Antiche storie delle Cesane

Di Francesco Duranti

L’inverno

Le Cesane, Fossombrone (Foto di Galloramenu, CC BY-SA 3.0, Wikicommons)

Un altro ricordo che ho, sempre raccontato dalla Nonna Imelde, dallo Zio Celso e dalla Zia Maria, la madre di Umberto, è quello dell’inverno così spaventoso e terribile che la Cesana poteva riservare con le sue tormente di neve, tanto pericolose al punto che qualcuno, nella piana verso ‘Carbone’, vi morì e venne ritrovato dopo lo scioglimento delle nevi, avvolto tra il mantello, dove i suoi familiari posero una croce fatta di canne.
Un giorno il nonno Celeste era venuto in Urbino per vendere delle carni di maiale ai Signori Piccini giù per il Monte ed è ripartito che iniziava a nevicare.
Per la paura passò per i Trasanni risalendo da Castelboccione in modo da evitare l’altura e l’apertura ai quattro venti della Cesana.
L’inverno lungo e spaventoso in quei luoghi, era sempre motivo di aggregazione e ‘fratellanza’ se così vogliamo dire, si stava insieme, si socializzava e si lavorava molto meno perché, la stagione invernale, fermava ogni tipo di lavoro esterno e dopo aver sistemato le bestie e provveduto alla legna, si poteva stare benissimo in casa e socializzare con i familiari, i vicini e gli abitanti del luogo.
L’aspetto che trovo più suggestivo legato all’inverno e allo stare in casa, sono le veglie davanti al camino con i racconti degli anziani e di quelle storie che sconfinano tra sogno e realtà, tra mito e leggenda e che hanno caratterizzato la cultura contadina e di paese di intere generazioni.
Storie affascinanti di personaggi immensi, che comparivano all’improvviso, di ‘sprovingoli’, di rumori ignoti di anime e di morti che non trovavano pace, di folletti e di creature fantastiche che abitavano negli sperduti angoli di quella antica terra e di quelle case.
Dei miti, dei racconti, delle paure che nella notte si innalzavano e crescevano come l’ombra di un passante con la candela su una parete, racconti di meraviglia e fantasia che i bambini ascoltavano, spaventati e sorpresi, di quei nonni disegnati negli ovali appesi alle pareti.
Storie belle e assurde che hanno fatto la storia della nostra gente.

L’ava delle Cesane

La nonna Fenisa, moglie di Celeste morì a cento anni: era una donna potente e forte mai piegata dalle tempeste e che ha sempre ricominciato con grande coraggio aiutandoci ad avere la stessa forza.
È la bisnonna che ho avuto il privilegio di conoscere, sapeva leggere e scrivere, le donne andavano da lei a far leggere le lettere che i mariti mandavano dal fronte, era una donna che tesseva al telaio, che allevava gli animali e che faceva le iniezioni alla Torre.
Non aveva paura di niente e passava persino di notte, per andare dai Formica a fare le punture, sotto il muro del cimitero di Via Piana; ammazzava le bisce, raccoglieva la ghianda e pregava per i morti; diceva la Corona in latino e baciava i bambini sulle mani perché diceva che i vecchi dovevano stare distanti dai più giovani.
Raccontava tante storie, recitava lunghe orazioni con una voce sempre più flebile fino alle sue ultime giornate, vicino alla finestra, nella sua cucina da cui guardava la sua casa persa nel fosso. Morì di Febbraio.
C’era un vento gelido che attraversava la Cesana e che portava via l’anima della donna dell’altro secolo che nacque quando si viaggiava con le carrozze e quando si parlava ancora di Garibaldi e Verdi scriveva le sue opere.
La bisnonna dell’ottocento coraggiosa e fiera che vedeva i folletti, la figlia del nonno Madìo, madre di sei figli e moglie del nonno Celeste.
Con lei è finita una storia, un’epoca che, se anche per poco, mi ha sfiorato e segnato.
Anche lei ora con tutti gli altri, riposa nel breve cimitero dove le margherite, il profumo dell’erba e la fede dei semplici, sembrano rendere la morte meno dura.

Un fiocco rosso

L’Imelde del nonno Celeste, era una sorella di poco più grande della mia nonna Imelde che morì di difterite, ‘el grupp’ come lo chiamavano gli anziani, ad un paio d’anni nel 1920 o giù di li, il cui nome venne rinnovato alla mia nonna.
Questa bambina l’ho conosciuta in un ritratto che la nonna Fenisa aveva appeso nella cucina, una bimba vestita da angelo con dei fiori in mano adagiata in un lettino; la tristezza di quella morte era lenita da un fiocco di velluto rosso dentro il quadro che come porpora rendeva sacro quel corpo dove per troppo poco tempo abitò l’anima di una Bacchielli.
Quel quadro è ancora a casa dell’Imelde vicino al nonno Andrea e agli altri ritratti antichi della famiglia.

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