Il buio della scarpiera

Francesca Piovesan:  Il buio della scarpiera
Giuliano Ladolfi Editore – 2019

Il buio della scarpiera: difficile resistere al richiamo di un titolo tanto originale.

E se è istinto del poeta andare a intingere la penna dove più fitto respira l’inchiostro delle ombre, è proprio il buio di quel vano negletto e anonimo il luogo dove Francesca Piovesan va a portare la luce della sua poesia.

Questo suo più recente lavoro, il terzo in versi, esita in un volume snello ma di grande intensità, fin dalla citazione in apertura, tratta da Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, dove il poeta caro all’autrice pone l’accento sull’intima fierezza di donne col “dolore come destino”, sulla loro segreta bellezza, plasmata dal conflitto fra due forze opposte: sogno e disincanto. La citazione ci introduce a un dualismo che è il sottile filo conduttore dell’intera raccolta. Cinque sezioni, cinque stazioni di un viaggio di formazione dell’io femminile protagonista, dall’iniziale condizione di “Attesa”, di ripiegamento sulla “Memoria” alla finalmente raggiunta consapevolezza del “sé”, affermata perfino con “Impertinenza”.  E una volta indossato e fatto proprio l’abito di libertà necessario, ecco l’audacia, la sfrontatezza di affrontare il segreto custodito nell’oscurità della scarpiera.

Diversi possono essere i piani di lettura suggeriti dai testi.

Il più immediato è quello di una storia d’amore che grava, insieme alla “stanchezza del giorno”, sulle spalle, spossandole. La donna che ama si ritrova a disegnare col dito “onirici desideri” sui vetri appannati dal fiato, ma ineludibili riaffiorano “le verità del cuore”. E in questo stato di incertezza, di sospensione, balena una sottile malizia, nei quattro deliziosi versi di “Pensieri nascosti”: “Mentre fingo di scrivere ti intravedo”; una schermaglia d’amore, un segreto rossore che scatena “un gran vociare di pensieri nascosti”. Insistono nei tre componimenti di questa sezione “le verità del cuore”, “le parole del cuore”, a sottolineare l’intensità e consapevole verità dell’innamoramento.

La seconda sezione ha come titolo “La memoria” e contiene forse l’unico riferimento geografico del libro, quello a Venezia,  patria dell’autrice. Non la città com’è, ma come il poeta la ripercorre nella geografia dell’anima, col suo “silenzio di luce”, “l’intrico dei calli”, il “rimbombo dei passi” sulle assi del palcoscenico che è diventata nel ricordo. Nell’odore acre che risale, nel sentore di orti aleggia un senso di mistero dove la vita, se pure ancora franta e segreta vive e si afferma, è pronta a esplodere. Questa sezione è tutta pervasa dal sentimento dell’assenza, dal senza: “È da cartolina il mio cielo senza”; eppure non c’è sconforto, disperazione della mancanza, ma “tutto è ricomposto in un sorriso”, un sorriso che sembra già preludere alla Impertinenza della terza sezione, quella di svolta del libro e della ipotetica storia della nostra protagonista – eroina. Anche l’ultima poesia della sezione, Vette, getta il cuore oltre l’insidia di una coscienza ripiegata su se stessa e sui suoi limiti e protende a nobili altezze, a “queste concrezioni d’infinito” (mirabile immagine) cui la donna si sente affine, che la raccontano, in una “verità di sogno già mia prima di te/che sai solo ciò che vedi”, affermazione che è già rivendicazione di una personalità consolidata prima del rapporto con l’amato.

“L’impertinenza” è la sezione centrale del libro, segna uno stacco netto con le due precedenti, come se nel volgere del brevissimo spazio di  una pagina bianca fosse avvenuto il miracolo di una rinascita: “No, non sono più io questa”, e ancora “Esoda dalla via, segui il tuo fremito,/ricrea te stesso”. Una lenta, meravigliante progressione di rivelazioni, punti fermi, nella presa di coscienza del proprio valore, nel cammino verso un personale riscatto.

E vorrei sottolineare il peso di questo vocabolo: impertinens è ciò che non è a proposito, che è sopra le righe, diremmo oggi, come appunto deve essere ed è una affermazione di sé proclamata con forza, quanto più l’io si è sentito costretto e mortificato fino a quel momento. La donna ha acquisito coscienza del suo essere alla pari con l’uomo, “donna, madre-amante” ha ricomposto i suoi frammenti e di questa nuova unità ha fatto dono: “ho raccolto frammenti/e li ho donati”.

