I luoghi persi d’ostinato amore

i luoghi persi piersantiÈ di Crocetti l’elegante riedizione del primo libro einaudiano di Umberto Piersanti I luoghi Persi, arricchita di una sezione di nuovi inediti ed introdotta da una splendida e precisa prefazione di Roberto Galaverni, esegeta e amico da lunghi anni dell’autore. La raccolta, che vide la sua prima pubblicazione nel 1994, con una nota di copertina di Carlo Bo, ha segnato un passaggio cruciale nella poetica piersantiana. Dall’esuberanza vitalistica di Passaggio di sequenza, dove l’eros e la natura si fondeva, in un susseguirsi rapido di vicende e luoghi, pervasi dalla melodia dell’endecasillabo, si passa al canto della memoria, al mito della propria infanzia, dei luoghi e dei familiari. Come scrisse Bo I luoghi Persi rappresentano per l’autore le sue Georgiche di carattere personale, dove, tuttavia, l’idillio si confronta con l’ineluttabile dispersione del tempo e il dolore per la perdita di ciò che si è amato. In questa raccolta Piersanti diviene il cantore delle Cesane, di quella catena collinare che fa da cornice ad Urbino, suntuosa d’ogni tipo di vegetazione e di una civiltà contadina ormai scomparsa, operando un recupero memoriale non realistico, ma mitico e favolistico. Questo mondo diverrà la sua patria poetica, scaturita da un’urgenza interiore insopprimibile e si farà canto, sinfonia di colori, di odori e suoni nel ritmo cadenzato dei versi, come nota Elisabetta Pigliapoco.

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Recensione di ‘Per cieli e per astri’ di Lorenza Bizzotto

Per cieli e per astri

La poetica di Lorenza Bizzotto nel suo recente libro: Per cieli e per astri, pubblicato da Arcipelago Itaca nel 2021, con risvolto di copertina di Umberto Piersanti, nasce dal distacco, dal senso di orfanezza per la perdita della madre, la cui presenza, nel denso della natura, riaffiora in attimi divini e inafferrabili. “Niente ci plasmava/ meglio di quel vento, / di quella foglia immota, / compresa tra la piana assolata/ e il monte fresco di ribes/ appena colto”. Ed è l’elemento naturale benigno ed epifanico, in un susseguirsi di mutamenti, di accensioni improvvise, a darle conforto, a farle percepire e amare dimensioni cosmiche. Scrive nella poesia Fu quando il sole: “fu quando il fulmine/ disegnò la sua curva, alta tra i cirri;/ fu quando l’orizzonte cessò d’esistere/e il vuoto mi colse, negli spazi infiniti”.

L’io poetico della Bizzotto richiama la grande tradizione classica e presenta aspetti psicologici e meditativi, che suggeriscono accenti, propri del Romanticismo, in particolare di quello nordico Ma rivela inoltre uno sguardo attento e preciso a tutti i minimi dettagli del paesaggio: “Conosco una radura, / ai margini del bosco/chiara d’acque e di luci;/ vi attendo scoiattoli e volpi/ negli autunnali mattini;”. La patria poetica della nostra autrice è situata nei paesaggi verdi e montuosi di Bassano del Grappa, cittadina situata tra il famoso Monte Grappa e i sette comuni dell’Altopiano di Asiago, dove si è svolta e si svolge la vicenda umana di Lorenza Bizzotto. Il libro, suddiviso in tre sessioni (Stagioni, Riflessi, Sogno) è dedicato alla madre e alla ricerca dell’attimo perfetto capace di risvegliare e di far rivivere i momenti felici di un’esistenza; nella lirica Infanzia risuonano gli ultimi versi: “Era l’ora in cui il pulviscolo/ svaniva, tra i papaveri/ in ombra e i fiordalisi. / Era l’ora dei bagni/ nel greto azzurro del fiume”.

