Anime Perse di Umberto Piersanti a Urbino

Giovedì 5 aprile incontro con Umberto Piersanti a Palazzo Ducale di Urbino.

Ore 16.30 – Giardino del Pasquino: lettura di poesie di Umberto Piersanti

Ore 17.00 – Sala Serra d’Inverno: presentazione in anteprima nazionale del nuovo libro di Umberto Piersanti “Anime Perse” (Marcos y Marcos, marzo 2018), con la collaborazione di Ferruccio Giovanetti. Condurrà Tiziano Mancini.

Interverranno: Giorgio Londei, Peter Aufreiter, Anastasia Romano.

Anime Perse: “Diciotto storie vere, raccolte da Ferruccio Giovanetti nei suoi centri di recupero del Montefeltro, trascritte e interpretate da Umberto Piersanti. Diciotto lampi di vite smarrite che non sempre han trovato la pace”

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Un io distante. Remo Pagnanelli

Un io distante. Remo Pagnanelli
di Mattia Caponi

 

«Errava
ad altri spazi, a rive di memoria…»
(Angelo Barile)

 

La lettura – non la letteratura – ci insegna presto che ci sono autori con cui bisogna conversare e incontrarsi per interi: aver goduto della vastità, dell’urto e della frenesia nello scandaglio delle opere di Leopardi o Parini, per esempio, non può che segnare, nel perseguimento quasi irresistibile di un’etica letteraria. Ci sono poi autori la cui lezione è invece più particolare, trovando posto in ognuno secondo casi che non si possono prevedere. Uno di quest’ultimi è Remo Pagnanelli, di cui, per i tipi di Donzelli, nella rinfrescata e candidata collana di poesia, è uscito Quasi un consuntivo (1975-1987). Il volume, per la curatela di Daniela Marcheschi, raccoglie e ripropone in rigorosa cronologia gli Epigrammi dell’inconsistenza (1975-77), L’Orto botanico (1984-85; unico dei tre edito in vita dell’autore) ed i Preparativi per la villeggiatura (1985-87). Una parte dell’opera poetica di Pagnanelli (non tutta)[1] consistente, salda e che mira esplicitamente a darne una visione ampia nelle tematiche e negli sviluppi.

Fin dalla composizione del volume, la questione sembra porsi di fatto sul lato della realtà postuma della poesia di Pagnanelli[2] – spesso facile adagio di chi a questo autore si è accostato criticamente. La sensazione è che molti lettori critici abbiano di fronte l’estrema decisione del poeta e da questa si lascino spingere ad una lettura sovraccarica delle sue opere: e quindi tanto biografismo, molto naturale e significativo dispiacere, a volte duro rimorso e rancore verso il resto.[3] Non che la biografia dell’autore non sia presente in questa poesia; anzi ne viene fuori, anche sotto forti citazioni o semplici impostazioni, persino un percorso da critico decisamente spigliato; ma uno dei passaggi più nascosti a questo consuntivo è che «nel 1987, Pagnanelli ha riorganizzato ex novo buona parte del proprio dettato poetico, riscrivendo diverse poesie di Musica da viaggio e di Preparativi per la villeggiatura, nonché la raccolta Atelier d’inverno per intero» arrivando a mostrare una «sistematica eliminazione di riferimenti troppo personalistici».[4]

D’altro canto però la curatrice opera in modo lucido un ribaltamento: «è la sua poesia, la materia concettuale che vi è riversata, a contribuire al chiarimento di alcune ragioni della sua morte»,[5] riportando finalmente il giudizio sulla poesia di nuovo alla riva dove possiamo raccoglierlo. Quindi, anche su una spiaggia che fra tanti ossi di seppia e conchiglie, paguri e qualche raro vetro levigato mostra una poesia contemporanea (non solo lirica) ancora strettamente allacciata alle istanze biografiche anche molto minute, in un percorso tradizionale che difficilmente dimentica la soggettività, si può in maniera sensata fare a meno, di fronte a questa raccolta, di continuare sui tratti personali dell’autore. Se non le motivazioni precedenti, almeno valga che Pagnanelli lasciava già in una poesia (che dà il titolo a questo libro), appartenente a Dopo (1981), l’amarezza al suo biografo:

così il mio biografo si lamenta
della mancanza di fatti notevoli
e prepara la tesi dell’opposto, il grosso
avvenimento sarebbe la mancanza di questi.[6]

Concordato il punto precedente, cercando di tornare alla poesia, il tempo trascorso da Pagnanelli ed i suoi versi – nel complesso ormai trent’anni – apre però il dubbio se un giudizio sia da produrre da parte degli storici della letteratura o dai critici militanti. Non occorre forse suggerire un paragone coi lavori desanctisiani intorno a Leopardi che iniziarono anche prima di questa distanza; e su quale lato ci troviamo col patriota nostro è più che noto. E se, come giustamente si può intuire, l’attualità, con tutte le sue propaggini e ramificazioni più o meno sottili, specie giornalistiche, si arroga il dominio sulle cose, anche il giudizio che pende su un poeta non può che essere ulteriore proprietà in mano agli attuali lettori. Così il dilemma che semmai resterebbe vorrebbe trovare, se non una soluzione, almeno un indirizzo proprio in questi.

