Estate corporale. Due libri di poesia di Alessandra Corbetta

Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Il perdono è quell’essere che non trovi facilmente: scrivi testi, lettere, chiami a un numero e non ti dà la risposta facendo finta di niente prima o poi arriva quella inaspettata, all’improvviso pure nell’oblio.
La poesia di Alessandra è lapidaria, ogni testo è una parte di pelle: chi legge dentro può indovinarne la porzione o farne parte. Ti mette di fronte a un ricordo, un disagio, a un amore passato dalle mail mai spedite, il souvenir in questo caso diventa carne e ombra. Lei la prende alla lontana, ma neanche tanto, quando inizia la raccolta fisica Corpo della gioventù con un testo in riferimento a una donna, colta mentre s’allena (da velocista) sola in un’arena dopo aver perso il lavoro, in parte così descritta dal suo grande autore e ripresa dalla nostra A. per raffrontarla con se stessa: perché nella vita si cammina sempre in bilico come in una favola e, per non perdere del tutto la strada, si raccoglie quello che si semina, lungo quella via in cui si procede tra cruda realtà e fantasia, “tra sasso e poesia” come in uno specchio. L’unica sicurezza è il verso libero, le pause tra qualche strofa, la prosa quotidiana che entra senza troppi cerimoniali nell’andare a capo (come il nome della casa editrice).

L’amore al centro del libro e soprattutto in periferia non è per forza eterosessuale quando una sorella gli dà il suo cuore in questo caso l’amicizia è di sangue. Il linguaggio si fa strada ed entra tra le fessure (con questo termine inizia la prima sezione) così perforante che anche la nostalgia è una coperta e Alessandra ne tiene il filo, lo stesso che percorre l’orizzonte tra cielo e mare o come nei versi “tra l’onda e la sua schiuma”, quegli spazi bianchi in cui si dice tutto senza proferir parole di troppo.. Scriveva Benjamin in “Metafisica della gioventù” «Il linguaggio è nascosto come il passato, futuro come il silenzio. Colui che parla fa emergere in esso il passato, nascosto dal linguaggio egli accoglie in sé, nel discorso, la femminilità che egli stesso è stato. – Ma le donne tacciono. Ciò che ascoltano sono le parole non dette».

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Per la cruna di Daniele Piccini

Di Tiziano Broggiato

Daniele Piccini – Per la cruna (Crocetti, 2022)

In verità mi trovo in deciso disaccordo con quanti affermano che questo Per la cruna rappresenti la raggiunta, piena maturità della poesia di Daniele Piccini. Penso infatti che a partire dal Canzoniere scritto solo per amore (Jaca book, 2003) la sua voce dal tono severo, schietto e al contempo dotata di una sua limpida trasparenza si sia sempre mantenuta su una linearità alta, precisa, scevra di andamenti ondivaghi e di sicura conoscibilità. Del resto anche con la sua assidua frequentazione della critica letteraria Piccini ci ha abituati fin da subito alla disamina acuta, colta, dalle esemplari citazioni dimostrando di essere naturalmente in possesso di strumenti critici di notevole spessore. Piuttosto, in questo poema egli aggiunge una sorta di ulteriore sublimazione del ritmo, della cantabilità del verso che da sempre distingue la sua scrittura ascensionale.

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Nell’antico Ducato

Narratore e poeta, Umberto Piersanti in questo breve ma vivace libro di dodici racconti, intitolato Nell’antico Ducato (ed. affinità elettive, Ancona 2022), ci offre uno sguardo appassionato del Montefeltro e in particolare di Urbino e delle Cesane: luoghi ai quali è legata la sua vicenda personale e letteraria.

Quale cantore delle Cesane, definite da Carlo Bo le sue Georgiche familiari, Piersanti è da sempre stato affascinato dall’oralità: nelle culture orali, la parola diviene anche azione, quasi una rappresentazione capace di far rivivere le scene, coinvolgendo totalmente nella situazione narrata l’uditorio. La forza denotativa della poetica dell’urbinate si ritrova, infatti, nella forza espressiva della parola, nel suo afflato vitalistico, quasi carnale e nei suoi colori caldi e vividi. Mille voci emergono dalla sua ispirazione lirico-narrativa, attraversate dal mito, ma calate in un sentire contemporaneo.