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Recensione di ‘Crocevia dei cammini’ di Luca Pizzolitto

«L’attenzione è il silenzio dei pensieri che si fa ascolto e sguardo. L’apertura di un dialogo muto con le cose. O la direzione di uno sguardo che ha scelto la sua meta e su di essa converge con l’abnegazione di chi sa sacrificare ogni indugio, anche piacevole, per rispondere a una chiamata, a un dovere. L’attenzione può richiedere un esercizio preparatorio, un atto di una sorgente, dal groviglio del sentire, separando dal nugolo dei pensieri un solo pensiero, il pensiero che è tutt’uno con la cosa che scegliamo di osservare o con la parola che decidiamo di ascoltare o con il gesto che vogliamo compiere. L’attenzione è invito di tutti i sensi a convergere verso un solo punto, verso una sola relazione. Anche se questo punto, questa relazione, può fiorire – nell’arco visivo o auditivo- sventagliandosi, moltiplicandosi. È quello che diciamo “stato di attenzione”. Questo stato di attenzione che trascorre sul molteplice e sul fuggitivo, è proprio, ad esempio, del cammino. Riapriamo Robert Walser, in una pagina della Passeggiata» in cui, con didattica postura, spiega al sovrintendente alle tasse l’utilità del passeggiare:

Con grande attenzione e amore colui che passeggia deve studiare e osservare ogni minima cosa vivente: sia un bambino, un cane, una zanzara, una farfalla, un passero, un verme, un fiore, un uomo, una casa, un albero, una coccola, una chiocciola, un topo, una nuvola, un monte, una foglia, come pure un misero pezzettuccio di carta gettato via, sul quale forse un bravo scolaretto ha tracciato i suoi primi malfermi caratteri».

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Recensione di Prima di nascere di Claudio Damiani

di Rossella Frollà

Claudio Damiani
Prima di nascere
Fazi Editore, 2022

La nostra immaginazione riproduce le cose così come le ha percepite con i sensi e quindi appartiene ancora al mondo della conoscenza sensibile, quella dei cinque sensi, della fantasia, della memoria della capacità intellettuale, estimativa. Il poeta Damiani, in questo caso, vuole entrare più profondamente nell’uomo interiore. Il suo desiderio è lo stesso che muove ogni uomo da sempre, vuole cogliere le verità eterne, verità immutabili, verità necessarie, nel profondo del proprio essere. Nel mondo dell’interiorità la verità è quella che appartiene a un altro ordine, non a quello sensibile. La mente si accorge di tali verità solo quando abbandona i sensi sia esteriori che interiori e si abbandona al profondo del proprio essere che detta questa necessità. E questa necessità abita la parola di Damiani.

Il poeta vuole capire e afferrare l’insieme. Srotola l’invisibile trama dell’esistere intrecciata da grovigli e da pertugi libratori, dall’atto sacrificale dell’uomo verso la morte, del suo dolore che sono reali e si annunciano immediatamente da sé. La parola a tratti amara e inquieta, ma sempre luminosa, sollecita le domande in un gioco che lavora in profondità per riflettere su ciò che percepiamo abitualmente ma che ci è sfuggito. Tutto si gioca ai confini della nascita e della morte. Qui il poeta è pronto a fissare i punti cardinali dei contraddittori con l’equazione: vita/morte, bellezza/mistero. L’abbandono a ciò che ha generato l’impronta è il segno dell’atto del camminare sui passi di un intimo ritorno. Come quando si sente una cosa tutto il giorno soprappensiero. Il luogo è l’Amore per eccellenza che ha le sue eterne risonanze nella Natura e nella sua infinita bellezza, nell’ordine necessario di ogni sua cosa. Il rimbombo è il dolore, l’amara realtà della fine di cui il poeta ci riferisce le accurate scanalature e porta a compimento bellezza e verità senza protezione con la virtù delicata di un bambino che si rende uguale a ogni cosa e bisognoso di fronte alla vita: «Quando ero piccolo, quatto-cinque anni,/mi immaginavo prima di nascere/come sospeso nel cielo [ … ] mi sembrava incredibile non essere esistito prima/e mi sembrava incredibile pure di essere esistito,».

