Recensione di ‘Crocevia dei cammini’ di Luca Pizzolitto

«L’attenzione è il silenzio dei pensieri che si fa ascolto e sguardo. L’apertura di un dialogo muto con le cose. O la direzione di uno sguardo che ha scelto la sua meta e su di essa converge con l’abnegazione di chi sa sacrificare ogni indugio, anche piacevole, per rispondere a una chiamata, a un dovere. L’attenzione può richiedere un esercizio preparatorio, un atto di una sorgente, dal groviglio del sentire, separando dal nugolo dei pensieri un solo pensiero, il pensiero che è tutt’uno con la cosa che scegliamo di osservare o con la parola che decidiamo di ascoltare o con il gesto che vogliamo compiere. L’attenzione è invito di tutti i sensi a convergere verso un solo punto, verso una sola relazione. Anche se questo punto, questa relazione, può fiorire – nell’arco visivo o auditivo- sventagliandosi, moltiplicandosi. È quello che diciamo “stato di attenzione”. Questo stato di attenzione che trascorre sul molteplice e sul fuggitivo, è proprio, ad esempio, del cammino. Riapriamo Robert Walser, in una pagina della Passeggiata» in cui, con didattica postura, spiega al sovrintendente alle tasse l’utilità del passeggiare:

Con grande attenzione e amore colui che passeggia deve studiare e osservare ogni minima cosa vivente: sia un bambino, un cane, una zanzara, una farfalla, un passero, un verme, un fiore, un uomo, una casa, un albero, una coccola, una chiocciola, un topo, una nuvola, un monte, una foglia, come pure un misero pezzettuccio di carta gettato via, sul quale forse un bravo scolaretto ha tracciato i suoi primi malfermi caratteri».

Queste considerazioni su Walser, estratte da Il cielo nascosto di Antonio Prete (Bollati Boringhieri, 2019, pag. 168), ben esprimono il carattere meditativo della poesia di Luca Pizzolitto, il quale, in Crocevia dei cammini (peQuod, 2022) ha eletto l’immagine del cammino a motivo unificante del proprio pensiero poetico. C’è, nel racconto del cammino, una rêverie del vedere attraverso la conoscenza del Sé che si annuncia già dai versi di Bonnefoy posti a introduzione dell’opera:

E l’estraneo, l’esilio, in te e in me,
si faccia origine

«L’estraneo» è all’origine stessa dell’atto poetico, di continuo ponendo l’io poetante dinanzi alla «minaccia del mai-più». Cui ogni cammino tende, dilatando lo spazio e il tempo del pensare nel desiderio:

Nell’avanzo di parole
su cieli colmi di rabbia
qui dove piove piano
e rinfresca la sera
cedi al vuoto, al niente,
il dono austero delle labbra.

Nell’ostinato silenzio di Dio,
nel tuo sguardo breve
di madre trova riposo
ogni mia lontananza.

Camminare è stare soli dentro sé. È raccontare il confine tra la vita e lo sguardo. È farsi pensiero stesso dell’attesa. Questo componimento introduttivo alla raccolta, non casualmente, addensa, mediante una sintassi piana, una sequenza di immagini che suggeriscono un rovesciamento di prospettiva: resti di parole come rovine, «su cieli colmi di rabbia», piovono sulla terra, dissolvendosi in silenzio e abbreviando la distanza tra l’io poetico e il «tu» non identificato in cui «trova riposo ogni lontananza». Il «vuoto» e il «niente» che si accompagnano a questa rappresentazione sono parti di un accadere dove si fissa una tela malinconica e si rinsalda il legame del poeta con il transitorio. A questo punto, Crocevia dei cammini si rivela, già dal titolo- mutuato da alcuni versi di Margherita Guidacci, «Io sono spazio e luce/ Io sono il crocevia di liberi venti»-, come una raccolta nella quale Pizzolitto, per usare un’espressione di Walser, illumina «l’uomo interiore». E tuttavia, questa definizione pare non bastare a racchiudere il senso del cammino intrapreso dal poeta: l’uomo interiore è infatti anche colui che muove dal silenzio verso la lingua, come nota anche Prete:

«La parola interiore è il silenzio che muove verso la lingua»

Infatti:

È il cadere atroce della bellezza
tra la fame e il rantolo della ragione
non è muta la polvere
questo silenzio tra i nostri corpi,
il fragile inganno delle mani.

