Solitudine moltitudine di Mino Petazzini

Mino Petazzini – Solitudine moltitudine – Bohumil 2022

Esiste l’espressione “facilità di scrittura”, e non sempre è una espressione lusinghiera nei confronti di chi scrive, sottintendo a volte una scrittura corriva, che non trova ostacoli perché non ne cerca, vuole restare semplice.
Pensavo se invece si potesse usare l’espressione “felicità di scrittura”. Che non vorrebbe dire scrivere la felicità, e neppure la felicità di chi scrive. Invece si potrebbe pensare questa espressione come uno stato che permette di scrivere con continuità cose di grande valore. Sappiamo che il tempo è una variabile non trascurabile nel lavoro di chi scrive. E questo anche per Petazzini, visto che è di lui che vorremmo parlare. Quindi non so se si può dire che ha attraversato un periodo di “infelicità di scrittura”, ma forse si può sostenere che questi anni sono per Petazzini anni davvero di felicità di scrittura.

Fra il 2019 e oggi ci sono i due libri per Bohumil, Scheggiando i muri e questo Solitudine moltitudine, e poi le grandi antologie con Luca Sossella editore La poesia degli alberi, prima, poi La poesia degli animali (la prima parte), poi sta per arrivare una seconda parte, poi alcuni titoli già quasi pronti ma ancora inediti (qualcosa ha potuto leggere, chi scrive).
Ma proviamo a cominciare a dire qualcosa di Solitudine moltitudine.

Stringendo al massimo: è un libro riuscitissimo, e meraviglioso (vero, in genere non si usano aggettivi della categoria estetica, ma si fa per chiarirsi. Si vorrebbe nel corso di queste righe provare a giustificare e argomentare la scelta).

La velocità, la lentezza, il ritmo. Il tempo

Comincerei da un esempio, da Solitudine moltitudine. Si tratta di Era così, lo sarà (a pag. 33 del volume).

Era così, lo sarà.
Luci piccole, limitate.
Lumini sul pavimento.
Stelle minuscole, contate.
Dev’essere successo qualcosa
Di inaspettato, tragico.
Le stelle sono a due passi.
Si spengono a ore, a minuti.
Non rimane che cera fra le dita.
Sai com’è la sensazione
Di aver dimenticato le chiavi,
il cellulare, il cappello.
La sensazione di avere poco tempo.
Di non averne mai avuto.
Chissà perché?

Credo di non essere il solo a restare colpito dalla scansione, davvero ritmica, di questa poesia. Si sale e si scende, portati dal tempo. Una cadenza che ti prende, e in un certo senso ti tiene e poi ti stringe e un po’ alla volta ti toglie il fiato, obbligato come sei a stare al tempo di quelle righe, di quei versi.

Gli esempi sono tantissimi, nel libro. In un certo senso Solitudine moltitudine vive di questo alternarsi di tempi veloci, di poesie più rallentate, del tempo. Del tempo di ieri, del tempo di oggi.

Ancora, solo pochi versi, Non c’è più tempo (pag. 63)

Non c’è più tempo.
La ragazza si trasforma in arbusto.
Il cavallo diventa un’auto.
Mi perdo nelle parole.
Ma non mi perdo nel passato.

Ecco, è un libro in equilibrio nel tempo. Fra il tempo veloce, quasi di carica di certe poesie e quello più dondolante (da sera riflessiva per lasciare ascoltare la melodia di un io che si dice con nudità) di altre, ecco fra queste c’è proprio il ritmo, cioè il battito, cioè la vita.

La lingua

Ecco un’altra caratteristica pienamente riuscita del libro: Petazzini scrive con un lessico non particolarmente alto o colto. Ma attraverso questa lingua appollaiata nel mezzo riesce a arrivare molto in alto (semplifichiamo: l’amore) e molto in basso (semplifichiamo: lo strazio)

esempi? eccone uno: Amore come pioggia di lato (pag. 54)

Amore come pioggia di lato
Sui capelli, sugli occhi, sulle labbra.
Amore come vento, surrealtà.
Musica di accompagnamento, tempesta.
Amore in casa, in una stanza.
Nei passaggi delle stagioni

oppure, all’inverso: Nel pianto realmente soffocato (pag. 94)
Nel pianto realmente soffocato.
Nel riso che forse ti ho insegnato.
Nel buio di sé che ognuno
Deve imparare a conoscere.
Da solo. In piena luce. In privato.
Un desiderio di normalità
Nell’aldilà quotidiano,
Facendo finta di niente.
Mentre altre donne attraversano la strada.
I giorni continuano,
Come se fossi più vicino a te.
Tu più vicina a me.

Se si facessero analisi lessicografiche su questi due esempi, credo proprio che a parte “surrealtà” tutto il resto starebbe bene nel patrimonio di chi conosca cinquemila parole. Una poesia che non fa forza sull’eleganza del registro, ma piuttosto sul senso del “da dire” (ma ci torneremo)

La grammatica: sostantivi, verbi, aggettivi

Scheggiando i muri, il libro precedente, era fin dal titolo una specie di convocazione di verbi. A parte i gerundi (presentissimi, ma presenti anche in Solitudine moltitudine) ci sono poesie scandite dai verbi in ingresso dei versi. Cito l’inizio da Cammina a piedi nudi:

Cammina a piedi nudi,
Sfiora l’erba come un soffio.
Volteggia sopra i tetti sul tappeto volante.
Spacca in due la luna.
Dirada la nebbia.
Recupera le armi.
Sorridi ancora, ricorda, taci

Era, è, un libro che si regge sulle fondamenta potenti dei verbi e dei sostantivi, quello.

