Un romanzo sul Sessantotto?

Il punto di vista letterario di Umberto Piersanti a proposito del Sessantotto e uno spunto di riflessione sul contributo del romanzo all’analisi di un evento storico.

Rocco Cavalli

[Nota: al fine di alleggerire la lettura e di avvicinarsi al romanzo come a un tutto indivisibile, sono volutamente omessi i riferimenti bibliografici a Cupo tempo gentile. Le citazioni sono tutte tratte dall’edizione Marcos y Marcos, Milano 2012. I riferimenti alle altre opere consultate sono indicati come da prassi bibliografica.]

“Umberto Piersanti, poeta”. Così un lettore poco informato come me inizierebbe la stesura di un’improbabile voce enciclopedica dedicata a Piersanti. Improbabile sia perché sarebbe fuori luogo chiedere a me di scriverla, sia perché si spera che l’enciclopedista dedito alla sua stesura abbia sufficiente cognizione di causa da aggiungere a buon diritto qualche ulteriore qualifica dopo il nome “Umberto Piersanti”. Ad esempio “romanziere”? La domanda è legittima perché se guardiamo alla produzione di Piersanti, dominata dalla poesia, non mancano i titoli di narrativa e se dietro a questi titoli andiamo a leggere il romanzo, non può sfuggire una domanda di questo genere. Dunque, Piersanti romanziere? O meglio: perché Piersanti romanziere? Costretto a lasciare al buon enciclopedista l’incombenza di dare una risposta generale a questa non facile domanda, posso però tentare una piccola indagine a campione a proposito del romanzo Cupo tempo gentile. A difesa della significatività di questo campione basti osservare che a 50 anni dal Sessantotto il momento è ideale per leggere criticamente un romanzo che al Sessantotto è dedicato.

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Recensione di Anime Perse di Umberto Piersanti

È sempre bello riscoprire Umberto Piersanti. Sfogliare le sue pagine e le sue poesie è come tornare in un luogo conosciuto, magari nascosto in un angolo della mente, ma che ti resta dentro.

La narrazione breve, nelle sue varie declinazioni, ha radici antiche e consolidate nella letteratura italiana. Piersanti sceglie la forma del racconto, per condensare in un libro unitario la sua esperienza di frequentazione dei centri di recupero del Gruppo Atena, che ospitano persone afflitte da disturbi psichiatrici, problemi di emarginazione sociale, o autori di atti delittuosi.
Un susseguirsi di vicende, che si snodano una nell’altra, senza soluzione di continuità, e in cui emerge il ritratto di un’umanità dolente, interrotta, una realtà talvolta smussata da toni fiabeschi e da sogno, ma mai edulcorata.

Destini spezzati, personaggi che sono prevalentemente vittime di un mondo troppo grande che non li comprende, e che spesso emergono nella loro ingenuità spontanea e un po’ naïf, ma in contrasto dissonante con le azioni che hanno commesso: come uccidere qualcuno perché «Dottore, andava fatto!», oppure per una semplice frase, perché «M’aveva offeso». Uomini e donne che la vita se la bevono a sorsi e le cui vicende si svolgono senza senso, come le immagini di un film silenzioso, a cui avessero levato il sonoro.

Punto di unione di questi diciotto racconti è la struttura in cui tutti vengono ospitati, tratteggiata da Piersanti con brevi ma incisive pennellate: una casa grande, immersa nel verde, da cui in lontananza si può vedere il mare. Un luogo dai ritmi e dalle giornate regolari, per alcuni un rifugio, per altri un motivo di fuga, ma che trasfigurato dalla penna dell’autore si tramuta in luogo universale, dove l’Assurdo e il Non senso non trovano spazio, ma restano appena fuori, al limitare delle siepi d’acacia che lo circondano.

E tra le pagine della raccolta si ritrovano qua e là alcuni topoi della poetica di Piersanti: l’importanza della memoria, la fuga e l’amore come motivi di una felicità che si dà sempre e  solo per attimi. Torna, immancabilmente, la natura, tanto cara al poeta. Ecco che si ritrovano i favagelli, le margherite gialle, il mare, dove ci sono i pesci che vivono di «momenti sciolti dal tempo».

Una natura che tuttavia solo talvolta si presenta come riserva di senso, rifugio, come luogo dello spaesamento e del ritrovamento d’identità, perché l’Assurdo è sempre in agguato e abita costantemente queste anime perse.

