Fedeltà alla poesia

Il concetto di canone spesso non corrisponde ad una precisa connotazione, anche se da un punto di vista etimologico il termine indica una misura, dal latino canon, canonis, in quanto è il risultato di scelte inevitabilmente influenzate dal contesto storico, sociale e culturale e rispecchia un criterio di selezione e di valutazione rivolto all’inclusione o all’esclusione di determinate opere.

Nella recentissima antologia poetica intitolata Braci (ed. Bompiani, Milano 2021), il curatore Arnaldo Colasanti, non sembra avere ricercato un criterio di scelta univoca, un canone cui attenersi, data, come lui stesso scrive “la labirintica verità in fieri dei processi espressivi” di ogni poeta. Il metodo di indagine critica che ha scelto è ermeneutico, rivolto cioè all’auscultazione dei testi: l’ermeneutica è, infatti, un atteggiamento conoscitivo che tende a mettere in luce o accentuare il non detto. Hans Georg Gadamer e Paul Ricoeur, nella loro definizione di ermeneutica partono precisamente da questo punto: ossia dall’interpretazione non come “atto”, più o meno cosciente, ma come “luogo d’origine” o “processo vivo”.

Nei testi degli autori che ha incluso Colasanti, scusandosi d’aver trascurato molte voci di rilievo nell’ambito della poesia contemporanea, ha ricercato, come scrive, “il mitico Geist”, inteso, secondo il pensiero Schellinghiano, quale “fame di essere”: la lingua cioè concepita come corpo vivente “nella sua fatica di studio “e “nella sua capacità d’immaginazione”.

Il titolo dell’antologia riprende quello della rivista fondata negli anni Ottanta da un cenacolo di giovani poeti gravitanti nell’ambito letterario romano, di cui fin dalla redazione del primo numero fecero parte: Beppe Salvia, che assunse subito il ruolo di guida del gruppo, Claudio Damiani, Giuseppe Salvatori, Arnaldo Colasanti e Gino Scartaghiande. L’intento di questi giovani autori era di ritrovare una libera dimensione, dove il poiein, si opponesse alla deriva sperimentalista e ideologica allora dominante e ricercasse invece una lingua comune, la lingua di un’intera civiltà. “Bisognava ritrovare la lingua, che era lì accanto a noi, nei testi sepolti dalle polveri della desertificazione ideologica”, ricorda Claudio Damiani, in una lunga intervista, perché, continua il poeta: “l’ideologia che aveva dominato gli uomini, crescendo sempre di più negli ultimi tempi fino a desertificare completamente tutto, era diventata un gigante mostruoso, ma sempre più d’argilla e stava per crollare rumorosamente al suolo.”

La fedeltà, quindi, alla ricerca di un linguaggio che parli con immagini vivide di cose vicine non lontane o allusive e che ogni parola esprima la sua essenza, pur nella sostanziale differenza di ciascun autore, è il motivo ultimo di questa nuova antologia.

Suddivisa in cinque sezioni, ognuna delle quali comprende tredici autori, costituisce un ampio caleidoscopio degli ultimi quattro decenni della poesia italiana. Molte delle voci presenti facevano parte del nucleo originario della rivista Braci, altre, invece, esordienti in quel periodo, tra cui quelle di Milo De Angelis, di Giancarlo Pontiggia, di Antonella Anedda, di Umberto Piersanti e di molti altri autori, voci che, oltre ad aver raggiunto con gli anni un ruolo fondamentale nel panorama letterario, fin dagli inizi erano unite dal desiderio di recuperare la centralità della lingua poetica, contro ogni forma di sperimentalismo. Lo stesso Franco Loi sosteneva che la poesia dovesse proporre il suo antico e insostenibile modo di recepire la realtà: quello di cogliere le manifestazioni attraverso l’emozione e la musica della parola, per atto d’amore senza concettualismi.

Arnaldo Colasanti nel suo Avviso per l’uso sottolinea d’aver scelto essenzialmente la generazione dei poeti nati negli anni Cinquanta, questo, tuttavia, non ha escluso dalla selezione autori del decennio precedente, per il loro impegno letterario anche pubblico e per ragioni di affinità intellettuale. Suddivisa in due fondamentali parti, mentre la prima è costituita interamente da testi poetici, la seconda presenta una cospicua e profonda sezione critica, che introduce alla lettura di ogni lirica, alla comprensione dei singoli autori, perché, come ci ricorda il curatore, ciascuno va letto con l’attenzione e l’amore con cui si affronta un classico.

