Ed è sera ed è mattina

Pelagos Letteratura. Rivista diretta da Umberto Piersanti

Ad un certo punto della propria vita si arriva a riecheggiare il passato, a ripopolarlo delle persone, delle immagini, dei paesaggi che l’hanno contornato e definito; tutto questo è, direi, la cosa più normale del mondo, qualcosa che si inscrive nella naturale progressione del proprio tempo, e l’eco di quel suono passato, se posto a confronto con quello che si vive, cambia le proporzioni (e la percezione) della propria quotidianità. Non è solo una questione di bilanci, anche se questi non mancano mai, neppure quando il momento del rammemorare non si era ancora proposto con la necessaria forza (non peso, non amo questo termine) – con la durezza, vorrei anche dire – degli anni.

Non solo un bilancio, quindi, ma pure una raccolta a sé di quel tempo, una riproposizione sempre poetica, nel senso più lato del termine, della vita passata. Quella poesia, in genere, viene conservata nel proprio intimo, non si traduce in null’altro che in un ricordo più o meno patetico (nel senso di un pathos che lo anima e lo ravviva). Quando però la poesia esce dal suo senso esteso e si fa precisa parola creatrice di sentimenti, immagini, di una visione che trascenda i bilanci o la nostalgia per qualcosa che si è perduto tra le nebbie del tempo; quando il ricordo è precisamente la materia di un poeta (la sua scrittura), allora il rammemorare acquista un tono, una densità, una forza affatto diversa.

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Il buio della scarpiera

Pelagos Letteratura. Rivista diretta da Umberto Piersanti

Francesca Piovesan:  Il buio della scarpiera
Giuliano Ladolfi Editore – 2019

Il buio della scarpiera: difficile resistere al richiamo di un titolo tanto originale.

E se è istinto del poeta andare a intingere la penna dove più fitto respira l’inchiostro delle ombre, è proprio il buio di quel vano negletto e anonimo il luogo dove Francesca Piovesan va a portare la luce della sua poesia.

Questo suo più recente lavoro, il terzo in versi, esita in un volume snello ma di grande intensità, fin dalla citazione in apertura, tratta da Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, dove il poeta caro all’autrice pone l’accento sull’intima fierezza di donne col “dolore come destino”, sulla loro segreta bellezza, plasmata dal conflitto fra due forze opposte: sogno e disincanto. La citazione ci introduce a un dualismo che è il sottile filo conduttore dell’intera raccolta. Cinque sezioni, cinque stazioni di un viaggio di formazione dell’io femminile protagonista, dall’iniziale condizione di “Attesa”, di ripiegamento sulla “Memoria” alla finalmente raggiunta consapevolezza del “sé”, affermata perfino con “Impertinenza”.  E una volta indossato e fatto proprio l’abito di libertà necessario, ecco l’audacia, la sfrontatezza di affrontare il segreto custodito nell’oscurità della scarpiera.

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Fedeltà alla poesia

Il concetto di canone spesso non corrisponde ad una precisa connotazione, anche se da un punto di vista etimologico il termine indica una misura, dal latino canon, canonis, in quanto è il risultato di scelte inevitabilmente influenzate dal contesto storico, sociale e culturale e rispecchia un criterio di selezione e di valutazione rivolto all’inclusione o all’esclusione di determinate opere.

Nella recentissima antologia poetica intitolata Braci (ed. Bompiani, Milano 2021), il curatore Arnaldo Colasanti, non sembra avere ricercato un criterio di scelta univoca, un canone cui attenersi, data, come lui stesso scrive “la labirintica verità in fieri dei processi espressivi” di ogni poeta. Il metodo di indagine critica che ha scelto è ermeneutico, rivolto cioè all’auscultazione dei testi: l’ermeneutica è, infatti, un atteggiamento conoscitivo che tende a mettere in luce o accentuare il non detto. Hans Georg Gadamer e Paul Ricoeur, nella loro definizione di ermeneutica partono precisamente da questo punto: ossia dall’interpretazione non come “atto”, più o meno cosciente, ma come “luogo d’origine” o “processo vivo”.

Nei testi degli autori che ha incluso Colasanti, scusandosi d’aver trascurato molte voci di rilievo nell’ambito della poesia contemporanea, ha ricercato, come scrive, “il mitico Geist”, inteso, secondo il pensiero Schellinghiano, quale “fame di essere”: la lingua cioè concepita come corpo vivente “nella sua fatica di studio “e “nella sua capacità d’immaginazione”.

