Un altro tempo di Giovanna Rosadini

Pelagos Letteratura. Rivista diretta da Umberto Piersanti

Recensione a Un altro tempo, di Giovanna Rosadini

A poco più di un decennio dalla pubblicazione di Unità di risveglio, nella serie bianca dell’Einaudi, Giovanna Rosadini torna a ripercorrere le tappe della sua personale vicenda con il recente Un altro tempo, edito da Interno Poesia, che richiama nel titolo un breve e intenso componimento dell’opera precedente.  E non ci meraviglia il ribattere del flusso dei pensieri contro le medesime sponde, consapevoli che un vento come quello dilagato nella vita della poetessa, divelte porte e finestre di casa, non ammetterà il ritorno a una calma perfetta: spirerà sempre da una stanza all’altra una sottile brezza, dondolerà un filo di ragnatela a inanellare i giorni.

Giovanna è vissuta per alcuni mesi in stato di incoscienza in seguito a un malore improvviso, fino al momento in cui, gradualmente, la realtà ha ripreso a farsi strada nel buio e nel silenzio della sua condizione, attirandola col richiamo ineludibile dei suoni, della luce, delle esigenze del suo stesso corpo che reclamava un accudimento del tutto nuovo e particolare.  Da questi “sprazzi di luce che per brevi istanti fanno esistere il mondo” si riavvia il cammino della sua nuova vita; riprende a risuonare dagli incerti, stentati balbettii, la voce che era andata piana e sicura nell’universo della Poesia italiana contemporanea, e che si è ormai riaffermata, più profonda, più accorata.

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Leggendo Riga di mezzeria di Feliciano Paoli

Pelagos Letteratura. Rivista diretta da Umberto Piersanti

Di Enrico Capodaglio

Mi sento agevolato nello scrivere di questo libro di poesia, Riga di mezzeria di Feliciano Paoli, un’antologia organica con testi inediti (Archinto, 2021), dal fatto di conoscere l’autore da non meno di venticinque anni. Non sempre è un bene, lo so, ma in questo caso posso ritrovare nella sua personalità dal vivo non dico la sostanza ma il tessuto unificante sul quale sono dipinti i suoi volti molteplici di scrittore: si tratta di un uomo di gentilezza signorile e di un animo pensoso e segreto, che osserva e considera tutto senza giudicare, ponderandolo al vaglio della sensibilità originale. Ho detto di un libro di poesia, anche se si tratta di un misto di composizioni in versi e, in misura minore, in prosa. La poesia, infatti, in quest’opera si manifesta in entrambe le forme, anzi: mi sembra che i versi con gli anni vadano sempre più incontro alla prosa, mentre è la prosa a farsi più ritmica e figurale. Con riguardo ai versi noto che, in una prima fase, soprattutto in La colpa del fiorire, il canto è cadenzato, musicando i testi come fresche canzoni popolari e filastrocche magiche:

Così è San Cristoforo protettore
dei passi, malagevoli, fra i sassi
difficili soccorre l’errore e lo sbaglio
dell’andare pesante bagaglio, accendi
i tuoi lumi, lancia i ponti sui fiumi
sta vicino nell’incerto disagiato cammino
aiuta tu, che sei saggio, a fare un ottimo viaggio.

L’autore raffina gli schemi da ballata con due tocchi decisivi: l’adozione delle rime interne e i pensieri perturbanti, che dicono di un soggetto contemporaneo in viaggio perpetuo e senza pace, seppure nei paesaggi magnifici marchigiani e umbri. Il poeta infatti compie associazioni singolari tra questi pensieri e le esperienze, e arricchisce le situazioni con la tendenza a liberare l’inconscio non già nel sogno ma da sveglio, e non in un ambiente di nevrosi urbana ma di quiete collinare e montana.

