Sinopie

La scatola nera della nostra memoria

La scatola nera della nostra memoria

di Eliza Macadan

Il più recente lavoro di Rita Vitali Rosati (Memory Card,  Edizioni Hacca, 2016), a cui la stampa ha già dato uno spazio generoso, definendola un’opera di immagini e parole, merita uno sguardo disincantato. Il lavoro è stato, perlopiù, presentato come un ingegnoso oggetto artistico, da tenere in casa, una insolita scatola/confezione, un contenitore in latta, “da avere assolutamente”.

Memory card è un album fotografico, in cui, per sottrarsi all’orrore di ordinare i lavori dentro un normale libro, l’artista sceglie di lasciare staccato ogni singolo foglio, aggiungendo sul retro di ogni immagine un testo letterario di 800 battute.

L’appetito che l’occhio postmoderno ha per l’immagine spinge a tirare velocemente anche la prossima carta dal mazzo, nel tentativo di trovare  qualcosa di “umano”, un po’ di vita, di energia vitale, una figura, magari sorridente, due innamorati, anche se di spalle, sulla loro panchina nel parco, una donna appena uscita dalla doccia, seduta sul margine di un letto d’albergo… Invece no, non vi si trova niente di vivo, dall’inizio alla fine. Una fine del mondo, di un certo mondo, quello ancora familiare ai più distratti di noi, è da tempo accaduta. Una catastrofe tecnologica sembra aver annichilito l’umanità. Sono rimaste delle tracce, però, oggetti e manichini lasciati a ricordare l’uomo oppure a rimandare all’era dei robot, che sta in agguato aspettando di occupare il posto vuoto lasciato da noi.

È una delle possibili chiavi di lettura di questo album fotografico. Immagini da conservare, poiché ultime testimonianze prima dell’arrivo di qualcos’altro. Da conservare gelosamente su una memory card fatta di carta, come in un gioco molto serio.

Ma la prima cosa che viene in mente dopo aver guardato le fotografie e aver letto i testi sul loro retro, è “il chirurgo ferito” di T.S. Eliot: “Il chirurgo ferito maneggia l’acciaio/ che indaga la parte malata; sotto la mano/ insanguinata sentiamo la compassione/ tagliente dell’arte di chi/ guarisce e scioglie l’enigma/ del diagramma di febbre (da La terra desolata, trad. Angelo Tonelli).

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Le città dell’anima. I luoghi dei poeti

AA.VV. Le città dell’anima. I luoghi dei poeti. Pellegrini editore, Cosenza 2016

Sedici voci, tra le più autorevoli oggi in Italia, raccontano la loro Patria poetica in questo libro, a cura di Tiziano Broggiato, ricco di immagini, profondo, aperto ad una lingua di poesia autentica ed originale.
Qual è il luogo, la città dell’anima? Cosa genera continuamente? In quale rapporto si pone con i sensi, la fantasia, il corpo del poeta?
Non si tratta solo del luogo della memoria trasmessa da testimonianze e ricordi, o del riconoscere il passato che resta nei posti, nei gesti, nelle parole comuni.

La città dell’anima sembra essere qualcosa di più: un Altrove, cioè uno spazio, un tempo sospeso, quasi indefinito, fatto di apparizioni, ritorni, sogni, ma anche di presente, di smarrimenti dolci e malinconici, la  Bolla dove il perdersi diventa in fondo un fugace ri-crearsi e ri-trovarsi.

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Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990 – 2015)

LA STRUTTURA DELL’ANTOLOGIA POETICA CONTEMPORANEA: VERIFICA DEI CRITERI SELETTIVI IN PASSIONE POESIA, A CURA DI AGLIECO, CANNILLO, IACOVELLA (2016)

di Mario Buonofiglio

Agli inizi del Novecento le antologie poetiche, note fin dall’antichità sotto varie forme, assumono le caratteristiche attuali diventando forma letteraria, un genere che presenta norme e criteri di selezione propri. La struttura dell’antologia novecentesca è complessa e non può essere confusa né con il classico florilegio né con una semplice raccolta di dati più o meno organici in base ai contenuti (tematici, temporali, geografici ecc.) o alle strutture formali utilizzate (poniamo, solo ciò che è o non è verso libero o sonetto, haiku ecc.).