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Nel nome dell’Amore, della Poesia e dello Spirito Sacro

(Roberto Marconi, 2021)

Potrebbe far parte del lezionario delle nuove celebrazioni liturgiche, le poesie sorte e cintate nell’opera di Francesca Serragnoli “La quasi notte” (MC edizioni, Milano 2020; per la collana “Gli insetti” diretta da Pasquale Di Palmo), la contemplazione è d’obbligo nell’approcciarsi a questa piccola, solo nelle fattezze, raccolta, di misteri insoluti. Ma ci viene subito in ostacolo lei, la Francesca: “La mia poesia rischia che l’idea venga prima della figura. L’idea non ci garantisce, i concetti non salvano la realtà dal diluvio, non ci mettono le cose in cassaforte. Devo essere un uomo e non l’idea di un uomo. La contemplazione mistica si avvicina talvolta più al silenzio che la profanazione. È vero che tutto è dentro al pensiero, fuori non sappiamo cosa ci possa essere e il pensiero si avvicina a ciò che intendiamo con la parola spirito. Ma la poesia non è un pensiero in metafore o in immagini belle, è un oggetto da fare, è una creazione, anche se non dal nulla” (p. 75). Chi scrive fa di questa materia di gravità (“poco più alta di un fiore”), chiamata pure vita, una pura appunto sospensione, dove come lavoro di formiche (“scendono i giornie ci mangiano quel poco di vita”) accumula con cura i passi da fare, i propri da divenire condivisibili e domestici, così “la sera cade sulla farfalla / come una tegola spezzata“. Ho spesso discusso con me, fino all’oblio o all’alba, sul passaggio tra sera e notte, in quale valico dello spazio vi si trovassero faccia a faccia, per salutarsi con la bizzarra idea di scambiarsi i ruoli. Mi viene in soccorso ancora la Francesca nell’inizio di un’altra poesia: “Dicono che la quasi notte / abbia tempo di fissarti / prima che gli storni avvolgano l’aria” (piccola annotazione: nella pagina che ho davanti il primo verso è stampato più chiaro, forse per contrasto o perché poco meno che giorno si appresta visivamente al buio e anche di seguito “scoprano un decolleté nudo / l’ora senza foulard” il primo francesismo sbiadisce ugualmente).

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L’isola della colpa di Lagazzi e Tomerini, recensione

La colpa e il suo senso ci isolano
come la parola senza la sua lingua
(Roberto Marconi, 2021)

“Il chiaro del bosco è un centro nel quale non
sempre è possibile entrare; lo si osserva dal
limite e la comparsa di alcune impronte di
animali non aiuta a compiere tale passo”.

María Zambrano

È un romanzo circolare quello di Tomerini e Lagazzi “L’isola della colpa” (Passigli Editore 2020) come l’iter di un essere umano: in conclusione si ritorna, anche solo con la mente, all’incipit: “Ci sono cose che devi fare, anche se ti costano il sangue”. Perché vivendo si muore ai contrasti (chiamateli come volete: giorno e notte, bene e male, yin e yang, ecc.), come il grande abbraccio del muro bianco di un convento, dove si svolge principalmente questo consistente racconto (il luogo è dedicato a Sant’Anastasia, da una ricerca scopro che il nome vuol dire “colei che nasce a nuova vita” come vorrebbe la Resurrezione e proprio ora porto a compimento quanto scritto, dove il 15 aprile è della venerata l’onomastico), anche se per le vicende che si susseguono e per la forte transitorietà lo spazio primariamente sembra più un tempio, il quale può affrancare o all’opposto rabbuiare/abbacinare di riflesso col sole (tale da tentare di spegner ad esempio la speranza d’un raccolto). Tra fede e incredulità, nel libro, si leggono storie che spaginano le vite degli interpreti, i quali sono in continua visita alle istanze sostanziali e insolute dell’esistenza che l’ascolto, la contemplazione, tra certezze e tentennamenti, diventano capitali. In un passo un protagonista afferma la grande difficoltà a credere ma “è meraviglioso osservare come gli esseri votati al sacro abbiano cercato di racchiudere in templi, celle o cappelle, in sale o cripte vibranti dell’eco di campane o di gong, inchiostri o eremi, in apsidi, sacrestie o battisteri ciò a cui non si può alludere nemmeno con le idee più acute della filosofia o con le metafore più audaci della poesia perché forse non è altro che il respiro della verità inattingibile”.