“Oggi mi ripenso nuova” dirà nella sezione successiva dal titolo “La musica del colore”, così nuova da “vedere quel che prima non era”, e “stracci e nuvole sotto i piedi/ocre senesi nel cielo”. Così nuova da essere in grado di parlare lo stesso netto linguaggio dell’uomo: “Ti ho detto: ”Sono qui”.” “Ti dico: “Non ci sarà più attesa,/nel desiderio che non capisco”. Siamo nell’ultima sezione, quella da cui mutua il titolo l’opera, dove si assiste al dilagare sulla scena di una donna divenuta forte abbastanza da dettare le sue regole nel rapporto; sicura al punto da abbandonarsi senza pudore alle sensazioni d’amore: “I tuoi baci”…. ”assaggio d’infinito/desideri si abbandonano/nel fondo torbido”. Forte al punto da lasciarsi sorprendere da un pensiero che ha l’incisività di una fulminazione, tornando da un incontro d’amore, nell’istante di riporre le scarpe nella loro collocazione abituale.  E non si tratta di scarpe normali ma di scarpe rosse, tacco dodici, quelle che nell’immaginario associamo immediatamente all’eros. Nell’azione quasi impercepita di riporle l’occhio nota del fango sul tacco, una fugace vista, col potere però di fermare il tempo. Tornano alla mente le immagini appena accantonate delle “vigne sudate dall’ansimare”,  si avverte la “ferita” provocata dallo stiletto del tacco nel corpo della terra “umida dell’amore” , stilla il sangue e quel grumo di eros e violenza insieme viene rinchiuso nel buio, nel segreto della scarpiera: rosso di scarpe di carne, di sangue di terra ferita – nero di nascondiglio a custodire tutto.

Ma si può anche adottare una diversa chiave di lettura dei testi, un piano, più alto, dove la dicotomia non è nel dualismo uomo-donna, amante-amato, ma tutta interna alla donna stessa; non antagonismo di genere ma tensione a una meta sempre più definita e incalzante, a cui la scrittura offre un mezzo per giungere.

Ecco allora lo smarrimento dell’autrice che non si riconosce nella realtà che vive, nella cui penombra si sente “sospesa”; in sosta a questa stazione si volge a misurare la distanza dall’altalena vuota che “ondeggia/abbandonata nel riverbero” e sente la nuova sicurezza che si va affermando: “Il mio posto è qui, tutto mi appartiene”. Avverte forte, soprattutto, l’assillo della Poesia, una “poesia impertinente”, – ancora la parola chiave – che “costringe”, impone al poeta “le sue vie” ma nel contempo lo definisce, “parla di me”. La Poesia acquista un ruolo fondante, si fa impronta di vita, tramite per un rinnovamento interiore che conduce l’”io” alla piena affermazione. Difficile è la strada, gli interrogativi sull’esistenza che fin dai tempi di Pindaro hanno incalzato l’umanità richiedono ancora una personale soluzione (la poesia “Chi?” cita i noti versi dalla Pitica VIII di Pindaro: “Esseri della durata di un giorno; che cosa siamo; che cosa non siamo; sogno d’un’ombra l’uomo”) ma si avverte in prospettiva una luce che credo sia l’intima essenza del libro. Proprio nell’anelito a questa luce risiede l’”impertinenza”, che si può leggere come “intraprendenza”, visione prettamente femminile del mondo (non casuale il riferimento a Penelope in “La misura della realtà”), diversa da quella maschile, pervasa da una sacralità in cui spiritualità e sensualità si fondono, nel tentativo di ricomporre le due componenti più forti dell’essere.

E nel momento di accogliere le scarpe, “quelle” scarpe, la scarpiera si schiude emblema-custode di questo segreto, intimo dualismo: il suo grembo buio è la parte oscura – il senso di inadeguatezza, lo sfiancarsi nel quotidiano, la paura – illuminata però dalla rossa fiammata  della passione, della vitalità, del coraggio, dell’affermazione di sé anche nella scrittura, che la donna sa rivendicare contro le costrizioni del mondo esterno, i lacci che ancora ne limitano il passo, le sue stesse ombre. La scarpiera custodisce il segreto di questa intima lotta, così come la scrittura, la “trama liscia dei versi” accoglie le “smanie” nella “clandestinità dell’inchiostro”.

Credo che in definitiva questo libro sia un inno alla componente femminile dell’universo, da parte di una poetessa che ne incarna, nel modo più nobile, i canoni.

Mirella Vercelli

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