febbraio 2019.

In caso di non effettuazione del corso gli acconti saranno integralmente restituiti. In caso di mancata conferma dell’iscrizione l’acconto, salvo casi particolari, non sarà restituito.

Ulteriori informazioni su Bottega di narrazione.

Il docente

Demetrio Paolin è nato nel 1974, vive e lavora a Torino. Ha pubblicato il romanzo Il mio nome è Legione (Transeuropa 2009), i saggi Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana (vibrisselibri 2006, il Maestrale 2008) e Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria, 2014) e diversi studi critici su Primo Levi. Collabora con il “Corriere della Sera” e “Esquire”. Conforme alla gloria (Voland, 2016), il suo secondo romanzo, è stato finalista al Premio Strega.

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‘L’età bianca’ di Alessandro Moscè, recensione

‘L’età bianca’ (Avagliano Editore) di Alessandro Moscè

Recensione di Claudio Cesaroni

Amore, Destino, Memoria, Mito, Morte e Tempo: sono questi gli archetipi che sottendono il discorso emotivo, rappresentandone anche i nuclei di riflessione, che si articola nel romanzo “L’età bianca” di Alessandro Moscè, Avagliano Editore, Roma 2016.
L’autore riesce, mantenendo mirabilmente l’equilibrio tra autobiografia, saggio e romanzo, a strutturare i rapporti tra questi archetipi facendo risuonare sempre una nota elegiaca.
L’Amore che non può non essere destino, memoria, mito, morte e tempo, è il capo del filo che tesse la trama narrativa ed il punto centrale dell’ordito emotivo che dà respiro vitale a quella trama.

Tutto comincia dalla correlazione tra due degli archetipi sopra enunciati, la Memoria e l’Amore: Alessandro, l’autore-protagonista, ricorda Elena, o meglio quello che non visse con lei e che non le disse, ed è in questo vuoto che gonfia dolorosamente il cuore e che tormenta la memoria con il rimpianto, che il tempo, un altro degli archetipi, il tempo della vita del protagonista si sospende; in questa specie di incantesimo, dove la vita non scorre più, l’autore rinviene le condizioni più adatte per la nascita del Mito: mito nel senso etimologico, cioè racconto.

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Novilunio di Tiziano Broggiato

Tiziano Broggiato, NOVILUNIO (LietoColle)

Perfezionamento del destino. Batte nelle tempie questa espressione contenuta nella poesia Autoritratto, pubblicata in Preparazione alla pioggia, penultimo libro di Tiziano Broggiato: “ma confido tuttora nel perfezionamento/del destino […]”. Questo passaggio, giustamente rilevato da Daniele Piccini in una sua recensione, con Novilunio, ultima opera di poesia dell’autore vicentino, sembra confermarsi centrale, esattamente nel punto di irradiazione della sua poetica. Del resto stiamo parlando di un tema archetipico, consustanziale alla poesia di ogni tempo, risalendo fino alle origini, a Omero, passando attraverso l’indagine filosofica che ha tormentato e appassionato i più grandi pensatori, tra libertà e determinismo, dalla predestinazione, nelle sue varianti con Sant’Agostino e San Tommaso, alla libertà del volere di Alessandro di Afrodisia, al libero arbitrio, da Pelagio in poi.

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Dialettica e equilibrio: il ’68 di Cupo tempo gentile

Dialettica e equilibrio: il ’68 di Cupo tempo gentile

di Costantino Turchi

In Cupo tempo gentile Umberto Piersanti ricrea i suoi personali rapporti con il ’68 come vicenda storica vissuta nella forma di un romanzo del tutto peculiare. Il titolo è emblematico di una duplicità compresente o alternata su una stessa materia: nell’opera molti di questi rapporti sono esplicitati dalle vicende che coinvolgono Andrea Brenci, parziale alter ego dell’autore, e i membri del Movimento con cui egli interagisce; ma altri rapporti rimangono sottotraccia, insiti nella scrittura – e forse per questo più profondi, tanto da essere quasi occultati proprio dalla scrittura che li trasmette, nella grazia di uno stile che trascina il lettore all’interno della storia. Quest’ultima si svolge linearmente nel periodo che va dagli ultimi mesi del ’67 fino alle soglie dell’inverno del ’69: è il tempo della contestazione e della dialettica anche a Urbino dove Andrea è uno studente universitario di filologia moderna, urbinate, di 25 anni e alle prese con la tesi di laurea sul Montale di Le occasioni e La bufera e altro.

I.

Senza perdere Gozzano però, la poesia
doveva rimanere importante anche nel futuro

Di occasioni, bufera e altro è composto anche il libro nei suoi 52 brevi capitoli: il narratore introduce il protagonista nel primo, incorniciato dalla descrizione del vento della storia, all’inizio all’orizzonte, in chiusura dentro le aule, che porta con sé la tempesta durante una lezione su Gozzano. Tra gli studenti, a seguito dell’occupazione a Torino e delle notizie dalle altre università, serpeggiano progetti d’azione che ricollegano la provincia, immersa ancora nella natura, presente a chi sa osservarla, e lontana dalla modernità delle fabbriche, al corso della storia umana: le cose erano iniziate timidamente a cambiare nei costumi, ma ancora non era abbastanza.

