Editoriale

Pensiero per Francesco Scarabicchi

L’AMICIZIA

Francesco Scarabicchi (Foto di Giandomenico Papa)

È possibile raccontare un’amicizia senza infrangere il suo valore? Impresa ardua che non intendo affrontare, spaventato dalla possibilità di sciupare la sua intimità con l’inadeguatezza della parola. L’amicizia, come l’amore, non si governa, non si sceglie. È un destino altro a farsene carico. A noi il compito di comprenderne il senso, il legame sommerso che ne conduce le gesta e ne condiziona gli esiti. Sappiamo riconoscerla, alimentarla, apprezzarla, ma non possediamo i suoi reconditi meandri, fortunatamente sottratti dalla nostra disponibilità. Dove, quindi, si forma e si manifesta l’amicizia? Là ove la ragione non ha dimora e prevale il cuore. L’innegabile bisogno di sentirsi liberi, di colmare il desiderio. In estrema sintesi, di rimanere ossessivamente bambini. A Francesco. Amico mio.

Giandomenico Papa

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Francesco Scarabicchi: una voce spoglia d’ogni gravame

Francesco Scarabicchi e Umberto Piersanti

Di rado l’aspetto, insomma la figura e il volto di un autore, sembrano combaciare con la sua scrittura. Un garbo nei modi al quale fa riscontro una voce di raffinata e intensa misura, una parola non scavata, ma spogliata di ogni possibile orpello. Nel caso di Scarabicchi io questo rapporto lo vedo e lo avverto quasi istintivamente, prima di ogni analisi, di ogni discorso critico.

Una parola, la sua, limpida e alta, capace di cogliere ogni particolare del reale, dal riflusso dell’onda marina a ogni più sottile e vibrante emozione. Si è parlato di un’attenzione alla misura minima delle cose, ma dobbiamo precisare questo concetto.

Nulla accomuna Scarabicchi al “quotidiano” di certa poesia contemporanea, lombarda ma non solo: nel poeta anconetano il “particolare” è “la fibra” che sottende il reale: coglierlo, cogliere le sfumature, significa comprendere “quasi ontologicamente” l’essenza del reale, la sua verità più profonda: epifenomeno come spia di quel noumeno che tutto sottende.

Guido Monti ha riportato in un articolo sul Manifesto questa frase che gli è stata detta da Francesco Scarabicchi:” Solo chi è attento al flebile battito del mondo, può dire qualcosa dell’uomo”.
La trovo una frase bellissima che da sola ci rivela molto più di tanti discorsi la weltanschauung del poeta anconetano.

Il senso della fine, della scomparsa dentro nebbia e polvere, è un sentimento che percorre l’opera di Scarabicchi: non è mai urlo, rifiuto gridato, ma una malinconia pervasiva che pure non intacca l’amore per la luce; una luce costante e colta con straordinaria intensità: “questa luce che tocca ottobre e il mondo”.

Nella vicenda di Francesco Scarabicchi l’amicizia ha avuto un posto di grande importanza: allievo e amico di un altro grande poeta marchigiano, Franco Scataglini. Sodale di un intellettuale e critico letterario di assoluta rilevanza, Massimo Raffaeli.

Accanto alle tante raccolte tra le quali citiamo Il prato bianco, uscito da L’obliquo nel 1997 e ristampato da Einaudi, Nevicata, Il cancello, tutte motivate e mai affrettate, la sua opera di traduttore di Machado e di Lorca. E poi l’attenzione grandissima per le arti figurative: notevole il lavoro fatto sull’amatissimo Lorenzo Lotto, il pittore veneto che nelle Marche per tanto tempo è vissuto ed ha operato.

Francesco Scarabicchi ha fatto molto per le Marche e, in particolare, per Ancona, sulla quale ha scritto pagine straordinarie.

Conosceva benissimo i grandi incisori della scuola urbinate.

C’è uno scrittore fanese, Fabio Tambari, che è stato notissimo negli anni trenta, quaranta ed oltre ed oggi è piuttosto dimenticato. Aveva avuto anche traversie politiche.
Parlando con Francesco ho scoperto che lo conosceva benissimo, deve avere anche scritto su di lui.

Ecco, questo dovere della memoria, dell’amicizia, del rapporto per nulla retorico con la propria “patria poetica”, ha sempre contraddistinto il poeta, il grande poeta e l’uomo Francesco Scarabiccchi.

