Nella sua raccolta La macchina da cucire. Geologia del dolore (puntoacapo, 2025), Daniele Ricci inaugura le diverse sezioni che la scandiscono con un dialogo che tuttavia non fa laccio: un confronto senza agonismo né soggezione con altri poeti italiani, mostri sacri del canone o voci non ancora istituzionalizzate di generazioni all’autore più vicine.
Leopardi, nella prima epigrafe, riconosce «nobil natura» a quella «franca lingua» che non sottrae nulla al «ver», ma la lingua di Ricci, se come quella leopardiana prende il dolore – la sua «geologia» – a soggetto, non appare mai «franca»: è anzi una lingua che muove dall’assunzione dell’effettività di una sostanza ontologica, una lingua implicata sino alle estreme conseguenze nell’impresa di drenare tutto il reale nel simbolico, di bucare la superficie visibile per attingere a un nucleo invisibile al di là del velo, un’essenza liberata da castrazioni e contingenze, dai limiti del sensibile e dell’esprimibile: «Tu cerca l’invisibile / ferma l’indicibile /nella benedizione delle montagne».
La natura, né idillica né antidillica, bensì immobilizzata in un dispositivo mitologizzante, è presente nei componimenti ora come rifugio (il vento, sollievo al pensiero, ma a volte «indifferente») ora come spavento (il mare, che può consolare, ma anche atterrire), e, nel compartecipare, conferma l’ambizione autoriale di travalicare la dimensione esclusivamente esistenzialista dell’umano per mezzo appunto di una lingua di incondizionato lirismo, sospinta oltre la trascrizione del «ver», lirica anche quando si appiana in composizioni che un orecchio distratto potrebbe rubricare come civili, più analogica che metaforica, una lingua che sconfina, per inclinazione sua propria, in quella terra di mezzo, in quel lembo di disavanzo, che separa i significanti dai significati, incrinandone l’adesività.
La disciplina della poesia sia sfida la strutturale impossibilità della puntualità linguistica sia sprofonda nel punto di arresto della lingua e delle sue possibilità semantiche, per godere del precipitare nelle faglie che non collimano. Se quindi la lingua della poesia abilitata da Ricci, attraverso soluzioni retoriche talvolta ‘ermetiche’, di pregna allusività e franta coerenza logica, cerca di sovrasignificare l’insignificante o significare l’insignificabile, di erodere cioè ciò che non si può dire – ed è questa l’aspirazione di quei poeti che ancora si misurano con l’assoluto e, nel contempo, misurano con la lingua l’assoluto –, la materia che quella lingua prova a portare nel suo dominio è parallelamente uno iato: l’io lirico elabora nei suoi versi il quasi che è la vita stessa. Le pance sono fredde e vuote, forse persino non nutribili, perché quello che si chiede non può esaurirsi in quel che si riceve, quello che può essere soddisfatto in quanto bisogno non è mai quello che si desidera sul serio: «(…) e la vita passa così /segnata dal bisogno / consolata ogni tanto / dal sogno della merce inconsumata».

La merce, ovvero la poesia, che, per Montale, era «inconsumabile» qui diventa «inconsumata»: la sua qualità virtuale è posta come atto definitivo, senza appello, ed è importante notare che il bene della poesia coincide con il desiderio che si contrappone al bisogno, al riparo sì dal consumo, ma anche dalla consumazione. Che la poesia non (si) è consumata significa che può ancora esserlo o che ha perso per sempre l’opportunità? Fantasie orali, ferine e ferali, precedono i testi, vi pulsano a intermittenza per rivelarsi nel sostrato di ogni lirica; spesso, con bocche (implicite), accorrono mani esplicite: sono mani sostituite, per sineddoche, dalle dita – «Sentire freddo nella pancia, / non nasconde la casa / il nulla delle dita» –, mani deserte – «Guardo le mani vuote / una sola voce non basta, /altre gocce per dormire» – o mani taciute – «Lo sguardo inafferrabile /la cartomante scopre / un asso di cuori / le nuvole rosse al tramonto /una rotta invalicabile» –, mani custodi di quel che ha valore – «La mano ancora bella /protegge la parola» –, mani che scavano «nella terra sbagliata / nella stanza degli occhi», vale a dire nel terreno del desiderio, di ciò che, visto, guardato e sospirato, si vorrebbe prendere. Sono mani però drammaticamente non coordinate allo sguardo, a questo nemiche – «Sguardi e braccia che non sento / l’istante è vivo e si apre / al segnale di luce» –, mani antagoniste della mente, che si autocastiga o le castiga quando si prendono troppe libertà: «La morsa stretta alle tempie / se qualcosa nasce dalla mano» e ancora «(…) schiave del mare le tue mani / non ancora ferite /dalle frecce della mente».