Se passiamo a Solitudine moltitudine, colpisce che gli aggettivi si prendono posto, si prendono un peso diverso. Cito addirittura (da Guardando la gente comune) un verso così:

Di più usuale, scadente, periferico

e da Per uscire da me, da te, da noi:
Per uscire da me, da te, da noi.
Sparire di nuovo, non esistere.
In un gioco sempre meno indulgente.
Una piccola fenditura dell’essere.
Il miagolio insistito delle auto.
Nello spettacolo notturno, essenziale
Della mia presente vocazione.
Ti posso dire qualcosa che non ti ho mai detto?
Ti posso accompagnare sino a casa,
Adagiare su una superficie deserta,
Come una lunga parentesi di senso,
Coprire con una coperta,
Se hai freddo?

dove gli aggettivi sono per un tratto presenti sempre (indulgente, piccola, insistito, notturno, essenziale, presente).

Oppure, e contrario, Quando tutto è alle spalle:

Quando tutto è alle spalle,
Resta una sottigliezza irripetibile
Da perdere e ritrovare.
Da qualche parte. Dentro.
In casa. Fuori. Per strada.
In un caffè del centro (al buio, alla moda).
Come uno scambio di persona.
Compresi nella parte o a disagio.
Addossati a un muro, sempre.
Nel gioco degli arrivi e delle partenze
Che importanza avrà?

dove c’è un solo aggettivo, ma quello che resta, chiusa la pagina, e quello che segna la poesia: irripetibile.

Che gli aggettivi si prendano questo posto è però allora anche un segno di altro. Si possono proporre teorie e pensieri. Ne propongo un paio. Gli aggettivi danno tempo al tempo, marcano meno il ritmo se appoggiati ai sostantivi, e quindi intervengono come un rallentare, un diluire, una richiesta di tempo al lettore, che non corra al prossimo, che aspetti quell’indicazione supplementare. Oppure gli aggettivi potrebbero essere un modo per ammorbidire, per smussare, per ingentilire la secchezza, la fierezza dell’incedere del testo. Oppure… Ma no, avevo detto un paio.

Ah, curiosità: Petazzini stesso, nella nota conclusiva a questo Solitudine moltitudine, dice di averlo estratto da un contenitore che poi aveva generato anche Scheggiando i muri. Che certi slittamenti si verifichino (almeno all’occhio di chi scrive) è solo una ragione in più di meraviglia.

Tre linee (o temi, o questioni)

E poi, però, Solitudine moltitudine di cosa ci parla? Quali i temi con cui si confronta, quali le questioni più evocate? In un certo senso basterebbe fare riferimento alla nota appena citata di Petazzini stesso, e alla lettura di Salvatore Jemma, sempre in coda al libro. Ci sono osservazioni molto acute.

Qui cerchiamo di indicare alcune linee.
Una è così semplice che basta guardare l’indice. C’è una specie di mini silloge che porta in testa al titolo sempre la parola Amore. Amore che si mostra anche nei suoi lati meno facili, più consumati, se si può usare quel sostantivo con questo aggettivo.

Un esempio da Amore come argine:

Amore come storia chiusa,
Rotta, riaggiustata.
Spezzata di nuovo.
Buttata. Recuperata.
Tornata in circolo.
Suturata, densa, salda

(e di nuovo gli aggettivi, tanti).

Una seconda parola chiave è certamente memoria. Petazzini non da oggi va e viene nel tempo, e gli anni “di dietro” sono spesso materia del suo scrivere. Passato che oscilla fra i decenni, passato che pur filtrato dalla vita e dal tempo mantiene dolcezze ma anche scabrosità.

L’esempio da Districare il groviglio dei ricordi:

Stare in camicia in una stanza.
Guardarsi le unghie mangiucchiate.
Fare qualcosa di insolito, cordiale
(…)
Accettare
Che di ogni impercettibile perdita
Non resti niente.

Una terza parola che dice il libro (e forse non solo questo) è sbieco. La posizione di una scrittura che cerca un angolo diverso, si mette quasi mai in una prospettiva lineare e diretta, ma cerca spesso un punto di vista (di lettura, di comprensione, di scrittura) laterale, o marginale, o appena distante, o molto lontano.

Da Mi guardo la punta delle scarpe:

Mi guardo la punta delle scarpe
La camicia, la giacca consumata.
Metto e tolgo gli occhiali, nervosamente.
Mi straccerei le vesti, come gli antichi.

Da Vedo scorrere una frazione di tempo:

Vedo scorrere una frazione di tempo.
Vedo mio padre nel suo spegnersi.
Vedo me stesso, altre cose.
Non posso prevedere nulla.
Il medico è compreso,
Comprensivo, stolido.

Infine

Ma indulgere a parlare di è in fondo quasi pretestuoso. Molto meglio leggere che. E insomma è tempo di invitare alla lettura di questo libro, ricordando a mo’ di explicit una ultima brevissima considerazione: la padronanza di mezzi raggiunta da Petazzini è magistrale.

Luca Egidio

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