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I poeti e gli alberi: dall’acero alla vite

La crisi ecologica del pianeta si va progressivamente aggravando, con i conseguenti cambiamenti climatici cui assistiamo, per questo motivo negli ultimi tempi si sono levate molte voci a difesa dell’ambiente, non ultima quella di Papa Francesco, che, nell’enciclica Laudato sì, ha ribadito l’assoluta necessità di un’ecologia integrale, in cui la preoccupazione per la natura e l’equità verso i poveri debbano diventare un impegno improrogabile della società. La difesa dell’ambiente non è, tuttavia, una questione sorta soltanto negli ultimi anni: Plinio il Vecchio, infatti, già nel primo secolo dopo Cristo, condannava l’ingratitudine dell’uomo contro gli atti di violenza inaudita nei confronti di una madre natura tanto generosa e scriveva: “Essa ci accoglie al momento della nascita, e, venuti al mondo, ci nutre, e una volta partoriti ci sorregge sempre; finché alla fine, ci abbraccia nel suo grembo”. Deplorava, in sostanza, tutto ciò che potesse danneggiare irreversibilmente la terra, come le cave per l’estrazione dei marmi e lo sfruttamento intensivo delle risorse della natura ai soli fini di lucro. All’inizio della rivoluzione industriale, il poeta inglese Hopkins, nella poesia i pioppi di Binsey intonava i versi: “Oh, se sapessimo che facciano, / a vangare e colpire, / mutilare, torturare il verde in rigoglio! / La natura è tanto tenera a toccarsi; / è così fragile creatura …” Naturalmente furono voci disattese ed ancor oggi non si è sviluppata un’adeguata coscienza in tal senso, se pensiamo che in meno di un anno, nella foresta pluviale dell’Amazzonia, il polmone del pianeta, è avvenuta una deforestazione pari all’area dei Paesi Bassi.

Ed è anche per questo motivo, quindi, che assume considerevole rilievo il prestigioso volume di Mino Petazzini La poesia degli alberi, pubblicato nel 2020 dall’editore Luca Sossella. Si tratta di un’antologia, ma soprattutto di un lavoro critico, come nota Roberto Galaverni, di notevole spessore culturale, dato il numero degli autori antologizzati e ancor più delle numerose poesie e prose poetiche presenti.

Settantasei sono i capitoli (ai quali si deve aggiungere un’ulteriore sezione di carattere generale, intitolata Prologo degli alberi), rispondenti ciascuno alle specie trattate, che vanno dall’acero alla vite; ogni capitolo è preceduto, scrive nell’introduzione il professor Franco Pedrotti, celebre accademico ed esperto di botanica, da una nota critica introduttiva, relativa alla singola varietà, che viene a costituire un piccolo trattato di carattere botanico e poetico. A proscenio dell’antologia, c’è il delizioso idillio la Sampagna, di Giovanbattista Marino: “Corsero aprova, fatte/ peregrine le selve; e dele selve/ le Driadi cittadine/ abbandonati i lor nativi tronchi…”.

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La ragione della polvere di Luca Pizzolitto

La ragione della polvere: 103 testi, scanditi in 5 sezioni, 103 stanze di cui l’autore schiude le porte invitando il lettore a immergersi nel flusso vitale che le attraversa.

Perché Luca Pizzolitto non è di quei poeti che nascondono il proprio intimo sentire dietro circonlocuzioni ed ermetismi artificiosi, nello sforzo di conciliare lo slancio di dirsi con la sottile vanità del mistero. Luca dice con sincerità disarmante le cose come stanno, come tutti le sperimentiamo:

“la vita, anche tu lo sai,
è questa cosa atroce e fragile”

chiamandoci alla comunione nel “peso infermo delle cose”, nell’“affaticata solitudine”, nell’”affanno senza tregua del vuoto”.
I topoi del suo universo sono di quelli intorno ai quali ruota da sempre l’umano discettare: solitudine, amore, ricerca di Dio.

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Tra migrazioni e trasmigrazioni

Recensione di Tutti gli occhi che ho aperto (Marcos y Marcos, pp. 143, € 20)

Ormai ben definiti dalla critica, ci sono alcuni punti che si possono ritenere saldi nella poetica di Franca Mancinelli, topoi e argomenti che con dimostrata continuità attraversano le sue opere evolvendosi tecnicamente in stile e formulazione, approfondendosi secondo risvolti specifici e precise determinazioni: ma dovendo scegliere tra di loro una coppia, quella che si mostrerebbe sicuramente in primo piano per rilevanza e occorrenza sarebbe l’esperienza del viaggio associata alla relazione con l’altro da sé. Nella sua nuova raccolta, ripartendo da questi assi portanti, l’autrice prosegue quanto tracciato nelle opere precedenti, accogliendo direttrici inedite per tendere verso un nuovo piano concettuale: Franca Mancinelli in Tutti gli occhi che ho aperto (Marcos y Marcos, pp. 143, € 20) riunisce alcune costanti della sua poesia creando un tracciato che ricalibra la loro estensione significativa in direzione metafisica.

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