Se un gesto ne tradisce la prensilità, bestie irrompono a sbranare l’impronta: «I cani lupo /un bottone staccato dalla giacca / divorano la traccia / dove si posano le mani». Viene da chiedersi quale divino Altro, la cui esistenza l’io lirico vuole continuare a sostenere («Sotto una porzione di cielo disumana»), interdice la presa, forse una figura genitoriale che sopravvive da fantasma: che sia un materno idealizzato, che media il rapporto con il reale – «Nella stanza sento ancora / l’odore di mia madre / l’immagine del mondo» –, o un paterno predatorio («C’è una guerra laggiù / con potenti tentacoli / e artigli di padri») con il quale, edipicamente, si ha paura di competere, che si vuole conservare invincibile, e anzi invitto. Il teatro interno che la poesia performa è drasticamente infantile – «Insensibile al taglio / profondo degli anni / tu riportami senza parole / tra il fico e l’oleandro / nel cortile dietro casa, / stavolta non sgridarmi / se tolgo di nuovo la ghiaia / per fare un campo di pallone» – e i genitori, nell’inconscio dell’io lirico, sanno e possono ancora tutto: «Sfoglio la mia vita /pregando mio padre e mia madre /calchi di creta dentro la palude, / mi rivelano prima di partire/ la linea della mano / il cerchio del tempo».
La macchina da cucire, il cui titolo è un riferimento all’arte antica della rapsodia – «(…) rapsodo per legare / cielo e terra/ enigma e senso / o quel nulla che arriva» –, diviene stimolante soprattutto quando le sue immagini si sigillano in una cifra da decriptare o quando sottopongono al lettore un arcano. L’opera intera si fa essa stessa arcana nella misura in cui la poesia, poesia che solo raramente inclina ai codici specifici e al gergo o si narrativizza, recupera la dimensione originale di canto; solo diventando canto ‘puro’, sganciato dall’occasione, può infatti dare consistenza, ordine, riparazione e melodia a fiati che tremano, a voci «ingiuste» che non emettono sillaba, a grida ingoiate o vane, a balbuzie da terrore, a lamenti apparecchiati in tavola, al posto del cibo. È attraverso la bocca che assumiamo il nutrimento ed è con la bocca che possiamo parlare; qui, tra fare (e farsi) pasto o parola, non v’è dubbio su cosa scegliere: «Dove bianco è il mondo / divento me stesso / mi faccio parola».
Il principio della sfasatura, la stessa che colpisce il linguaggio che dice dice, senza mai dire esattamente cosa vorrebbe dire, configura un vuoto fondamentale, abita un riconoscimento mancato che, però, proprio mancando, prende la gravità di una parola mai pronunciata dall’altro o da cui si dipende, e non una parola comune, ma il nome proprio, il segno d’amore: «(…) nella tua bocca non ho nome»; «Mi guidava la parola di mia madre, / era febbrile e dispnoica / nella preghiera che mi assorda /e mi lascia senza nome». Assumiamo che alla realtà l’io lirico non può avvicinarsi troppo perché, appena allunga la mano, si affaccia lo spettro della fagocitosi – «C’è un’asola senza bottone /un passante scucito /mi divora la colla /che mi tiene attaccato al mondo» –: la bocca nella quale non si è posata la parola, in cui il fiato non si è fatto simbolo, in cui il soddisfacimento non ha corrisposto il desiderio, è una bocca che non canta, distrugge. E allora la poesia è una merce che non si è consumata, così come la vita, perché la poesia e la vita per il poeta sono la stessa cosa: lotta donchisciottesca per l’utopia che si vorrebbe realizzabile (o già realizzata in un tempo mitico, ora irrecuperabile) di un perfetto combaciare di desiderio e soddisfazione. Per questa ragione, la ricerca di una cosa sempre altra rispetto a quella trovata e la tensione, che, sia nella vita sia nel verso, sempre sfugge alla realizzazione, a dire proprio ciò che si vorrebbe dire e ad avere proprio ciò che si vorrebbe avere possono inverarsi solo «nell’ombra delle parole» e solo attraverso la mano «ribelle» del cielo, ribelle al cielo: per mezzo, cioè, del tradimento di un interdetto, dell’evasione, per lirico artificio, di e da un impossibile.
Carolina Iacucci
Nota biografica – Nata a Fano nel 1988, Carolina Iacucci si è laureata ad Urbino in lettere classiche, con una tesi sull’influenza delle Baccanti di Euripide nel cinema e nel teatro bergmaniano; successivamente, ha completato i suoi studi a Bologna, laureandosi con una tesi magistrale sulla poesia neogreca del Novecento. Addottoratasi in Critica letteraria e letterature comparate all’Università di Firenze con uno studio sul rapporto tra romanzo greco antico e drammi romanzeschi shakespeariani, ora insegna Lettere al Liceo Nolfi di Fano. Ex Berlinale Talent Alumna, scrive di spettacoli online e su carta e collabora con alcuni festival di cinema, ma si occupa da anni anche di poesia e narrativa come critica letteraria. Dal 2014, è nello staff di Passaggi Festival, di cui, ogni anno, cura alcuni incontri per le diverse rassegne librarie.