Il vento veniva giù dalla pineta e si rompeva contro le immense vetrate dell’aula posta sopra il grande giardino che dicembre aveva spogliato d’ogni verde. Solo qualche minuscola palma estranea e livida dentro il freddo d’Appennino.
[…] Una folata di vento spalancò i vetri della finestra: lassù tra i pini correvano nuvole nere ed enormi. Dentro doveva esserci già la neve. E sotto, nel giardino, si piegavano i rami secchi delle rose, qualcuno spaccato volava via lontano e le palme, minuscole ed improbabili lì, sotto l’Appennino, si impuntavano dentro la terra per resistere al vento che strappava foglie e pezzi di corteccia squamata. Il Petrano, il Catria, tutti i monti cerchiati da quel nero: la tempesta s’avvicinava in quel tardo e freddo autunno del ’67.[1]

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Recensione de “Il mio cane del Klondike” di Romana Petri

Di Claudio Cesaroni

Cosa significa vivere buona parte della propria vita con un cuore “doppio”, con una duplice configurazione sentimentale della propria personalità: l’una canina e l’altra umana?

Lo racconta con un originale spunto narrativo nel suo romanzo “Il mio cane del Klondike”, Romana Petri, Neri Pozza Editore, 2017.

L’autrice compie, prima di tutto, un coraggioso affrancamento da tutta una serie di sottogeneri letterari deteriori: l’autobiografismo consunto che narra delle pretese, ed inautentiche, emozioni che un padrone trae dall’osservazione del proprio cane, il romanzo-manuale che antropomorfizza impropriamente il cane rendendolo una caricatura dell’uomo o il logoro modulo del romanzo fantastico che postula una figura di cane magico ed incantato che, però, ne offusca l’aura di animale mitico.

Nulla di tutto questo nel romanzo di Romana Petri: vi è, al contrario, una sperimentazione narrativa tutta nuova, quella che ci descrive l’impianto, metaforico, di un cuore di cane accanto ad un cuore umano; questo è l’unico, alto, rimando alla migliore tradizione letteraria: il “Cuore di cane” di Bulgakov.

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Umberto Piersanti all’università di Lettere di Trento

Umberto Piersanti è intervenuto Seminario Permanente di Poesia dell’Università di Lettere di Trento, organizzato da Francesco Zambon e Pietro Taravacci (evento inserito fra le attività del Premio di Poesia città di Trento). In dialogo con il prof. Massimo Rizzante, Piersanti ha parlato della sua poesia e del suo profondo legame con la natura.

L’Adigetto.it, in un articolo di Massimo Parolini, “Umberto Piersanti: le parole e le vicende“, ha raccontato l’incontro con Umberto Piersanti all’Università di Trento.

«Maria Luisa Spaziani, amica, forse anche amante di Eugenio Montale, che però in queste cose non era un fulmine, ricorda che un giorno, il grande poeta, passeggiando con lei, vedendola in estasi davanti ai sambuchi, esclamò «che bel fiore!» e poi domandò cosa fosse.
«Ma come – gli rispose Spaziani, – non sei tu ad aver scritto Alte tremano guglie di sambuchi? E ora non sai riconoscerlo?»
Montale si giustificò dicendo «Sai, la poesia si fa con le parole», intendendo che gli piaceva il suono di quel nome. Io, piccolo poeta rispetto al gigante Montale, non potrei mai nominare un fiore solo per il piacere del suo suono.
«Ad esempio sono orgoglioso di essere il primo ad avere poetato sul Favagello (vedi sotto la poesia), piccolo fiore giallo dei ranuncoli, che cresce ai bordi dei ruscelli, per un breve periodo, fino a maggio, non citato nemmeno dal grande esperto di botanica Pascoli.
«Io sento il profondo rapporto tra le parole e le cose, tra le parole e le vicende: poesia è lo sguardo che tu rendi con le parole giuste. Ma non è un esercizio linguistico e logico, come per le neoavanguardie letterarie novecentesche.»

Sono parole precise, dense e accalorate, quelle pronunciate da Umberto Piersanti presso la sede di Lettere di Trento, in via Tommaso Gar, in dialogo col prof. Massimo Rizzante, all’interno della cornice degli incontri del Seminario Permanente di Poesia (Semper) organizzato da Francesco Zambon e Pietro Taravacci (evento inserito fra le attività del Premio di Poesia città di Trento).
Sono le parole di un uomo classe 1941, «nato a Urbino durante il nevone, sulla via in discesa dove si affaccia il portone di Raffaello» mentre il padre combatteva nella guerra di Jugoslavia».
È un uomo franco, Piersanti, senza pose né rese, diretto, che ama raccontare e raccontarsi. Non ama il politically correct («e questo non mi ha portato solo vantaggi, nella mia vita»).
Ha al suo attivo undici raccolte di poesie e sei libri di narrativa, due di critica (oltre ad una carriera da docente ad Urbino, scelto direttamente dal rettore Carlo Bo).
La sua prima raccolta («La breve stagione») fu stroncata sul Corriere della Sera dal poeta-critico Alfredo Giuliani (del Gruppo ’63).

