Poesie di Víctor Rodríguez Núñez (2): Treni, Autoritratti, Istantanea

Víctor Rodríguez Núñez

Pubblichiamo altre tre poesie del poeta cubano Víctor Rodríguez Núñez tradotte da Emilio Coco.

Treni

A María Isabel Borrero

e così correva il treno immobile
Pablo Neruda

Da quando sono nato
per caso alla morte
feroci
e solo per me
tutti i treni fischiano

Quelli da bambino erano convogli di zucchero
cubetti di legno in fila nel portone
stridendo sul binario
che lasciano le lumache
lentamente ubriache
che rotolano verso la purezza
come colombe nere
sopra un cielo segnato
da lampi dolci
che mangiano le formiche

Su un treno mi allontanai dalla collina
dove oggi non c’è la mia casa
– né il cane color sporco che mi abbai
né il nonno falegname
ancor meno la nonna col suo ago difficile –
solo mamma sveglia
qualche odor di banane
ceneri e cipolle
mio fratello distratto
e quattro vecchie tavole d’inverni e di stanchezze
rose artificiali
una radio col mio nome
e quel diavolo di puledro che lotta con il ragno

Persino
nel 70
fui frenatore pazzo
conduttore per finta
con la lanterna accesa dalla pioggia
di treni sonnambuli che violentavano l’ombra
desiderabile di ogni alba
Me ne andai quando caddero stelle sui miei occhi
quando le parallele si interruppero

nell’infinito
– nudo di rugiada
di polveri procurate in funerali e ponti

Poi salii su vagoni
che mi portarono
sempre
dalle ossa al sole
da gennaio a dicembre in primavera
dall’onda alla nuvola che s’annida in collina
dalla luce alla pietra
dall’acqua fino al silenzio
da una scalcinata
brutta
e sporca stazione
alla chiamata
Stazione Speranza

Poco fa un treno
mi allontanò dall’amore
– e dovetti
nonostante
essergli grato per la baia
colma di luci
delle navi che dormono
e che si sveglieranno senza incubi
E più tardi una palma
sopra la terra rossa toccata dal trattore
una casa rotonda con laguna
le canne che fioriscono
e il recinto di filo spinato appeso a un airone

Adesso questo treno
per niente vertiginoso
mi avvicina alla città
dalle mie nozze di schiuma
Dal vagone ristorante
prendo birra scura
uova di cioccolata
cuori dorati
che scricchiolano tra i denti
il mio pane di solitudine
Nella città mi aspetta una donna
e nella donna
un figlio

Un giorno partirà l’ultimo treno
Un convoglio trasparente
senza ruote materiali
senza fumo né suono
Sono sicuro
Sarò l’unico passeggero
Mi siederò al mio posto
violento fischierò
Così restituirò quello che mi hanno dato
questi treni maledetti

Da quando si è fatto buio
per necessità alla vita
teneri
e solo per lui
tutti i treni fischiano

Autoritratti

Ecco il cavalletto
Di canapa e lino
la tela pura
teso il telaio
la tavolozza ovale con tutti i colori
Azzurro di cobalto
nero d’avorio
giallo di Napoli
Un gioco di pennelli
una spatola
e un litro di acquaragia
Solo mancano la luce
la maldestra mano
ogni disinganno
il tuo volto immobile ipocrita lettore

Un muro in carne viva
Quattro palme reali
sfumate
come tutte le frasi di mio figlio
La linea umida dell’orizzonte
Il cane
– un cane sordo
che abbaia alla sua ombra
Un autobus di fumo
Tutto sereno impeccabile ordinato
sul punto di scoppiare

Istantanea

E all’improvviso la poltrona
come se ascoltasse
le prime parole della pioggia
si sta muovendo sola
nell’angolo più logico della stanza
dove la luce è poca
e germinano vecchie scarpe

Chi la ferma adesso
dopo questo lampo
che alza la gonna alla vicina
quest’orologio addormentato
che sta sveglio dalle nove e venti
questa carta fiorata
per nessun regalo dove scrivo

Sicuro che tutto è per sempre

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