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Recensione di Campi d’ostinato amore

Pelagos Letteratura. Rivista diretta da Umberto Piersanti

Umberto Piersanti
Campi d’ostinato amore
La nave di Teseo, 2020

Un patto stabilito altrove chiama la parola del poeta e si fa interprete di un ideale di bellezza classica che da Raffaello passa nei secoli sulle docili, mobili foglie scoperte, troppo scoperte e, qui, nutre quell’incanto dell’anima e dei luoghi tra magia e leggenda, quel canone mitografico che… non si distingue quasi più tra il bello di natura e il bello poetico. È nella permanenza di questa regola dettata altrove il mistero della grandezza della poesia fino alla sua massima elaborazione attraverso un’intima fede del luogo, della memoria, dell’uomo. La percezione segue un’architettura di pensiero lucido e quieto che di lontano guarda il lontano e la memoria traccia con le sue lacrime luminose la via. Le rêveries risalgono il sé come «i cori che vanno eterni/tra la terra e il cielo». Hanno radici «in remoti boschi,» dove «l’assurdo poco oscura/nevi e foglie/non scolora i bei crochi/nei greppi folti,/ma il tuo male/figlio delicato,/quel pianto che non sai/se riso stridulo/che la gola t’afferra/più d’ogni artiglio,/questa bella famiglia/d’erbe e d’animali/fa cupa/e senza senso/e dolorosa».

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Recensione di ‘Linea intera, Linea spezzata’

Pelagos Letteratura. Rivista diretta da Umberto Piersanti

Milo De Angelis
Linea intera,
Linea spezzata
Mondadori Libri, Milano 2021

In questa narrazione morbida e vibrante, tagliente dal profondo, immediata e coinvolgente, l’io lirico si apre senza infingimenti. Si manifesta con una «prosa» intensa, posta in attesa, lì, dove non c’è nulla di chiaro se non l’atto finale, la fine e la perdita di ogni cosa. La tragedia torna a volare come semplice attuazione del desiderio che investiga il buio e l’altrove forse in cerca del chiaro. Tutto sembra confluire in un grande segreto che coincide con il ritmo delle cose. E ciascuna porta con sé la possibilità latente del frangere, ciascuna può spezzarsi da un momento all’altro e aprire una spaccatura mortale in chi la ode. Ogni cosa che chiama dal profondo della «voragine» è «l’isola segreta, remota, irraggiungibile». E ancora «l’isola sarà guardata nella sua bellezza», nel punto d’incontro tra lo slancio vitale e l’abisso che si spalanca nel nulla, nel non senso. Uno sgomento lucido e piano intesse la versificazione narrativa della catastrofe.

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Ed è sera ed è mattina

Pelagos Letteratura. Rivista diretta da Umberto Piersanti

Ad un certo punto della propria vita si arriva a riecheggiare il passato, a ripopolarlo delle persone, delle immagini, dei paesaggi che l’hanno contornato e definito; tutto questo è, direi, la cosa più normale del mondo, qualcosa che si inscrive nella naturale progressione del proprio tempo, e l’eco di quel suono passato, se posto a confronto con quello che si vive, cambia le proporzioni (e la percezione) della propria quotidianità. Non è solo una questione di bilanci, anche se questi non mancano mai, neppure quando il momento del rammemorare non si era ancora proposto con la necessaria forza (non peso, non amo questo termine) – con la durezza, vorrei anche dire – degli anni.

Non solo un bilancio, quindi, ma pure una raccolta a sé di quel tempo, una riproposizione sempre poetica, nel senso più lato del termine, della vita passata. Quella poesia, in genere, viene conservata nel proprio intimo, non si traduce in null’altro che in un ricordo più o meno patetico (nel senso di un pathos che lo anima e lo ravviva). Quando però la poesia esce dal suo senso esteso e si fa precisa parola creatrice di sentimenti, immagini, di una visione che trascenda i bilanci o la nostalgia per qualcosa che si è perduto tra le nebbie del tempo; quando il ricordo è precisamente la materia di un poeta (la sua scrittura), allora il rammemorare acquista un tono, una densità, una forza affatto diversa.