Sfogliando Passione poesia, a cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, Edizioni CFR, 2016 (d’ora in poi PAS) in questo articolo faremo riferimento a uno degli ultimi studi organici sulle antologie novecentesche, L’antologia, forma letteraria del Novecento, a cura di Sergio Pautasso e Paolo Giovannetti, edita da Pensa Multimedia nel 2004 (d’ora in avanti ANT, cui segue tra parentesi il nome dell’autore dell’articolo e il numero di pagina), che sintetizza in maniera efficace, con un approccio specialistico, gli elementi costitutivi, sia strutturali sia ideologici di questa forma letteraria.

Il titolo

A proposito del titolo in ANT viene segnalato che «Tra le antologie generali del Novecento contiamo una prevalenza dei titoli incentrati sulla [parola] “poesia” […]» (Giusti, 100). Con una suddivisione: «Per quel che riguarda la parola poesia occorre distinguere almeno tra due significati: [1] poesia come categoria generale (sia essa formale, generica o idealista) e [2] poesia come testo poetico, con connotazione quindi decisamente formale-generica» (Giusti, 102).
Il titolo dell’antologia curata recentemente da Aglieco-Cannillo-Iacovella è: Passione poesia; composto da due sostantivi astratti giustapposti, il titolo è un’endiadi che rispettata la “regola” generale formulata in ANT. Relativamente poi all’ulteriore sottodistinzione, in PAS il termine poesia ricade sotto il primo caso [1] (poesia come categoria generale), ma ovviamente è valido anche il secondo [2] (serie di singole poesie particolari).

Il sottotitolo

In PAS troviamo il sottotitolo: Letture di poesia contemporanea, 1990–2015. Sul ricorso a “contemporaneo” in ANT è esplicitato che nel secondo Novecento «[…] ritorna la volontà di distinguere le antologie più militanti, quelle che vogliono dare una lettura della contemporaneità, dalle storicizzanti» (Giusti, 104). Tra le antologie citate da ANT troviamo: La poesia contemporanea, 1945-1972 (Basile 1973); Poesia italiana oggi (Lunetta 1981); 1945-1975. Poesia in Italia (Bonoldi 1977); Poesie e realtà, ’45- ‘75 (Majorino 1977). ANT, pubblicato nel 2004, non riporta ovviamente le antologie edite dopo tale data (p. es., Il fiore della poesia italiana, tomo II, I contemporanei, seconda edizione aggiornata, a cura di M. Ferrari, V. Guarracino e E. Spano, dell’editrice Puntoacapo, 2016, dove troviamo, tra gli altri, 24 poeti presenti anche in PAS).
In PAS non c’è quindi, accogliendo i criteri selettivi adottati in ANT, la volontà di storicizzare né gli autori né il periodo preso in esame. Uno dei curatori spiega: «Passione poesia non intende essere un’antologia museo (dalla definizione di Edoardo Sanguineti) né un’antologia manifesto, tantomeno di un gruppo. Nemmeno può essere considerata una mappa assoluta degli autori presenti sulla scena» (Cannillo, 6).

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“Genesi e varianti delle Operette Morali” di Francesco Capaldo

Recensione di Rossella Frollà

Francesco Capaldo
Genesi e varianti delle Operette Morali
premessa di Vincenzo Placella
GESP Città di Castello, 2016