Sinossi de La macchina da cucire. Geologia del dolore
La macchina da cucire. Geologia del dolore è una silloge sul dolore degli uomini, ma il dolore non è più solo evocato e declinato in chiave lirica e personale (come nel mio precedente libro Lezione di meraviglia, Ancona, Italic Pequod, 2022): la raccolta va a rilevare soprattutto i sommovimenti esterni, contemporanei o già storici. Un campionario del dolore umano in cui il soggetto lirico tenta di dar voce al dolore di chi soffre ovvero cerca di assumere e vivere, volta per volta, anche solo per un istante, il punto di vista del “paziente”, della vittima o si fa testimone del suo dramma esistenziale (ma non è mai carnefice, non ce l’ho mai fatta a vivere secondo questa prospettiva l’esperienza dolorosa).
Il titolo La macchina da cucire trae origine dal mestiere dei miei genitori che erano sarti. La silloge è composta da 64 testi divisi in 7 sezioni: I. Senza riparo, II. Boristene, III. Frammenti dall’inferno, IV. La ginestra sul bordo della strada, V. L’asola dove passa la nostra vita, VI. La macchina da cucire e VII. Il cappotto blu.
DANIELE RICCI

Daniele Ricci è nato il 21 giugno 1967 a Fano. Originario di Marotta (PU), viene da una famiglia modesta (i suoi genitori erano sarti). Dal 1990 non abita più nel suo paese: per dieci anni, per motivi di studio, ricerche postuniversitarie e docenze, ha vissuto in varie città italiane ed europee; poi, all’inizio del terzo millennio, è tornato nella sua terra e si è stabilito a Fano (PU), dove tuttora vive e insegna al Liceo classico.
I suoi interessi vanno dalle lingue e letterature classiche (si è occupato in particolare di lirica greca arcaica ed alessandrina) alla poesia contemporanea (ha compiuto studi su Ungaretti, Montale, su Umberto Piersanti ed altri poeti marchigiani). Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio (fino alla nascita di sua figlia nel 2006) ha collaborato con alcuni periodici culturali. Nel 1998 ha pubblicato la raccolta di versi Lontananze, con postfazione di Giuseppe Bomprezzi (Montedit) e sue poesie sono comparse in varie antologie e riviste letterarie.
Nel 2002 ha conseguito un Master in Poesia Contemporanea presso l’Università di Urbino, organizzato e diretto da Umberto Piersanti, con Gualtiero De Santi, Roberto Galaverni, Katia Migliori e Massimo Raffaeli.
Alla fine del 2022 è uscito il libro di versi Lezione di meraviglia, con prefazione di Marco Ferri (Italic Pequod; già premiato e segnalato in numerosi premi letterari, tra cui premio “Poesia Trasimeno – Città della Pieve 2023” e “Premio letterario Città di Grosseto Amori sui generis – V edizione”; Premio Speciale della Giuria al “Premio Antonia Pozzi – 2024”; premio “Eccellenza” al “Premio Lett. San Domenichino 2023”; finalista al “Premio Tirinnanzi 2023” e secondo classificato al premio “La poesia che canta – VI Edizione”). Alcuni suoi testi, con nota introduttiva di Marco Ferri, sono compresi in Smerilliana N. 25 Anno 2022, pp. 213-224.
Nel 2023 è stata pubblicata dalla casa editrice Dialoghi una silloge di vecchie poesie, scritte tra il 1998 e il 2005, dal titolo Il filo del vento, con nota introduttiva di Andrea Angelucci. A marzo del 2024 è uscita per Bertoni Editore una nuova edizione riveduta e ampliata di Lontananze, con nota introduttiva di Gianni Iasimone.
Dal 2024 cura la rassegna di poesia Le poetesse e i poeti salutano la primavera organizzata dal “Circolo Culturale A. Bianchini” di Fano e da gennaio 2025 collabora con il lit-blog Finestre de L’Irregolare come redattore, curando la rubrica “Da Orfeo all’infinito. Sguardi e incursioni poetiche”.
Nel 2025, a febbraio, è uscita per Puntoacapo Editrice la sua nuova raccolta: La macchina da cucire. Geologia del dolore (prima classificata per la cat. “Silloge inedita” al “Premio Switzerland Literary Prize 2023”, segnalata al “37° Premio Lorenzo Montano 2023” e finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2024), con prefazione di Fabrizio Lombardo. Alcuni suoi testi sono compresi in Smerilliana N. 27/II Anno 2025, pp. 57-66.