Questo libro, caratterizzato da una scrittura libera e ariosa, nasce realmente dall’oralità, dalla dettatura improvvisata al telefono dei vari racconti ad una segretaria, che diligentemente li trascriveva. È stata un’occasione particolare, infatti, dovuta ad una richiesta dell’azienda Benelli di Urbino, la ragione che ha dato vita a questo libro, scritto in modo felice.

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Tre inediti di Emanuela Capodarco

Pubblichiamo tre poesie inedite di Emanuela Capodarco.

Foto di Zdeněk Macháček da Unsplash

Ad Annarita

raccolsi una pietra bianca
liscia come di fiume
la imprigionai per anni
nel borsellino avorio
a galla tra monete
quelle da dieci lire

era buona per giocare
a campana nel cortile
con le bambine, a volte
saltare tra gli zigomi
incerti del selciato

7 maggio 2019

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La diagonale della vita in Camilla Ziglia

di Massimo Parolini 

«La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie.», scriveva Hugo Von Hofmannsthal ne Il libro degli amici. Usiamo questa citazione in esergo ad una breve annotazione critica alla raccolta poetica Rivelazioni d’acqua di Camilla Ziglia (puntoacapo, 2021), nella quale ritroviamo un lessico  semplice, di comprensione immediata, con poesie brevi che seguono un andamento conciso e sentenzioso, in un dialogo fra anime fatto di brevi proposizioni o brachilogie (come indicava Platone per la Dialettica differenziando tale metodo dalla Macrologia, tipica della Retorica); una silloge coesa e coerente dove, come sostiene Ivan Fedeli nella sua puntuale prefazione, siamo in presenza della «forza nitida di una parola piena», e nella quale, contenutisticamente, «è il lago il luogo d’incontro, la sua lentezza paziente dove tutto si cala, galleggia, affonda, riemerge, in una terra di nessuno, un non luogo dove appartenersi e, pur per poco, meravigliarsi» (ibid.). La superficie del lago si fa metafora della forma, limpida e quasi sempre rispecchiante (pur torbidamente) la profondità simbolica e analogica del suo fondo, dove risiedono i significati da far riemergere, come scrisse Goethe riferendosi allo stile dei propri romanzi, grazie «al garbo della forma». «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa», ci ricorda S. Paolo (Lettera ai Corinzi, 13,12). E di una descensus speculi si nutre, dialetticamente, lo scorrere unitario dei versi nella silloge.

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Dissociazione elementare di Silvia Gelosi

Silvia Gelosi, Dissociazione elementare, pref. di Gian Mario Villalta, Arcipelago itaca 2022

Questa raccolta di esordio di Silvia Gelosi affonda la sua lama in una prosa poetica diretta e senza fronzoli, una “dissociazione elementare” – come si conviene dal titolo – che ci riguarda un po’ tutti da vicino: riguarda le nostre paure, gli sbagli “innocenti”, il tempo che inesorabile passa, le stesse reiterate e quasi metodiche abitudini, l’assillo di non essere mai nel posto giusto al momento giusto.

C’è un incolparsi e al tempo stesso un dir-si resistenti alle proprie pene, una sorta di commiserazione velata che lascia però spazio a “fasci di luce” e a un qual certo barlume di speranza, come mette ampiamente in evidenza Gian Mario Villalta nella sua accurata prefazione: “da un lato c’è la vita che ogni giorno presenta il conto dell’insofferenza, della fatica, della perdita di quel sé che si sarebbe voluti essere e che ancora si vorrebbe; ma, d’altro lato, quello che ancora si vorrebbe, al cospetto del presente, dovrebbe essere altro, dirsi altrimenti”. Dunque una commistione di identità plurime traspaiono da questo libro, quelle che ci fanno rivolgere lo sguardo sempre all’altro ma al tempo stesso senza poter essere “mai gli altri nel mondo”, come dicono questi versi: “non sarò mai gli altri nel mondo/ non importa se lo impari,/ sono pietra rotta/ sminuzzata e concessa/ ora rimango luce sparsa tra i tagli vivi/ i resti dei discorsi, i cocci buttati qui/ tra le ombre a righe/ confuse dalle foglie”.