Anastasia Romano

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Le anime perse ripensate da Piersanti

Le anime perse ripensate da Piersanti

di Roberto Marconi

 

Comunque ho il mito dell’origine, mi sa. Pensa che uno nasce coi sensi e la mente pulita. Non è che necessariamente succede qualcosa di spiacevole. Ma tornare a quel punto per essere d’accordo con la vita.
Epperò: se lo sviluppo anche in individui ‘normali’ non è sano? Dove inizia la ‘naturalezza’, la ‘perfetta’ ‘armonia’ che ti fa dire: sarò sano se mi conserverò come allora? Se pulirò o terrò puliti i sensi e ricettivi? (nel bene che può farmi, solo in quello)
Dicevo: e se non fosse così scontato anche in casi ‘sani’, essere ‘d’accordo con l’universo’ persino allora? Poi ‘uno’, da ‘grande’, che dovrebbe cercare?

Alessio Ruffoni

Diciotto è il voto sufficiente per superare un esame all’università ed è anche il numero di anni per ottenere la patente e quindi per avere la maturità. E qui, in queste pagine di questo libro, sono la cifra per misurare i racconti, rielaborati dall’autore attraverso la narrazione di Ferruccio Giovanetti che gestisce, tramite un’associazione, centri di recupero, nell’alto Montefeltro, “per persone dalla provenienza più diversa, da quelle afflitte da gravi disturbi psichiatrici a emarginati sociali e ad autori di atti delittuosi” e che ha raccontato al poeta urbinate (naturalizzato civitanovese) tutte queste vicende, fatti, che grondano letteralmente vita e morte. Eventi, tanti quanti possono essere a ogni lustro della nostra esistenza, che ci cadono addosso, a volte indistintamente. E ogni brano di vita mi fa capire ancora di più, come se non lo avessi mai dimenticato, come la normalità si perde nelle pagine di un vocabolario e stenta a darsi significato in qualunque bocca.

È un Piersanti che elabora, che pesa le parole (che versa etti in più se viene Eros a tavola e aggiunge un bicchiere di vino ogni volta che sia accomoda la Natura) e riscrive la vita di queste “Anime perse” (Marcos y Marcos, 2018) e mescola la natura delle cose con quella umana. Un po’ come facevano i fratelli Grimm, Umberto non lo ha mai smesso di compiere nelle sue poesie, soprattutto, raccogliere testimonianze, ascoltare aneddoti di “vite di persone non illustri?”, ricamando una fodera di pura grammatica narrativa (come i ripetuti avverbi di tempo). Una natura, quella dei protagonisti, piena di rancori, solitudini, indigenze, dove si celebra il fallimento delle relazioni, dove la comunicazione spesso, per non dire sempre, è sinonimo di sconfitta e porta a dure conseguenze come la distruzione, l’annientamento. A meno che la speranza di capire dai nostri problemi ci faccia un po’ rinsavire, perché queste storie ci riguardano, magari ci si sente orfani dopo ciascuna vicenda: ci servirà a ritrovare una strada pacificatrice? Ci sarà mai qualcuno che ci renderà giustizia?

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Anime Perse recensito da Bianca Garavelli

Pubblichiamo la recensione di Anime Perse, di Umberto Piersanti, a cura di Bianca Garavelli, pubblicata su Avvenire.

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Leggerezza e pugni chiusi

Leggerezza e pugni chiusi

Si parla di leggerezza e certo il tono di Una stagione d’aria (Donzelli 2018), quel ritmo quasi musicale o da parlato, ma senza alcuna affettazione, rimanda a questa “leggerezza”. Già, però i primi versi ci dimostrano una tenacia e una volontà che la brillantezza dello stile non nasconde minimamente: “Sono nata a pugni chiusi/e a pugni chiusi/rimango a fare muro alle stagioni. (p. 11).
Isabella Leardini è nata a pugni chiusi e a pugni chiusi fa muro contro cosa? Scriveva Marcuse che la lotta del poeta non è in particolare contro la polis, ma contro il destino. Sostituiamo questa parola con un’altra espressione, molto più apparentemente dimessa, ma affine nella sostanza: l’opacità dell’esistere. Del resto ci sono due nature, presenti non solo in Isabella, ma in lei ancora più diverse e rilevate: “Forse possiamo vivere soltanto/in queste due nature senza pace/chi in ogni cosa abita e chi passa/da sempre/chi fa il vento e chi fa il muro.” (p.19).