Il niente che pervade le regioni della lingua si delinea quale dimora del silenzio da cui hanno origine la parola poetica e l’inganno stesso della corporeità. La polvere non è muta: consegna il suo verbo alla vita al fine di riunirla a sé e tramandarne il respiro. Nella dimensione amorfa della non-parola sono dunque lo stato di mancanza, la fame e la sete che scandiscono il cammino poetico verso una possibile risoluzione di sé:

Forse il senso della vita è qui,
nel tempo che scorre e non chiede
ragione; forse è l’abbaiare di un cane
alla notte, il ricordo di una giovinezza
ormai lontana.

Nessuno verrà a dirti
ciò che manca.

È come bere, bere tenendo le labbra
strette alla bottiglia, bere e avere sempre
più sete.

Questi versi, intrisi di immagini leopardiane, orbitano attorno a un nucleo di riflessione fondamentale: «nessuno verrà a dirti/ciò che manca». Il poeta, destinato all’insignificanza, realizza la morte che si accompagna all’atto del dire e sente che a ogni parola aumenta la sua tensione verso la polvere. E allora, il pharmakon è nel «forse» incondizionato e privo di soluzione: accettare lo scorrere del tempo e lo sbiadire di ogni cosa nella lontananza, fare della sete la spinta a interrogare gli abbandoni e gli addii.

A differenza de La ragione della polvere (peQuod, Rive), dove la parola è immediatamente chiamata a sondare i recessi dell’invisibile, in Crocevia dei cammini il poeta incontra un ostacolo difficile da valicare: è il corpo, rappresentato come dolente e soggetto ai limiti imposti dal tempo. Anche gli scenari naturali sono spesso raffigurati in una chiave materica, quasi a simboleggiare la natura come luogo di proiezione dell’interiorità poetica. Quel che Pizzolitto pare evidenziare è che aprirsi ai nessi tra visibile e invisibile significa anzitutto attraversare gli aridi confini tra corpo e spirito, tra memoria e respiro, tra vita e morte:

Abbandonato il fuoco sull’altra riva,
precipita il tempo nel tempo
che non sappiamo.

Guarda, qui fiorisce
il nulla, qui s’apre l’eterno
alla vita.

L’eterno è forse la voce della polvere? Il raccordo dei nostri spiriti consunti e desiderosi di elevazione? In un’atmosfera permeata da scenari metafisici, l’io poetico proietta sé stesso al di là di ogni confine valido a circoscrivere la vita. Egli riconosce nella polvere una valenza sacra e indicibile, la cui grazia è alle radici di «questo inquieto esistere»:

Crocevia dei cammini

Nello spazio sacro della sera,
nel volgere a compimento
di tutte le cose,
scenda ancora su noi la grazia,
una dolce benedizione.

A Te giunga il canto
di questo inquieto esistere,
a Te giunga il grido
che non trova pace, ragione.

La raccolta si chiude in maniera circolare con questo componimento, dove si accenna a un grido inquieto, simbolo di una vitalità disperata e desiderosa di senso. Si può quindi presumere che il crocevia cui il poeta, attraverso la propria ricerca, è giunto, debba far confluire entro di sé altre vie e ipotesi interpretative. Crocevia dei cammini può leggersi come frutto di un pensiero mobile, sempre al limite tra «metafisica del cielo» e «fisica della terra». È il prosieguo di un percorso che l’autore ci ha tracciato al fine di scortarci nei territori di una riflessione in costante divenire, «crocevia di liberi venti».

Pietro Romano

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