Le poesie presenti nell’antologia pur nelle sostanziali differenze, sono intense e vivificate da un’intima adesione all’evento linguistico. Le tematiche proposte rispondono ai classici archetipi della lirica di ogni tempo: il rimpianto, la scorsa ineluttabile del tempo, la memoria, la natura, l’amicizia e la morte stessa. E nessun timore ha sfiorato Colasanti nello scegliere scritti che esprimessero di frequente il dramma, il dolore della condizione umana, l’esilio da un Eden irrealizzabile. Sarebbero molti gli autori da citare e da ricordare, perché sono tutte voci che, in varia misura, hanno arricchito e arricchiscono la parola poetica, liberandola da ogni pregiudizio sperimentale e limite ideologico, per una visione capace di cogliere la verità e la complessa realtà umana nella sua più ampia accezione, ma lo spazio di un articolo è limitato, per cui affronto soltanto alcuni poeti.

L’antologia si apre con le liriche di Beppe Salvia, colui che diede il nome all’omonima rivista (sintesi tra due titoli, precedentemente proposti: Baci e Abbracci), nome che intendeva rappresentare il fuoco della tradizione che non può spegnersi. La forza del suo verso è nella fede assoluta dell’arte e della cultura, il suo endecasillabo forte e struggente. Amico di Salvia e cofondatore della rivista è Claudio Damiani: la sua poetica è priva di componenti intellettualistiche, a favore di una spontaneità palpabile e di una chiaria estrema. Egli ama descrivere la bellezza della natura che lo circonda, l’amore, gli affetti familiari. La forza della sua poesia, ricorda Arnaldo Colasanti, è la forza stessa della sua sapienza umana. La pronuncia di Giancarlo Pontiggia è sempre limpida, d’una classica grecità assolata, tragica e creaturale. Fondamentale fu la sua antologia La parola innamorata, che divenne uno dei manifesti del rinnovato spirito della poesia. Legato alla ricerca di una nuova parola troviamo il milanese Milo De Angelis, ideatore e direttore della famosa rivista Niebo, volta a ricercare una nuova relazione tra la poesia e la filosofia. Per l’autore la parola vive dentro la carne dell’uomo è “una vena dritta” che si storicizza nell’atto della scrittura. Altra voce significativa della poesia italiana presente nell’antologia è quella di Umberto Piersanti; di lui scrive il curatore: “Piersanti possiede la profondità e l’intonazione del poeta sublime. Come non scoprirvi, per esempio, il razionalismo lirico, il sinfonismo lirico di Luzi o la centralità visiva degli scorci naturali, padani, di Attilio Bertolucci?”. Nella sua lunga attenta e precisa disamina di ben sessantacinque autori ci sono molte ed importanti figure femminili. Troviamo, infatti, Gabriella Sica, la quale ben presto iniziò a collaborare con Claudio Damiani e Beppe Salvia nell’almanacco “Prato Pagano”, perché in quegli anni rivestì il ruolo di animatrice infaticabile della scuola romana. Come lei stessa ammette, in un’intervista, la poesia, è “un’armonia tra il sé e il mondo per ricucire gli strappi.” Un’altra autrice che col tempo si avvicinò al gruppo di Braci è Antonella Anedda, i cui occhi avvolgono nella purezza del cristallo ogni cosa nei suoi versi in una sorta di distanziamento misterioso e allusivo. Un ricordo, anche personale, avendola ascoltata recitare nella sua solarità, assieme al marito Milo De Angelis, va a Giovanna Sicari, di lei Arnaldo Colasanti ricorda “la voce piena e viva della sua poesia, che parla con tutto il suo corpo, un porfido senza ferite e gonfio di potenti vibrazioni, una forma del verso completamente nuda e libera”.

A conclusione della sua introduzione al difficile compito che si è proposto il curatore scrive: “Le parole dei poeti stanno altrove, sono antiche e future, sempre parole inattuali e, per questo, davvero contemporanee” e aggiunge: “la visione e la ricerca del senso dell’io attraverso la differenza dei molti debbono continuare ad essere una passione eroica”.

Raffaella Bettiol

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