S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti

S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti
antologia a cura di Cristina Babino, Montecassiano, Vydia Editore, 2015

di Romina Marcattili

Frammenti di un denso discorso amoroso, che si srotola lungo i secoli, gli stili e lo spazio di una regione, le Marche, potremmo definire le sedici prose (ispiratissime) raccolte nella nuova antologia pubblicata da Vydia, a cura di Cristina Babino. Sedici “brevi racconti in forma di visione” (Franca Mancinelli, p. 60) di altrettanti autori marchigiani, chiamati a dialogare con alcune delle opere d’arte più significative di quel patrimonio di compiuta bellezza diffuso (quando non recluso, per motivi diversi e non sempre comprensibili) nella terra che ha dato i natali a tanti grandi e tanti altri ne ha accolti nel suo morbido (e a volte geloso) grembo collinoso.

Dal Trittico di Montefiore dell’Aso di Carlo Crivelli, al Ritratto di Gentildonna (La Muta) di Raffaello, dalla Madonna di Senigallia di Piero della Francesca, alla Pala Gozzi di Tiziano, risalendo di storia in storia, di paesaggio in paesaggio, fino all’Autoritratto con maschere bianche di Nori De’ Nobili, alle costruzioni silenziose e dialoganti di Magdalo Mussio e Nino Ricci: ogni opera è, potremmo dire, la mèta di un viaggio, di un pellegrinaggio, quasi, che ognuno dei sedici autori “adottivi” compie con i propri mezzi espressivi e con il proprio armamentario di pensieri, ricordi, attese, meraviglie. E di volta in volta, il percorso di avvicinamento all’opera d’arte si trasforma in parole, atte non tanto a descrivere, a definire l’immagine, quanto piuttosto ad aprire altri ed insospettati percorsi di senso, che danno conto dell’inesauribile vitalità di ogni capolavoro.

Dunque, non una semplice galleria immaginaria è quella che ci restituiscono i brani dell’antologia, ma una narrazione intessuta di visioni e di rappresentazioni, di segni visibili e grafemi dicibili, fili diversi di una trama fitta di rimandi e di nessi, che mettono in relazione gli autori delle opere, i soggetti raffigurati in esse (penso, tra tutti, a Giovanna Garzoni ritratta da Maratta o alla tigre formidabile di Ligabue) con le voci, i pensieri, la fantasia degli scrittori-narratori e da ultimo con noi, spettatori non passivi, anzi coinvolti in un’opera più grande, quella che si scrive e riscrive ad ogni nuova lettura.

In questo senso, le sedici narrazioni assomigliano alle edicole o mansiones delle sacre rappresentazioni tipiche del teatro medievale e non estranee (anzi care, direi) alla tradizione marchigiana, dove ogni scena (ogni quadro) si offre allo sguardo dello spettatore come un’occasione di riconoscimento di sé attraverso la visione di una realtà esterna, che si fa presente alla coscienza, divenendo così sentimento dell’animo, capace dunque di mettere in moto altre emozioni, altri pensieri, altre visioni (ho guardato a lungo quella tela e mi sono come rivisto e riconosciuto in mezzo ai miei colli, dentro le mie terre, Piersanti, p. 86).

Ci muoviamo così in questo spazio teatrale, dove siamo spettatori e attori (e dove la scena è quel mar da lungi, e quindi il monte di leopardiana memoria e le quinte sono le colline del paesaggio marchigiano), con la vaga impressione di essere parte di un rito, di una liturgia, di qualcosa di sacro che ci viene incontro e a cui siamo chiamati a credere.
Si carica allora ulteriormente di senso (forzandolo un po’) l’emistichio tassiano (S’agli occhi credi) scelto dalla curatrice come titolo per la raccolta, per quella relazione evocata tra il guardare e il credere, che ci suggerisce di affidarci (almeno per un istante) allo sguardo per cogliere il senso (recondito) delle cose.
E proprio questo sguardo rivolto all’arte e al bello come ancoraggio possibile alla realtà e come necessità per affrontare il nostro tempo è forse una delle chiavi di lettura dell’antologia, o almeno così ci sembra, rileggendo le parole di Leopardi poste ad esergo della raccolta (c’è bisogno dell’arte, e di grandissimo studio dell’arte, in questo nostro tempo massimamente).

Nel suggerirci il credo in questa religione della bellezza non ci sono tuttavia dogmi né risposte preconfezionate. Ogni narrazione, infatti, formula domande e dà voce ad inquietudini umanissime, che, senza sconvolgere l’idea di classica armonia proposta dagli slogan ufficiali con cui la regione Marche si presenta ai turisti, liberano l’antologia stessa da quella freddezza tipica delle raffinatissime (e manieristiche) cesellature che sono la cifra di tante operazioni simili, nate in contesti e tempi diversi. Con i loro racconti, intensi e inattesi, sempre in bilico fra prosa e poesia, i sedici scrittori ci conducono oltre i limiti geografici della loro terra, sconfinando nel terreno comune dell’essere uomini e donne, qui e ora, ma anche sempre e dovunque.

A fare da cornice ai testi, due saggi che offrono al lettore una segnaletica per non perdersi (o per ritrovare la strada dopo averla persa, magari). Il primo è quello della curatrice, Cristina Babino, che nell’introduzione ci offre un’analisi ricca e sapiente del rapporto tra la scrittura e la pittura, soffermandosi con documentata attenzione sulla fortuna di un preciso elemento dell’arte retorica, l’èkphrasis, ovvero la descrizione di opere d’arte all’interno di opere narrative o poetiche. Il secondo saggio, posto a chiusura dell’antologia, prima dell’indispensabile appendice fotografica, è quello di Daniela Simoni, che ci presenta un breve excursus sull’arte delle Marche e ci permette di contestualizzare i “quadri” scelti ed esplorati nell’antologia, evidenziando la natura mite, ma “fruttuosa d’innesti” e di “silenziose contaminazioni” (le parole sono di Paolo Volponi, citato dalla stessa studiosa) propria della terra marchigiana in cui dimorano le opere d’arte descritte.

Per finire, ci sembra opportuno indicare (in rigoroso ordine alfabetico) i nomi di tutti gli scrittori che hanno lavorato per dare compimento alla raccolta: Cristina Babino, Allì Caracciolo, Alessandra Carnaroli, Gianni D’Elia, Marco Ferri, Massimo Gezzi, Maria Lenti, Maria Grazia Maiorino, Franca Mancinelli, Renata Morresi, Michele Ortore, Umberto Piersanti, Adelelmo Ruggieri, Lucilio Santoni, Francesco Scarabicchi e Alessandro Seri.

Ne citiamo solo i nomi, perché difficilmente potremmo, nello spazio di queste poche righe, condensare lo specifico di ogni singolo approccio all’immagine scelta, la cifra di ogni personalissimo incontro con l’artista autore dell’opera narrata: diversissime, infatti, sono le voci, gli stili, le prospettive di lettura che ciascuno di loro ha scelto e usato, ma in tutte riconosciamo quell’attitudine a pensare miticamente, che chiamiamo poesia.

Info: http://www.vydia.it/it/sagli-occhi-credi-le-marche-dellarte-nello-sguardo-dei-poeti/

 

 

 

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