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Una sostanza sottile di Franco Cordelli

Appunti su Una sostanza sottile

È un libro che non si lascia  raccontare o, almeno, io non lo saprei raccontare, ma che pure t’intriga dentro una vicenda che scompare, riaffiora, si perde in una quantità infinita di rivoli. E proprio in questo sta il suo fascino. Se la vita non prosegue quasi mai in linea retta, provare a ricostruirla e riallacciarla attraverso la scrittura s’intriga in tempi e vicende che s’intrecciano in spirali e figure varie dove il passato, il presente, l’immaginato sono così connessi da risultare inscindibili.

E anche la mia lettura, che pure è stata precisa e continuata, qui si raggruma in immagini, in momenti particolari.
Certamente c’è un nesso continuo, quello del colloquio tra un padre e una figlia nel mirabile scenario provenzale.

La trama di Una sostanza sottile di Franco Cordelli (Einaudi 2016) è quasi impossibile dirla, il flusso delle divagazioni è troppo grande: ma ognuna di queste divagazioni  ci prende e coinvolge. Comunque una qualche traccia, una trama perdura: non si tratta tanto di una spirale ma di un intreccio interrotto e ripreso che poi dirama i suoi fili in modi imprevisti.

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Fuori stagione di Silvio Ramat

Già il titolo Fuori stagione (Crocetti editore, Milano, 2017) ci consegna la nota principale di questo nuovo libro di Silvio Ramat, costituita da una delicata, quanto intensa vena, malinconica: “vola basso la musica degli anni./ Forse tutto non crolla in un minuto/ma troppi convocati non rispondono/ all’appello.” Lo scorrere ineluttabile del tempo, le numerose voci d’amici ormai scomparsi, la giovinezza che torna con le sue immagini vivide, i suoi inevitabili conflitti, forniscono i momenti salienti di questa raccolta, contrassegnata da una particolare compattezza, pur nella varietà dei temi presenti nelle singole poesie. Una sorta di spaesamento o meglio d’esilio coglie il poeta quando rievoca luoghi, episodi, persone della sua giovinezza: un’alterità che non è necessariamente drammatica, ma è uno stato dell’anima per eccellenza poetico. Come del resto è fonte di poesia la memoria; per l’autore,  la dea Mnemosine, oltre a costituire le radici stesse di un’esistenza, ha anche una capacità propulsiva, forse ereditata e fatta propria dai poeti dell’ermetismo. La memoria, infatti, non nasce soltanto dalla necessità di ritrovare il passato, ma di ritrovarlo per guardare avanti, non retoricamente, ma per vedere un qualcosa che è davanti a noi e che la curiosità ci spinge se non a conoscere, almeno a tentare di indovinare.

In Piazza Bologna, anni trenta scrive Ramat riferendosi alle bellezze di Roma: “…Ammiro sbigottito/ le mura e gli archi a ogni viaggio,/ma/ troppo scarso gruzzolo di memorie/condivido con loro. E non si inventa/ non si cammina dove non è pianta/ di memoria…”. In questa prospettiva i ricordi diventano momenti costitutivi della poesia stessa, senza i quali ogni vera ispirazione viene a mancare.

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Del “Cupo tempo gentile”; il ’68 di Umberto Piersanti sotto forma di romanzo.

Recensione di Claudio Cesaroni

Manifestazione studentesca nel 1968 (sessantotto68.wordpress.com)

Una delle teorie sociologiche più aggiornate sui movimenti collettivi, validata da cospicue ricerche storico-empiriche, sostiene che i gruppi sociali minacciati dal declassamento sociale e quelli in rapida ascesa sono gli animatori originari di ogni movimento collettivo nelle moderne società complesse e stratificate; anche il ’68, forse soprattutto il ’68, convalida questa teoria: una piccola e media borghesia che si sente sempre più smarrita di fronte all’avanzata competitiva delle classi popolari -si pensi all’effetto che ebbe, sulle famiglie borghesi, vedere i propri figli adolescenti accanto ai “ragazzi del popolo” nella scuola media obbligatoria per tutti- e una compagine sociale in formidabile ascesa: i giovani; il movimento del ’68, però, ha una peculiarità: la classe che teme la degradazione sociale e quella che conquista, rapida e prepotente, la ribalta della Storia, in larghissima parte coincidono: sono borghesi e giovani gli studenti che occupano le università, formano collettivi e organizzano manifestazioni di piazza; il nucleo fondante del movimento del ’68 risiede, al di là delle adesioni alle varie ideologie di ispirazione marxista-leninista, in questa contraddizione: il soggetto sociale che più si stava affermando, i giovani, era costituito dagli appartenenti ad una classe che già da qualche tempo sperimentava con angoscia la diluizione della propria identità, la borghesia.