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Dove sono gli anni di Gian Mario Villalta

Gian Mario Villalta – Dove sono gli anni (Garzanti, 2022)

di Tiziano Broggiato

È necessario conoscere l’opera precedente di Gian Mario Villalta per poter cogliere pienamente la complessa struttura della sua nuova raccolta, Dove sono gli anni (Garzanti, 2022), che a mio avviso fissa l’apice della sua dimensione poetica. È necessario per comprendere e condividere un’evoluzioni stilistica che ha la sua testa di ponte in Vanità della mente (Mondadori, 2011), libro nel quale si è evidenziato un dettato “in transito”, tra buio e luce per tendersi poi via, via in un’astrazione guidata che sollecita una rilettura, una doverosa, accurata riflessione su temi improntati quasi interamente nel segno della conflittualità e della susseguente, necessaria riappacificazione.

Nella poesia di Villalta si coglie infatti la pronuncia di uno stile mediano inteso a definire le molte scansioni di una vicenda esistenziale in un movimento quasi a sistole e diastole, tra uno spazio chiuso nella memoria e l’espansione verso l’esterno. E in questi testi si colloca il centro di gravità figurale e al contempo astratto, concettuale. Tra una verità solo apparentemente tangibile e frammenti di immagine in una sorta di visione onirica della realtà. In questo contesto, che scivola dalla vita fino alla letteratura, c’è un tratteggio che magari in forma attenuata, va a collegarsi con gli echi dell’ansia di Montale, mentre il biancore aspro di alcune immagini propone inequivocabili accenti alla Celan. Un moto che va a incrociarsi con la spinta di un silenzio che preme verso l’esterno, quasi che le pagine del testo poetico siano il teatro di una lenta, rimandata partenza. Perché la sua poesia interviene su stadi topici del vissuto individuale e collettivo drammatizzandoli e dando loro vita per raccogliere questi emblemi come parte di un autentico museo silenzioso.

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Suggestioni Postmoderne di Maria Rita Bartolomei

di Rossella Frollà

Maria Rita Bartolomei
Suggestioni Postmoderne
Percorsi insoliti di Antropologia Giuridica
Gioacchino Onorati Editore, 2020

«Ho letto con piacere questo libro di Maria Rita Bartolomei e con piacere scrivo questa prefazione, anzitutto per riconoscere i meriti dell’autrice che, vincendo difficoltà d’ogni genere, coltiva da molti anni con grande pervicacia interessi scientifici sul crinale fra sociologia del diritto e antropologia giuridica, con prevalente attenzione verso quest’ultima disciplina che in Italia conta ancora una meno forte istituzionalizzazione accademica di quanto sarebbe necessario.» (Vincenzo Ferrari).

Lo scopo di questo libro è quello di rintracciare «i significati culturali insiti nella capacità disciplinante del comportamento umano da parte del diritto, e dunque l’utilità di un approccio antropologico allo studio dei fenomeni giuridici,». «il lavoro sottolinea l’importanza dell’immaginario giuridico individuale e collettivo nel promuovere un impegno responsabile di tutti i consociati.». Affascinante il ricorso al «principio di reciprocità» che ha il compito di dirigere gli attuali assetti democratici verso una maggiore uguaglianza e giustizia sociale. I temi che attraversano questa opera sono la tratta di esseri umani, la risocializzazione dei detenuti, il femminicidio, il pluralismo giuridico e lo spirito del dono. Quest’ultimo insieme ad una attenta riflessione sulle gravi problematiche che affliggono la società potrebbe lenire le inefficienze e le incongruenze del sistema giuridico italiano. L’attenta descrizione di condizioni, situazioni, culture oltre a favorire una buona conoscenza antropologica svolge un ruolo pedagogico, etico e politico nei confronti del singolo e della comunità.

I temi legati a società diverse per cultura e grado di sviluppo economico vengono analizzati individuando in ciascuno il carattere proprio di vulnerabilità, sia nella sfera individuale sia in quella relazionale.
Protagonista è dunque la vulnerabilità degli esseri umani e del sistema. La Bartolomei offre una ricostruzione storica dello sviluppo dell’antropologia giuridica come scienza sociale e ne mette in luce modelli interpretativi «quali il transanazionalismo e il paradigma dell’interconnessione». L’interesse si focalizza sulla sfera transnazionale dei diritti umani «dei quali l’autrice coglie bene non solo le potenzialità ma anche le contraddizioni, in primis quella fra i regimi di personal law che rendono sempre più discrezionale il principio di uguaglianza.

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