Quando Dio canta

Franco Loi
Lader De Diu
(Quando Dio canta)

Ladolfi Editore

Di Rossella Frollà

C’è una poesia che non è priva di ingorghi, è stupore e sconcerto, è prolifica e sbottonata, di vena espressionista e dantesca, memoriale e civile, carnale quanto spirituale. È fuori dalla «grana letteraria» che contraddistingue i contemporanei e non si sa dove collocarla. Fascinosa e complessa, quando la si ascolta sembra quasi di assistere a «una serata di jazz a cielo aperto», a un «amur, sensa luntan» (amore, senza lontananze). È la poesia di Franco Loi che passa sulle bocche e nelle coscienze come l’aria che ossigena ogni verso del senso amoroso-escatologico del mondo. Una voce laica, quella di Loi, che attraversa tutto il Novecento fino ad oggi e restituisce fedele alla storia la disperazione, la vivacità e il vigore della sua Milano che diventa luogo universale, teatro del futuro inquieto e del passato doloroso. Le storie camminano come l’aria e la luce che «la tasta i robb, e pö se fa pü ʼn là» («tasta le cose e poi si fa più in là»). E cammina Milano «e già soffia l’ansia dei giorni da inventarsi …» con un fare tutto lombardo. Loi ausculta la gioia mescidata a quell’«aria dispersa che viene a strappi», tra i «ciocc» (rumori), gli «odi» e la «vergogna» e che vien naturalmente a porsi contro il Nulla più afono dell’esistenzialismo, a distanziarsi da una fare meccanico e razionale senza coscienza. Laico e lombardo è il suo fare tenace che cerca la coscienza e Dio, mai così apertamente come in questo libro. Si assiste all’invocazione del «[…]diu che ’l dorma den’ de mì» («[…]dio che dorme dentro di me»). Il tempo procede col suo passo eterno, dà e riceve mille volte presente e futuro tra le metafore quotidiane che intessono la spiritualità del concreto. L’antica folgorazione etica di Loi «ghè ‘l mal» («il male c’è») doma il male e si permea dell’amore che rovescia il pensiero di un mondo che «se desfa» («si sgretola»). Aveva scritto in Arbur (1994) «Stu mancament del mund me fa paüra». Ma Dio si fa aria e vento e luce e pane tra la spazzatura e in quel noi «sensa cunsciensa e sensa amur,/finî nel cess d’un bang de desperâ» («senza coscienza e senza amore,/ridotti al cesso di un tormento di disperati»). Ogni cosa abbraccia qualcos’altro, l’eterno stringe il tempo e il cosmo, le anime, le promesse, i desideri, le ombre. La parola di Loi si fa desiderio di stare con la coscienza: «Parli per vöja de stà cun la cusciensa». Tenera e dolce si spande nel chiaro dell’aria, si infiamma e si strappa nel magma incandescente delle vite. La sorte si mescola ai vivi come la morte: «de quèla sort ch’a nüm ghe par ʼnassensa/[…] e la ghe par luntan…» («di quella sorte che a noi pare un’assenza/[…] e ci sembra lontana …»). Allora si ruba Dio e si ha fame di una coscienza nuova che recuperi quell’esperienza panica infantile dove «mai i margarit û ‘ist pü bianch …» («mai le margherite ho visto più bianche …») e che respiri «d’un’aria vera pièna d’amis e de sent» («d’un aria vera piena di amici e sensazioni»). È preghiera tutta la raccolta. l’Io si fa estraneo al suono e prende forma il canto, l’espressione fisica dell’anima si fa parola sulla via dello Spirito e si abbandona al Silenzio e al Mistero.

Torna pura e povera la parola nell’atto in cui la rêverie si crea, si svuota di ogni orpello nell’esodo all’altro e vola libera sopra l’esperienza e il pensiero, sa di pane che lievita e di stupore e di speranza come quando si alza la testa dal pavimento. E il gioco con dio è a pieni occhi: «Uh, Diu, ‘me l’è luntan el mè vardà!» («Ah, Dio, come è lontano il mio guardare!»). La parola di Franco Loi ancora una volta raccoglie la società con le sue domande e con l’urgenza di dare conoscenza alla sua coscienza. È una risposta a quel Dio che «nella società secolaristica […] non è dichiarato morto né osteggiato, ma semplicemente ignorato» (Gianfranco Ravasi).

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1 commento a “Quando Dio canta

  1. “Voce laica” sì, ma con una ben chiara consapevolezza: la sacralità della poesia. Credo che per il Maestro Franco Loi la poesia, al pari della religione, serva a colmare la distanza che separa gli uomini da Dio. E se la società può ignorare Dio, così non è per la poesia: “fare il sacro”. Non è forse questa l’essenza della poesia?

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