Umberto Piersanti

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Semina per Francesco Scarabicchi

(Roberto Marconi 2021)

Sono in biblioteca, a Potenza Picena. Sono venuto prima perché volevo scoprire nello scaffale della poesia contemporanea, che curo come un giardino bambino, ancora il libro di Francesco.  “Il prato bianco“, per le Edizioni L’Obliquo, lo trovo consunto come l’anno di uscita, il 1997 e costava 25.000 lire. Umberto mi telefona. Ancora mi sembra strano che per tutto questo tempo sia stato lì, con gli altri testi, in silenzio, ad aspettare qualche carezza, che qualcuno ne scambiasse una parola per una dimora. Il vaso di Pandora ho sempre creduto che nascesse qui. La copertina ingiallita resta una di famiglia, ne ha viste senza mai scomporsi. Francesco anche di persona riusciva comunque a rasserenarti. Dio solo sa quanto apprezzo per questo la quiete della neve e ringrazio la mente che me li lascia belli i ricordi, perché solo quelli fioccano. Lo conosco da chissà quanti versi, più di vent’anni ma ancora di più, forse trenta.

Una volta fu alla presentazione de “Il cancello” (Pequod 2001, due mila lire in meno), c’era Lucilio penso che fosse Grottammare … il volto, la voce, il modo, erano quelli della sua (nostra) poesia, di poche dolci parole, come un’occhiata che ti lascia almeno una densa considerazione, da meditare, il limine della vita. Sono convinto che la sua eredità risuonerà nel vuoto dei giorni. Non mi interessa sapere cosa c’è dall’altra parte quando si fa del bene qui, anche regalando un’emozione aggiunta alla nobiltà d’animo, si fa molto più di quello che si pensa. Ecco mi basta sapere questo, di questi posti consueti che Francesco ha centellinato, anche fossero solo racchiusi in una soglia, in un accessorio in una camera appena illuminata. “Indumenti da letto, le pantofole; / sul tavolo il ditale / e un uovo da rammendo”. Me lo immagino ora nell’altra stanza che ancora osserva la polvere che fa la luce e ora che passeggia sotto la mia casa: ho un campo tutto da scrivere.

Due anni fa, credo, a Recanati (tante le amiche e gli amici, accanto sempre Giandomenico) avvicinandomi a lui mi anticipò e con una mano, che si fermava paternamente al mio avambraccio, rispose al mio stesso sorriso con un Ciao.

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In memoria di Francesco Scarabicchi

Ricordo di Marina Baldoni

Conosco da sempre Francesco Scarabicchi, il poeta. Di persona lo incontrai in una estate del 2010, “complice” una commemorazione di Scataglini al Parco del Cardeto ad Ancona. La sua città, di nascita e di ispirazione.

Francesco Scarabicchi e Marina Baldoni (Foto di Giandomenico Papa)

A questo incontro ne seguirono altri, per lo più convegni o presentazioni letterarie, che mi hanno permesso di conoscere meglio lui e le persone a lui vicine. La gioia di ascoltare il poeta e lo scrittore si univa a quella di poter poi chiacchierare in modo amichevole di mille altre cose. Era una persona di una grande riservatezza, eppure, ogni volta che si trovava in pubblico, la sua disponibilità all’ascolto e la sua gentilezza nel relazionarsi con l’altro erano impagabili.

Ricordo con grande affetto gli incontri organizzati in nome della Poesia, i momenti conviviali che seguivano e che proseguivano in modo meno formale il confronto sulla letteratura e sulle arti.

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Capitolo ’68

In occasione del cinquantesimo anniversario del ’68, intendiamo aprire un dibattito su Pelagos Letteratura sul momento più significativo della nostra storia dal dopoguerra ad oggi.

Umberto Piersanti

Non c’è stato nessun periodo più esaltato o condannato: mancano, a nostro parere, ricostruzioni e giudizi equilibrati.
Ho vissuto il ’68 e gli anni attorno nella piccola Urbino, che costituiva però un punto di riferimento per un’area molto vasta che andava da Rimini a Pescara e comprendeva larghe zone dell’entroterra toscano-appenninico, marchigiano ed umbro. Allora non esistevano facoltà distaccate da Bologna, Firenze, Siena. L’Università di Urbino aveva una sua precisa importanza ed era meta di delegazioni studentesche di tutta Italia.
Mi ero laureato da poco, insegnavo alle magistrali, a avevo un rapporto continuo con l’Università come collaboratore di varie cattedre umanistiche. Alle mie spalle una serie di iniziative di tipo sia politico che culturale. Nei primi anni Sessanta ero stato fra i fondatori del Circolo Luglio ’60 che aveva organizzato una serie di manifestazioni a sostegno dei movimenti democratici spagnoli, contro la guerra in Vietnam e tanto altro.

Essendo stato in delegazione in diversi paesi dell’Est, avevo potuto costatare con i miei occhi non solo le “lacune”, come allora si diceva, ma il fallimento pressoché completo del socialismo reale. Dunque ero immunizzato da ogni fede verso quella dittatura del proletariato alla quale si rifaceva la contestazione.
Gran parte del Movimento Studentesco riponeva una totale fiducia nella Cina, in Cuba, nel Vietnam: l’URSS veniva contestata, ma si era pienamente riabilitata la figura di Stalin sulla scia delle posizioni cinesi. I ritratti di Lenin, Stalin e Mao campeggiavano nel più duro dei Movimenti Studenteschi, quello milanese di Capanna e compagni. Anche Cuba era un punto di riferimento importante: Che Guevara vissuto come rivoluzionario, libertario e martire, ancora più di Fidel.
Altro mito era il Vietnam di Ho Chi Minh e i piccoli guerriglieri Viet Cong, mito amato anche dalla sinistra tradizionale. La politica vietnamita oscillava tra Cina e URSS.

