Semina per Francesco Scarabicchi

(Roberto Marconi 2021)

Sono in biblioteca, a Potenza Picena. Sono venuto prima perché volevo scoprire nello scaffale della poesia contemporanea, che curo come un giardino bambino, ancora il libro di Francesco.  “Il prato bianco“, per le Edizioni L’Obliquo, lo trovo consunto come l’anno di uscita, il 1997 e costava 25.000 lire. Umberto mi telefona. Ancora mi sembra strano che per tutto questo tempo sia stato lì, con gli altri testi, in silenzio, ad aspettare qualche carezza, che qualcuno ne scambiasse una parola per una dimora. Il vaso di Pandora ho sempre creduto che nascesse qui. La copertina ingiallita resta una di famiglia, ne ha viste senza mai scomporsi. Francesco anche di persona riusciva comunque a rasserenarti. Dio solo sa quanto apprezzo per questo la quiete della neve e ringrazio la mente che me li lascia belli i ricordi, perché solo quelli fioccano. Lo conosco da chissà quanti versi, più di vent’anni ma ancora di più, forse trenta.

Una volta fu alla presentazione de “Il cancello” (Pequod 2001, due mila lire in meno), c’era Lucilio penso che fosse Grottammare … il volto, la voce, il modo, erano quelli della sua (nostra) poesia, di poche dolci parole, come un’occhiata che ti lascia almeno una densa considerazione, da meditare, il limine della vita. Sono convinto che la sua eredità risuonerà nel vuoto dei giorni. Non mi interessa sapere cosa c’è dall’altra parte quando si fa del bene qui, anche regalando un’emozione aggiunta alla nobiltà d’animo, si fa molto più di quello che si pensa. Ecco mi basta sapere questo, di questi posti consueti che Francesco ha centellinato, anche fossero solo racchiusi in una soglia, in un accessorio in una camera appena illuminata. “Indumenti da letto, le pantofole; / sul tavolo il ditale / e un uovo da rammendo”. Me lo immagino ora nell’altra stanza che ancora osserva la polvere che fa la luce e ora che passeggia sotto la mia casa: ho un campo tutto da scrivere.

Due anni fa, credo, a Recanati (tante le amiche e gli amici, accanto sempre Giandomenico) avvicinandomi a lui mi anticipò e con una mano, che si fermava paternamente al mio avambraccio, rispose al mio stesso sorriso con un Ciao.

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