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Poesie di Donatella Bisutti

Pubblichiamo tre poesie di Donatella Bisutti.

Mendicante

Lui – un mendicante qualsiasi
un ingombro che avanza con la sua sporcizia
otturando lo spazio libero sul marciapiede
un ingombro sulla via
uno in più – dei tanti
non bastano? già?
Le zecche il contagio
il lezzo il corpo invaso
dal sentore dell’indicibile indigenza
Come potrò evitarlo mentre mi viene
incontro, lì, sullo stesso marciapiede
e già mi fronteggia nella sua infinita miseria
cui sono del tutto inadeguata?
Lui, eccolo, l’attimo della rivelazione ultima,
l’apparizione che toglie il fiato e fa tremare le gambe,
ti fa scricchiolare le ossa
Resti stupefatta e trattieni
nella tua mano uncinata
la moneta
L’unica moneta che ancora possedevi
Tutto si è illuminato d’un tratto
sulla strada di Gerusalemme
le cui porte – ora lo sai – ti saranno
per sempre precluse.

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Primavera 1968

Primavera 1968

Il volo di tordi
infrascati sugli orli dei fossi
per l’aria memore di ghiacci
in quella primavera stentata
presso la gora morta
fradicia di scorie
lì dove il peso eccessivo del fiore
curva rami di biancospino
quindi più tardi
ma prima del meriggio
nei greppi di grano verde
divisi a cerchi larghi
invano per i tulipani.

Eri ancora più scura nella chiesa
per il bianco degli occhi
il riso della bocca largo
estranei agli architravi
alle nicchie alle cose
da sempre familiari.

Il suono dell’organo era
nella penombra
tra profumi marci
di gigli dalla sacrestia.

Ci commosse il sacro dell’incenso
la bravura scontrosa
del solitario maestro.

Disse di pietre e massi
trascinati dalla cava interrata
costretti in fabbrica romanica
di due archi gotici
centrali nella navata di destra
abbozzata solo, per lo scarto.

Estraneo all’anno
di gente rovesciata nelle piazze
dei giovani serrati
coi drappi rossi negli edifici
fermo nell’Appennino remoto
immemore del tempo
sciolto dalla catena.

Compagno d’una fuga
a lui da sempre acquisita
mia, di un pomeriggio.

Umberto Piersanti

(dicembre 1971)

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Alle ragazze degli anni ‘60

Pubblichiamo un intervento di Davide d’Alessandro uscito su Il Foglio, che ricorda il ’68 attraverso lo sguardo di Umberto Piersanti e della sua poesia.

Beat Girls (Joost Evers, Wikicommons)

1968-2018. Cinquant’anni. Ricorrenza speciale. C’è una deliziosa battuta che Woody Allen mette in bocca a Ian Holm nel film “Un’altra donna”: «La sola cosa bella di fare i cinquant’anni è che non li rifai». Neppure il ’68 li rifarà. Allora, questo è il momento. Tutti scrivono, ricordano, celebrano, rimpiangono, criticano, rivisitano, approfondiscono. Io non posso. Sono nato nel 1966. Avevo appena due anni. Umberto Piersanti, il poeta d’Urbino, di anni ne aveva ventisette. E a quegli anni ha dedicato una poesia, tra le più belle. Riproporla è un modo, anche per me, di accostarmi a una stagione non vissuta, di misurare il tempo ch’è passato, il tempo che tutto devasta.

Alle ragazze degli anni ’60

ah! le acerbe primavere
di quegli anni,
le ragazze sui ponti
e nelle strade,
scende il vento dai monti
alza capelli e sciarpe
ridono le ostinate
dentro l’aria,
sciamano le altre
ai portici,
siedono nelle scale
e sopra i muri

friggono le cresciole
è carnevale,
un carnevale povero
tra i monti,
giovane professore sento le vesti
strisciarmi e il caldo
tocco delle mani,
le mascherine bussano alla porta
reggono grandi canestri
per radi doni

per altre prode il tempo
vi trascina
il tempo che devasta
le figure,
ma io vi scorgo ancora
camminare,
ridere sopra i ponti
lievi svanire

il tempo ch’è passato
lo misuri
dall’occhio che ti lacrima
e non sai
e il cuore ti trema
se l’aspetti,
ti tremano le mani
se la spogli

Umberto Piersanti

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