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Rai Storia e il femminismo islamico

Umberto Piersanti

Apprezzo Rai Storia, ma la puntata sul femminismo islamico è stata assurda. Come ultimo esempio di femminismo islamico una martire fallita rigorosamente vestita di nero e con il niqab che le lasciava scoperti solo gli occhi. Fallita perché la polizia israeliana l’aveva arrestata prima che potesse farsi esplodere. Essendo la polizia israeliana un po’ meno dura di Hamas che avrebbe sicuramente ucciso un’israeliana trovata nella stessa situazione, la palestinese si era salvata. Intervistata da un’ occidentale progressista con pantaloni e occhiali da sole, aveva potuto confermare la sua disposizione al martirio che non annullava il servaggio verso il maschio simboleggiato da quello stesso niqab.

Amici di Rai Storia attenzione al politicamente corretto che si trasforma in ridicolmente corretto.

Umberto Piersanti

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Quando stalinismo fa rima con fascismo

Umberto Piersanti

Ve lo ricordate Diego Fusaro, il ragazzetto infiocchettato e ultrafirmato disquisire alla televisione e altrove dei grandi meriti di Stalin e della tragedia causata al mondo dalla caduta del muro di Berlino? Bene, l’odio anti borghese del piccolo filosofo lo porta a preferire la vittoria della Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi. Non importa l’origine petainista, il nazionalismo esasperato, il rifiuto dell’identità e della tradizione europea: l’importante è essere sempre e comunque contro il “capitalismo” e la “democrazia borghese”. I venti e più milioni di morti procurati dalla tirannide staliniana, gli orrori dei Khmer rossi, la spietata dittatura nordcoreana, sono ben poca cosa rispetto al capitalismo e ad un’ambigua ed ingannevole incarnazione dello stesso come la socialdemocrazia.

Fusaro è degno erede di quella intellettualità italiana che è stata prima fascista, poi stalinista ed infine innamorata di quella rivoluzione culturale cinese che, secondo gli stessi dati del ministero degli interni cinese, ha procurato all’incirca settanta milioni di morti. La differenza sta nel fatto che Fusaro si presenta meglio, usa un eloquio aggiornato e confuso tipico del populismo contemporaneo, si affida alle mode dell’eterodossia e dello stupore purché queste abbiano un impatto su un pubblico o incolto o tendenzialmente snobistico.

Ho discusso con lui al Festival Futura di Civitanova: si parlava dell’Africa. Fusaro parlava dell’asservimento dei nuovi leader africani al capitalismo europeo e americano, ma non sapeva nulla della presenza sempre più importante, massiccia e pervasiva della Cina nel continente nero. Le sue erano verità ideologiche fisse e precostituite.

Difendere lo stalinismo e il muro di Berlino significa offendere le vittime del despota georgiano e la memoria di tutti quelli che sono stati falciati nel tentativo di oltrepassare quel muro.
Non è poi così banale dire che gli estremismi si congiungono: il fatto che un filosofo della sinistra modaiola venga a preferire Le Pen su di ogni altro candidato “borghese” o “revisionista” lo dimostra.

Quel che fa specie è il peso che questo infiocchettato ragazzetto sta avendo in vari programmi televisivi e in alcuni festival culturali. In particolare tra la Romagna e le Marche, da Misano a Civitanova: i vari direttori, tutti rigorosamente di sinistra, alcuni magari apparentemente riformisti del Pd, fanno a gara nell’invitarlo ogni anno. Si tratta di un provincialismo mediocre, attratto dai fenomeni più banali e modaioli dei nostri anni.

E’ vero che nei nostri giorni chi trova il modo di stupire viene sempre ossequiato dagli incolti potenti di turno. Chissà se basterà il pronunciamento di Fusaro a favore della Le Pen a fare aprire gli occhi agli assessori e ai direttori di festival della sinistra sulla vera natura di questo contemporaneo “rivoluzionario marxista”?

Umberto Piersanti

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Umberto Piersanti su La7

La7

Un editore che ha fatto fortuna con il gossip e gli amorazzi delle star.

Un direttore ambiguo e astuto che non si è mai esposto, ma che non ha mai cercato di dare una parvenza di equilibrio ai suoi programmi.

Giornalisti bravi come Formigli o scadenti come Paragone accomunati da uno spirito di totale faziosità, alla quale si accodano anche le trasmissioni del mattino e le pseudo satire di Crozza.

L’unico obiettivo: l’attacco totale e indiscriminato al PD e l’invettiva anti Renzi. Con il Fatto Quotidiano La7 rappresenta la punta avanzata della propaganda grillina.

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