La felicità è un tempo non facile e limitato; dunque bisogna stare attenti a non perderla: “Chi perde il tempo di essere felice/ per prima cosa perde le risate/che tolgono il respiro, poi qualcuno/scende dentro lo sguardo, lo fa nero/come l’argento chiuso nei cassetti.” (p.20).
Talora la felicità non si raggiunge cercandola, ma è lei che t’individua e investe: “quest’allegria improvvisa che si pianta/come una ladra al centro del dolore/si allaccia mentre libera le mani.” (p.25).
Spesso avvertiamo nei versi la voglia di appartarsi, quasi di sparire, di togliersi insomma da quel ritmo affannoso del vivere che Isabella ben conosce. La polvere e il gatto sono due emblemi di questa volontà di appartarsi:

“Ho fatto come i gatti disperati
che graffiano e spariscono nel buio
……………………………………………………….
Sono quest’animale abbandonato
che cerca come cieco di accasarsi
proprio nel posto in cui non deve stare.” (p. 28)

Qualcuno, a ragione, ha parlato del senso di impermanenza: tutto passa, non tanto il tempo, ma l’amato, le stagioni, i luoghi. Il tempo non è una categoria assoluta e generale, quanto il concreto, continuo rischio di tutto ciò che si perde, si altera. Certo, si può trovare un qualche rifugio, ma non è mai quello giusto, come è successo al gatto di cui abbiamo parlato e nel quale l’autrice s’identifica.
E la polvere che ritorna spesso nei versi di Isabella non è quella biblica, certo, ma ci comunica in ogni caso un senso di perdita e di fragilità.

Anche l’amore va ricercato con una volontà totale, con un senso di forza e di destino, un destino che la stessa autrice impone all’amato: “Come un’eredità che ti è toccata/inevitabilmente mi amerai” (p. 42).
Questo assoluto dell’amore è simbolicamente rappresentato anche dai due documenti stretti da un’unica graffetta che assume la valenza di una fede matrimoniale: “Così un portiere d’albergo/senza neanche saperlo ci sposa/quando dice a voce alta i nostri nomi/finalmente uno accanto all’altro” (p. 64).

E poi quelle ragazze, il mare, i viali che si avvicendano nei giorni e bruciano la stagione per eccellenza della riviera, l’estate.
Sì, perché lo sfondo è importante: no, nessuna volontà sociologica, ma la capacità d’inserire le vicende dentro la vita e l’atmosfera d’una città di mare, Riccione, di cui si colgono i tratti più sottili, tenaci e segreti. Lontana dalla Rimini di un famoso romanzo, lontana da trasgressioni e festini, ma attraversata da un’inquietudine tenace e mai urlata, attraversata anche da risa e da momenti d’una felicità che non bisogna spiegare, che non ha nessuna necessità d’essere spiegata.
Gabbiani e rondini volano proprio alle cornici del quadro: e tra le rondini ce ne può essere una bianca che in Bulgaria esaudisce i desideri.

Una poesia differente rispetto a quella delle tante poetesse che hanno fatto del corpo, degli oggetti o di laici vaticinii, il tema della loro scrittura. Le ragazze sono presenze costanti e luminose, sono quelle che crollano con il giorno, sono figlie pazze del freddo, quelle che non vogliono addormentarsi, che si arrabbiano da sole, che ridono del mare.
E le loro figure sono tanto più intense quanto la prima giovinezza un po’ s’allontana. Ma è destino come per tutto ciò che passa, che riguarda l’intera vita, qui raccontata dallo scenario inedito e struggente della riviera romagnola: “Ridono per un attimo per sempre/nelle foto di gruppo del mare/i turisti che non tornano più/le stagioni che non possono tornare.” (p. 81)

Umberto Piersanti

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Anime Perse di Umberto Piersanti a Urbino

Giovedì 5 aprile incontro con Umberto Piersanti a Palazzo Ducale di Urbino.

Ore 16.30 – Giardino del Pasquino: lettura di poesie di Umberto Piersanti

Ore 17.00 – Sala Serra d’Inverno: presentazione in anteprima nazionale del nuovo libro di Umberto Piersanti “Anime Perse” (Marcos y Marcos, marzo 2018), con la collaborazione di Ferruccio Giovanetti. Condurrà Tiziano Mancini.

Interverranno: Giorgio Londei, Peter Aufreiter, Anastasia Romano.

Anime Perse: “Diciotto storie vere, raccolte da Ferruccio Giovanetti nei suoi centri di recupero del Montefeltro, trascritte e interpretate da Umberto Piersanti. Diciotto lampi di vite smarrite che non sempre han trovato la pace”

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Un io distante. Remo Pagnanelli

Un io distante. Remo Pagnanelli
di Mattia Caponi

 

«Errava
ad altri spazi, a rive di memoria…»
(Angelo Barile)

 

La lettura – non la letteratura – ci insegna presto che ci sono autori con cui bisogna conversare e incontrarsi per interi: aver goduto della vastità, dell’urto e della frenesia nello scandaglio delle opere di Leopardi o Parini, per esempio, non può che segnare, nel perseguimento quasi irresistibile di un’etica letteraria. Ci sono poi autori la cui lezione è invece più particolare, trovando posto in ognuno secondo casi che non si possono prevedere. Uno di quest’ultimi è Remo Pagnanelli, di cui, per i tipi di Donzelli, nella rinfrescata e candidata collana di poesia, è uscito Quasi un consuntivo (1975-1987). Il volume, per la curatela di Daniela Marcheschi, raccoglie e ripropone in rigorosa cronologia gli Epigrammi dell’inconsistenza (1975-77), L’Orto botanico (1984-85; unico dei tre edito in vita dell’autore) ed i Preparativi per la villeggiatura (1985-87). Una parte dell’opera poetica di Pagnanelli (non tutta)[1] consistente, salda e che mira esplicitamente a darne una visione ampia nelle tematiche e negli sviluppi.