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Il breve regno del verde

Luca Nicoletti
IL BREVE REGNO DEL VERDE

poemetto in dieci movimenti

Il breve regno del verde, poemetto in dieci movimenti del poeta riccionese Luca Nicoletti, è pubblicato in plaquette dalla casa editrice “Cosmopoli”, tradotto in romeno da Alexandru Macadan nell’ambito della collana bilingue (testo a fronte, italiano e romeno) curata da Eliza Macadan e dedicata ai poeti italiani contemporanei. La plaquette, contenente anche alcune singole poesie, è stata acquisita dalla Biblioteca Nazionale Rumena di Bucarest, Bacau e altre biblioteche romene.

Il testo rappresenta l’esito della riscrittura di un precedente poemetto, pubblicato ne  L’essenza del mosaico, primo libro di poesia di Nicoletti (Pazzini, 2006). Quel testo, dedicato e ispirato all’opera fotografica della madre Rosita, aveva nel tempo dato luogo a una serie di poesie inserite nei due libri successivi (Comprensione del crepuscolo, Passigli, 2015; Il paese nascosto, Pequod, 2019), a contrassegnare la linea ininterrotta di un profondo “sentimento del luogo”. Ora, nel compimento di una trama circolare, ritorna in una composizione di parti originali e riscritture, a conferma della sua intima natura metamorfica.

Nelle parole di Giancarlo Pontiggia: “Il poemetto ha un bellissimo passo, fatto di tempo sospeso ma anche di viaggio – che è poi un viaggio dell’anima, benché così nutrito di luoghi concreti, di colline, di mare, di fenomeni atmosferici. E’ l’autore che rivisita se stesso, le sue poesie di un tempo, ma con un montaggio nuovo, e nuove soluzioni formali attuate attraverso una tessitura lenta e paziente” […]

Luca Nicoletti, Il breve regno del verde
poemetto in 10 movimenti e altre poesie.
traduzione di Alexandru Macadan
edizioni Cosmopoli, Bacău 2021
collana bilingue diretta da Eliza Macadan
https://cosmopoli.space/ro/listing/?id=15

VII.

Sul crinale che diverge, le pietre bianche
del Coriano Ridge War Cemetery
sembrano piccoli denti, lambiti dalle ombre
che cadono sul prato, e disegnano arabeschi.
Dopo il lungo grido, la ferita della terra.
L’erba tenera, dove passava la linea gotica.

Sull’altra strada, prima dell’ultimo colle,
il mare appare subitaneo
come un dubbio emerso alla coscienza.
L’enigma si presenta, si impone nel cemento
di un palazzo inconcluso, un rudere arenato
nei giorni che non vanno avanti.

Sgretolato ogni possibile appiglio al tempo
si definisce il profilo della sfinge,
prende corpo nella sospensione. In quel folle
isolamento svetta come una domanda
a cui è difficile sottrarsi. Chiede conto a chi passa
di tutte le illusioni, dice di un benessere
immaginato eterno…

*

si spegne stanco, nelle finestre senza vetri
il mugolio del tempo, sopraffatto dalla primavera

l’euforia dello sguardo, senza misura
è in questa invocazione luminosa, sorgente diffusa, inarrivabile
del qui e ora

… l’Adriatico, come un sogno ricorrente
e la Valconca divina, abissale, sterminato istante
increspato, immutabile tra le pendici
dell’onnipresente Appennino.

*

Si agitano lontano, inutilmente, le prime luci
che radunano la sera. Si prepara la vita dolce, ininterrotta
nella linea lunga della costa.

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Recensione di 64 sonetti di Nicola Bultrini

L’arte e l’eterno

Con una piacevole e particolare introduzione in versi, David Riondino apre la recente raccolta di Nicola Bultrini dal titolo 64 sonetti (ed. Fuorilinea, 2021). A mo’ di ballata, il noto critico paragona il sonetto ad un bellissimo destriero difficile da domare e da condurre e di come l’autore sia riuscito nell’intento, rinunciando a cavalcarlo, per guidarlo, con grande maestria, a mano: “Vanno insieme, sonetto e cavaliere/ fin quando canti il gallo, / meditabondi, e come puoi vedere/va a piedi anche il cavallo.”