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Il buio della scarpiera

Pelagos Letteratura. Rivista diretta da Umberto Piersanti

Francesca Piovesan:  Il buio della scarpiera
Giuliano Ladolfi Editore – 2019

Il buio della scarpiera: difficile resistere al richiamo di un titolo tanto originale.

E se è istinto del poeta andare a intingere la penna dove più fitto respira l’inchiostro delle ombre, è proprio il buio di quel vano negletto e anonimo il luogo dove Francesca Piovesan va a portare la luce della sua poesia.

Questo suo più recente lavoro, il terzo in versi, esita in un volume snello ma di grande intensità, fin dalla citazione in apertura, tratta da Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, dove il poeta caro all’autrice pone l’accento sull’intima fierezza di donne col “dolore come destino”, sulla loro segreta bellezza, plasmata dal conflitto fra due forze opposte: sogno e disincanto. La citazione ci introduce a un dualismo che è il sottile filo conduttore dell’intera raccolta. Cinque sezioni, cinque stazioni di un viaggio di formazione dell’io femminile protagonista, dall’iniziale condizione di “Attesa”, di ripiegamento sulla “Memoria” alla finalmente raggiunta consapevolezza del “sé”, affermata perfino con “Impertinenza”.  E una volta indossato e fatto proprio l’abito di libertà necessario, ecco l’audacia, la sfrontatezza di affrontare il segreto custodito nell’oscurità della scarpiera.

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Fedeltà alla poesia

Il concetto di canone spesso non corrisponde ad una precisa connotazione, anche se da un punto di vista etimologico il termine indica una misura, dal latino canon, canonis, in quanto è il risultato di scelte inevitabilmente influenzate dal contesto storico, sociale e culturale e rispecchia un criterio di selezione e di valutazione rivolto all’inclusione o all’esclusione di determinate opere.

Nella recentissima antologia poetica intitolata Braci (ed. Bompiani, Milano 2021), il curatore Arnaldo Colasanti, non sembra avere ricercato un criterio di scelta univoca, un canone cui attenersi, data, come lui stesso scrive “la labirintica verità in fieri dei processi espressivi” di ogni poeta. Il metodo di indagine critica che ha scelto è ermeneutico, rivolto cioè all’auscultazione dei testi: l’ermeneutica è, infatti, un atteggiamento conoscitivo che tende a mettere in luce o accentuare il non detto. Hans Georg Gadamer e Paul Ricoeur, nella loro definizione di ermeneutica partono precisamente da questo punto: ossia dall’interpretazione non come “atto”, più o meno cosciente, ma come “luogo d’origine” o “processo vivo”.

Nei testi degli autori che ha incluso Colasanti, scusandosi d’aver trascurato molte voci di rilievo nell’ambito della poesia contemporanea, ha ricercato, come scrive, “il mitico Geist”, inteso, secondo il pensiero Schellinghiano, quale “fame di essere”: la lingua cioè concepita come corpo vivente “nella sua fatica di studio “e “nella sua capacità d’immaginazione”.

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Pensiero per Francesco Scarabicchi

L’AMICIZIA

Francesco Scarabicchi (Foto di Giandomenico Papa)

È possibile raccontare un’amicizia senza infrangere il suo valore? Impresa ardua che non intendo affrontare, spaventato dalla possibilità di sciupare la sua intimità con l’inadeguatezza della parola. L’amicizia, come l’amore, non si governa, non si sceglie. È un destino altro a farsene carico. A noi il compito di comprenderne il senso, il legame sommerso che ne conduce le gesta e ne condiziona gli esiti. Sappiamo riconoscerla, alimentarla, apprezzarla, ma non possediamo i suoi reconditi meandri, fortunatamente sottratti dalla nostra disponibilità. Dove, quindi, si forma e si manifesta l’amicizia? Là ove la ragione non ha dimora e prevale il cuore. L’innegabile bisogno di sentirsi liberi, di colmare il desiderio. In estrema sintesi, di rimanere ossessivamente bambini. A Francesco. Amico mio.

Giandomenico Papa

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