Questa distanza dallo sperimentalismo nella Neoavanguardia letteraria Piersanti lo ha mantenuto per tutto il suo percorso di vita e scrittura: «Ci separava la visione della poesia: io sono un uomo del centro Italia, amo il verso più tradizionale, musicale».
E recita splendidamente «Mezzogiorno alpino» di Carducci, «La sabbia del tempo» di D’Annunzio e qualche verso pascoliano.
Ma c’era anche una distanza ideologica: di sinistra, ma tendenzialmente «riformista» (parola che allora si traduceva con revisionista), vicino alla socialdemocrazia scandinava, avverso ai gruppi maoisti e trotskisti diffusi negli ambienti intellettuali.
Piersanti ricorda un episodio di cui parla nel romanzo sul ’68 «Cupo tempo gentile»: nel clima caldo della rivolta studentesca dell’Università di Urbino, fu l’unico (per pietà) ad opporsi all’incendio di un’aula dove si trovavano tre picchiatori fascisti.
Ricevette sputi e insulti. «Ho vissuto un’epoca di profonde differenze», chiosa Piersanti, ma non lo dice solo con amarezza, bensì anche come memoria di un tempo di ricchezza.
«Nato dentro le mura di Urbino, a differenza dei miei compagni che si sentivano cittadini e disprezzavano i contadini (i fuori le mura) io amai la campagna».

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La strada di Elena di Maria Profeta, recensione

E le leggi potevano essere infrante?

(Maria Profeta, La strada di Elena)

Esiste qualcosa, in ciascuno di noi, che ad un certo punto della vita ci induce a compiere scelte che mai avremmo contemplato; esiste qualcosa che improvvisamente investe le nostre vite con tutta la potenza di un’annunciazione, come se una forza sopita, fino a quel momento dormiente, di colpo si risvegliasse con l’urgenza di chi interroga il proprio specchio per sapere come mettere insieme in un’immagine coerente i pezzi della propria vita, per rintracciare la trama di fondo della propria storia. Secondo il Mito di Er narrato da Platone e secondo James Hillman questa “chiamata”, questo grido violentissimo e insopprimibile è la voce del “daimon” (il demone assegnato a ciascuno di noi come compagno o spirito guida prima della nascita). Questa voce, presente in tutte le culture, è la parte immortale che abita l’uomo: per gli ebrei questo stesso soffio prende il nome di Malak’ (messaggero alato), per i cristiani è il sussurro dell’Angelo custode… fatto sta che “La strada di Elena” ha come protagonista questa voce ancestrale, che ci spinge ad agire in un modo che spesso non capiamo poiché non risponde alle leggi di questo mondo. La strada di Elena passa proprio per quell’immagine criptata, per quella via dello specchio che descrive la sconosciuta che abita in noi, il suo grido devastante, la sua insalvaguardabile bellezza. “Ma perché non dipingi un paesaggio, non pensi che sopra al divano starebbe meglio al posto di quel quadro…“

L’immagine corporea che vedevano di noi giorno dopo giorno viene infranta, il velo del tempio con le sue leggi troppo umane squarciato. Per questa strada non esistono scale di valore morale, avvocati del visibile e ciò che un tempo poteva essere giusto e santo, improvvisamente si rovescia, ciò che un tempo illuminava le nostre stanze più segrete piomba nella tenebra più fitta, invalicabile. Questo libro ha per argomento quell’oscurità e la consapevolezza che in quell’oscurità e in quel Mistero inizia il più audace viaggio:

“Misi i piedi nell’acqua. Bagnai una mano e la passai sul viso e sul collo. Un’inaspettata sensazione di libertà mi invase… alzai gli occhi verso quella enorme quantità d’acqua che sapeva di utero materno, dove la mia storia era cominciata…”

 Martina Luce Piermarini

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Lo scialle rosso di Luigi Fontanella, recensione

Luigi Fontanella, Lo scialle rosso. Poemetti e racconti in versi, Moretti & Vitali, Bergamo 2017, pp. 83, 12 €

Non è così frequente che un titolo riesca a catturare i motivi di fondo di un intero progetto di scrittura, e giunga a farsene simbolo come questo scialle rosso nel suo rinviare a quanto è caro e insieme transitorio, a una temperatura dell’anima sottoposta alle ingiurie dell’imprevisto – il mondo stesso nella sua inafferrabile mutevolezza – a un presente, infine, che è già passato e già il passato fuggevolmente illumina. La bella stoffa scarlatta che vola via in un giorno di vento, mentre il poeta con la sua compagna attraversano un ponte della corrusca città di Ottawa, e gli amici poeti si muovono come smarrite ombre questo comincia a dirci, mentre depone sulla pagina una tonalità onirica che ne increspa la confidente colloquialità. Ma è un’inquietudine che va accolta, non fuggita, e assunta nella sua radice destinale che contiene al suo interno il sorriso dell’esserci. L’amore, l’amicizia, il chiaroscuro presente sono lì, a un passo dalla memoria, e configurano lo spazio mentale di questa poesia.

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