Fin dalla composizione del volume, la questione sembra porsi di fatto sul lato della realtà postuma della poesia di Pagnanelli[2] – spesso facile adagio di chi a questo autore si è accostato criticamente. La sensazione è che molti lettori critici abbiano di fronte l’estrema decisione del poeta e da questa si lascino spingere ad una lettura sovraccarica delle sue opere: e quindi tanto biografismo, molto naturale e significativo dispiacere, a volte duro rimorso e rancore verso il resto.[3] Non che la biografia dell’autore non sia presente in questa poesia; anzi ne viene fuori, anche sotto forti citazioni o semplici impostazioni, persino un percorso da critico decisamente spigliato; ma uno dei passaggi più nascosti a questo consuntivo è che «nel 1987, Pagnanelli ha riorganizzato ex novo buona parte del proprio dettato poetico, riscrivendo diverse poesie di Musica da viaggio e di Preparativi per la villeggiatura, nonché la raccolta Atelier d’inverno per intero» arrivando a mostrare una «sistematica eliminazione di riferimenti troppo personalistici».[4]

D’altro canto però la curatrice opera in modo lucido un ribaltamento: «è la sua poesia, la materia concettuale che vi è riversata, a contribuire al chiarimento di alcune ragioni della sua morte»,[5] riportando finalmente il giudizio sulla poesia di nuovo alla riva dove possiamo raccoglierlo. Quindi, anche su una spiaggia che fra tanti ossi di seppia e conchiglie, paguri e qualche raro vetro levigato mostra una poesia contemporanea (non solo lirica) ancora strettamente allacciata alle istanze biografiche anche molto minute, in un percorso tradizionale che difficilmente dimentica la soggettività, si può in maniera sensata fare a meno, di fronte a questa raccolta, di continuare sui tratti personali dell’autore. Se non le motivazioni precedenti, almeno valga che Pagnanelli lasciava già in una poesia (che dà il titolo a questo libro), appartenente a Dopo (1981), l’amarezza al suo biografo:

così il mio biografo si lamenta
della mancanza di fatti notevoli
e prepara la tesi dell’opposto, il grosso
avvenimento sarebbe la mancanza di questi.[6]

Concordato il punto precedente, cercando di tornare alla poesia, il tempo trascorso da Pagnanelli ed i suoi versi – nel complesso ormai trent’anni – apre però il dubbio se un giudizio sia da produrre da parte degli storici della letteratura o dai critici militanti. Non occorre forse suggerire un paragone coi lavori desanctisiani intorno a Leopardi che iniziarono anche prima di questa distanza; e su quale lato ci troviamo col patriota nostro è più che noto. E se, come giustamente si può intuire, l’attualità, con tutte le sue propaggini e ramificazioni più o meno sottili, specie giornalistiche, si arroga il dominio sulle cose, anche il giudizio che pende su un poeta non può che essere ulteriore proprietà in mano agli attuali lettori. Così il dilemma che semmai resterebbe vorrebbe trovare, se non una soluzione, almeno un indirizzo proprio in questi.

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Una sostanza sottile di Franco Cordelli

Appunti su Una sostanza sottile

È un libro che non si lascia  raccontare o, almeno, io non lo saprei raccontare, ma che pure t’intriga dentro una vicenda che scompare, riaffiora, si perde in una quantità infinita di rivoli. E proprio in questo sta il suo fascino. Se la vita non prosegue quasi mai in linea retta, provare a ricostruirla e riallacciarla attraverso la scrittura s’intriga in tempi e vicende che s’intrecciano in spirali e figure varie dove il passato, il presente, l’immaginato sono così connessi da risultare inscindibili.

E anche la mia lettura, che pure è stata precisa e continuata, qui si raggruma in immagini, in momenti particolari.
Certamente c’è un nesso continuo, quello del colloquio tra un padre e una figlia nel mirabile scenario provenzale.

La trama di Una sostanza sottile di Franco Cordelli (Einaudi 2016) è quasi impossibile dirla, il flusso delle divagazioni è troppo grande: ma ognuna di queste divagazioni  ci prende e coinvolge. Comunque una qualche traccia, una trama perdura: non si tratta tanto di una spirale ma di un intreccio interrotto e ripreso che poi dirama i suoi fili in modi imprevisti.

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