Il sonetto, ossia piccolo suono, deriva dal trobadorico termine sonet: testo e musica (sonet e motz) nella lirica provenzale erano, infatti, inscindibili, in quanto destinati alla recitazione e al canto, ma non alla lettura.

Quale forma poetica onnipresente nella letteratura italiana, dal Novecento in poi, con il dilagare della metrica libera, è entrato in crisi, ma la sua persistenza, anche se in forme non canoniche, è rimasta presente in moltissimi poeti. Dagli anni ’80 del secolo scorso, inoltre, si è accentuato l’interesse per il suo studio e tra i diversi autori che ne hanno fatto ricorso in questo periodo vogliamo ricordare Andrea Zanzotto, Giovanni Raboni, Patrizia Valduga. Naturalmente, nella poetica d’oggi, la scelta dell’utilizzo di un preciso schema metrico chiuso deve rispondere ad un chiaro progetto, avendo quest’ultimo assunto una propria rilevanza.
Nel libro di Nicola Bultrini, il sonetto è il protagonista assoluto, in quanto la sua struttura richiama un microorganismo musicale e l’autore ritiene che la vera poesia debba essere essenzialmente canto, armonia, nascere, quindi, dalla forza musicale di ogni singola parola e dal potere evocativo dei versi nel loro complesso.

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Su Opera Incerta di Anna Maria Curci

La silloge di Anna Maria Curci dal titolo Opera incerta (L’Arcolaio, 2020) prende il nome, come ci informa l’autrice stessa nella prefazione, da un termine architettonico: l’opus incertum dei Romani, in cui le pietre disuguali poste l’una sull’altra, senza la preventiva squadratura di quelle che andavano a formare l’opus reticolatum, davano vita, nonostante la loro irregolarità, a mura ugualmente solide. Curci spiega tale scelta con la necessità di costruire una solida opera poetica con liriche eterogenee, composte in un arco temporale abbastanza ampio (dal 2008 al 2019). È una scelta che opera in modo diametralmente opposto alla silloge precedente, Nei giorni per versi (Arcipelago Itaca 2019), nella quale prevaleva l’uniformità metrica delle quartine di endecasillabi. In Opera incerta, al contrario, le scelte metriche sono variegate ed eterogenee, quasi a voler rappresentare, anche da questo punto di vista, la mancanza di certezze che dovrebbe dominare la raccolta.

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Poesie di Emanuela Capodarco vincitrici del premio Arcipelago Itaca

(Foto Pixabay)

ll premio Arcipelago Itaca, ideato dall’editore Danilo Mandolini, è uno dei premi editoriali di poesia tra i più importanti nel panorama nazionale.

La giuria della VII edizione (2021), composta da Alessio Alessandrini, Mauro Barbetti, Manuel Cohen, Danilo Mandolini, Renata Morresi e Paolo Steffan, ha individuato sei vincitori all’interno di una rosa di finalisti, per la Sezione A (Sillogi brevi): Adele Bardazzi, Emanuela Capodarco, Alessandra Corbetta, Emanuele D’Ambrosio, Fernando Della Posta e Nadia Scappini.

Pubblichiamo alcune poesie di Emanuela Capodarco.

A Jole

Discutevamo sole
sulla poltrona gialla anni sessanta
nox est perpetua una dormienda*
splendeva la tua voce

e lungo la stradina a sole alto
raccoglievamo fichi
per strane marmellate

ma quando ritornavi a mani piene
dalla città giuliana
io ti correvo incontro col mio inverno

finché non incrociavo le falangi
con le tue dita lisce, Jole
lo vedi com’è facile incontrandosi
rinchiudere il dolore?

2 dicembre 2018/29 aprile 2019

*Nota: Carme 5, Catullo:” Il nostro destino è dormire una sola notte infinita”

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