Tre poesie di Giulia Martini

Autunno. Tu non mi hai più
che leggo Omero nella stanza accanto:
poche scoperte da riproporti a tavola.

E nemmeno mi hai più scritto,
da quel lontano che dicesti «A presto!».

Ti resto referente immaginaria
di quelle novità che invecchieranno
non condivise.
Mi rinventi il viso,
dandomi la faccia dell’ascolto.

*

Ti tengo se vago
e se più vago dello zucchero è il sorriso –
inciso lì, tra seme e mansuetudine
che un orlo di memoria meraviglia.

Usavi essere un ecosistema –
ça va sans dire, giocavi alle savane.
Rimango sola nell’ora solare
con poca fame di quello che mandorlo.

*

L’ottone nuovo del campanello:
altro strumento che non t’ottiene.

Suono il tuo nome come un rimorso
dal sottosuolo.
Sopravvivono
a dozzine le mie parti di te

nelle nove parti del discorso.

 

Giulia Martini, 23 anni, si è laureata in Letteratura Italiana moderna e contemporanea all’Università di Firenze, con una tesi sulla prima raccolta poetica di Piero Bigongiari, La figlia di Babilonia (Firenze, Parenti, 1942).
A gennaio 2015 ha raccolto 38 componimenti sotto il titolo Manuale d’Istruzioni; a gennaio 2016 sono uscite Ventitré poesie sul mensile «Poesia» di Nicola Crocetti; due altre, sulla rivista «Gradiva» di Luigi Fontanella (primavera 2016).
Sta dedicandosi a una seconda pubblicazione, che prenderà nome Coppie minime, i luoghi dove il linguaggio comincia a esistere.

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