Una poesia dal carcere

di Umberto Piersanti

Ho avuto un’esperienza emozionante nel carcere di Monte Acuto, ho presentato ai detenuti le mie poesie e ho dialogato con loro. Premetto: non sono un garantista totale, avrei votato contro l’indulto e l’amnistia. Ritengo che la certezza della pena, una pena non sproporzionata e non crudele da scontare in un carcere il più possibile dignitoso, sia un elemento fondante del sistema giudiziario. Detto questo posso tranquillamente affermare che quasi mai ho avuto un uditorio altrettanto attento e partecipe. Chi mi ascoltava ha anche rifiutato il quarto d’ora di intervallo, che significa anche un quarto d’ora in più d’aria, che gli spettava.

L’incontro di poeti, scrittori ed artisti con i detenuti, era stata un’iniziativa del Consiglio Regionale delle Marche in collaborazione con altri enti come il Garante dei diritti dei detenuti e l’Ombudsman delle Marche. Le poesie e i dipinti sono usciti nel volumetto Liberamente.
Ho scelto una poesia che mi sembra firmata da Curdistan E.D.G. (ma l’intreccio delle iniziali con cui sono firmati quadri e poesie risulta un po’ confuso).
In questi versi non c’è traccia di retorica. L’incontro con la madre nell’aldilà ricorda a suo modo una delle più intense poesie di Giuseppe Ungaretti, intitolata per l’appunto La madre. La gentilezza degli ultimi versi si ricollega alla grande tradizione orientale, in particolare persiana. Il velo e i capelli della madre ne sono il segno più evidente. Ho dunque postato questa poesia su Pelagos, mosso non da un impegno etico, se non in minima parte, ma dal valore del testo. Un testo bello e significativo che potrebbe stare benissimo in tante antologie nelle quali autori modesti, spesso amici del curatore, abbondano.

Bramo il pane di mia madre
Il caffè di mia madre
Il tocco di mia madre

Cresce in me l’infanzia
Giorno dopo giorno
Ed amo la mia vita…perché
Nell’ora della mia morte
Mi vergogno delle lacrime di mia
madre!

E se tornassi indietro un giorno
Prendi velo per tua ciglia
E copri le mie ossa con erba
Benedetta dalla tua caviglia.
E stringi le mie catene
Con un ricciolo dei tuoi capelli
Con un filo penzolante dell’orlo del
tuo vestito.

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Una risposta a Una poesia dal carcere

  1. Annie Seri says:

    Ho potuto ascoltare dalla voce dell’autore la poesia che il detenuto ha scritto
    ispirandosi alla madre .E’ un uomo altissimo ed imponente nonché privato della libertà eppure ha saputo esprimere la nostalgia ,la tenerezza,l’assenza con capacità e profondità non comuni .Spero che queste iniziative continuino e altri detenuti possano sperimentare la potenza dell’arte e della bellezza

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