«Un libro difficile ma appassionante,  questo di Francesco Capaldo». Un esempio ben riuscito che coniuga filologia e critica. L’intento è quello di ricostruire l’officina del poeta Leopardi attraverso il suo sistema correttorio fatto di sostituzioni sinonimiche, di aggiunte interlineari e di un’analisi finissima dei testi che riferiscono il file rouge di tutta la produzione del 1824. In effetti, l’autografo A conservato presso la Biblioteca  Nazionale di Napoli contiene il primo nucleo (20) di quelle che il Poeta denominerà le Operette Morali. Sembra che sia stato composto tra il 15 gennaio e il 13 dicembre de 1824. E gli stessi interventi correttori apportati ad A fanno parte «dell’usus scribendi» del Poeta e non già si costituiscono progettualmente come vera e propria minuta di A. Dopo una lunga «autopsia del codice» e, quindi, confortato  da elementi codicologici, Capaldo giunge alla convinzione che  i singoli testi contenuti nel codice napoletano restino singoli, non facciano parte di un macrotesto e che soltanto in seguito nel loro complesso Leopardi li definirà Operette Morali. Da queste sorprendenti indagini, Capaldo, scrive Vincenzo Placella, «dimostra inconsistente la vecchia credenza che lo Zibaldone fosse un “serbatoio” per le Operette: lo studioso indica, invece, una circolarità tra l’officina dello Zibaldone all’altezza del 1824 e il contemporaneo manoscritto A delle Operette: ciò anche in base ad attento esame  degli inchiostri e delle date. Ne risulta un continuo e reciproco intersecarsi di tematiche, talora nella medesima giornata, fra i rispettivi testi». La luce che ne viene fuori è la circolarità che crea tra lo Zibaldone e le Operette Morali un’aria chiara nella lettura delle opere e nel progetto di edificazione della letteratura italiana. Negli anni  che vanno dal 1819 al 1821 Leopardi matura la convinzione di indagare sulle cause della decadenza dell’Italia come nazione. Urge in lui una sorta di riedificazione che parta dalla letteratura. Il Disegno letterario si va sviluppando con l’idea di una prosa satirico-comica sull’esempio di Luciano:

Così a scuotere la mia povera patria, e secolo, io mi troverò
avere impiegato le armi dell’affetto e dell’entusiasmo
e dell’eloquenza e dell’immaginazione nella lirica, e in quelle prose letterarie
ch’io potrò scrivere; le armi della ragione, della logica, della filosofia,
ne’ Trattati filosofici ch’io dispongo, le armi del ridicolo
ne’ dialoghi e novelle Lucianee ch’io vo preparando. [ … ]

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Sulla Via Provinciale per Damasco

SULLA VIA PROVINCIALE PER DAMASCO

di Antonio Prenna

«E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce…»Atti 9: 3-4

Giampiero Neri

Prima di parlare del libro di Giampiero Neri, Via Provinciale (Garzanti, 2017), riecheggiato nel titolo del mio pezzo, devo raccontare l’antefatto all’origine dell’entusiasmo che provo per la scrittura di questo decano della poesia italiana. Non proprio un cadere a terra, ma udire una voce senz’altro sì. Naturalmente con le dovute proporzioni.

L’antefatto si svolge nel luglio del 2016.

Sono a Rimini per realizzare un reportage televisivo su Parco Poesia, uno dei festival letterari italiani di più lunga vita. Parco Poesia è stato, fin dall’edizione di apertura del 2003, il festival dedicato alla poesia esordiente e giovane. Organizzato con passione da Isabella Leardini, a fine luglio nella corte del castello malatestiano di Rimini arrivano i grandi maestri, ci sono autori contemporanei molto letti, giovani poeti già affermati e le promesse che il festival scopre un po’ ovunque in Italia, attraverso un costante lavoro di scouting.

Armato di telecamera e microfono sono un one-man-band. In veste non solo di giornalista, ma anche di autore delle immagini e del sonoro.

Il set è dentro una sala di Castel Sismondo, accanto al bookshop.Lo sfondo dell’inquadratura è il muro bianco della sala. Quando andrò al montaggio quello spazio bianco diventerà uno schermo. Assomiglia a una pagina di poesia ancora da scrivere.

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Claudia di Palma: la poesia che si fa “misero dono”

C’è una poesia che fiorisce da una zolla concimata e della quale si sente sempre più l’esigenza di mostrarne lo sbocciare, di qualificarne la crescita, gli sviluppi, gli esiti nel tempo (l’antologia, etimologicamente, non è altro che la “raccolta del fiore”). Le nuove generazioni, suffragate dalle vecchie, in qualche caso sanno creare un ponte che unisce una metodologia e un linguaggio neo-lirico come punto di raccordo: da Umberto Saba, stando al Novecento, fino ai nostri contemporanei. Stavolta ci colpisce una voce al femminile, Claudia Di Palma, nata a Maglie nel 1985, che vive a Lecce. Ha dato alle stampe la silloge Altissima miseria (Musicaos 2016). Il tratto principale di questi versi si profila in una rappresentazione non statica, in un movimento repentino, in un’azione dinamica, in un gesto teatrale.

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