Recensione di ‘Linea intera, Linea spezzata’

Milo De Angelis
Linea intera,
Linea spezzata
Mondadori Libri, Milano 2021

In questa narrazione morbida e vibrante, tagliente dal profondo, immediata e coinvolgente, l’io lirico si apre senza infingimenti. Si manifesta con una «prosa» intensa, posta in attesa, lì, dove non c’è nulla di chiaro se non l’atto finale, la fine e la perdita di ogni cosa. La tragedia torna a volare come semplice attuazione del desiderio che investiga il buio e l’altrove forse in cerca del chiaro. Tutto sembra confluire in un grande segreto che coincide con il ritmo delle cose. E ciascuna porta con sé la possibilità latente del frangere, ciascuna può spezzarsi da un momento all’altro e aprire una spaccatura mortale in chi la ode. Ogni cosa che chiama dal profondo della «voragine» è «l’isola segreta, remota, irraggiungibile». E ancora «l’isola sarà guardata nella sua bellezza», nel punto d’incontro tra lo slancio vitale e l’abisso che si spalanca nel nulla, nel non senso. Uno sgomento lucido e piano intesse la versificazione narrativa della catastrofe.

Vi è una imperturbabile commovente fermezza nel fotografare le ferite dell’esistenza. L’io lirico è di nuovo lontano dal «rimedio» e si pone ancora frontale al sogno eroico e alla visione, per nulla fiaccato dalla nebbia e dal buio dell’anima e delle cose, sempre puntuale sulla tempesta fragorosa, sui lampi che sfuggono al cielo e si fanno saette terrestri. L’animo è sincero, e cammina lucido a piedi nudi sulla parola: non confonde la convinzione con la certezza. Il verso è un corpo a corpo nobile, luminoso, estenuato dell’io lirico con la sua concezione del mondo. Ogni cosa che chiama dal profondo fa brillare la rêverie che esce libera da ogni pensiero, dalla sua stessa poetica. Chi fa poesia sa che mai la poetica può imprigionare la rêverie. La parola va oltre la riflessione che offre e risale il sé ricco di tutte le sue risorse, delle conquistate amate e sofferte, delle sconfitte, dei ritorni primigeni. In poesia è possibile parlare di tutto. Quello spezzarsi dell’anima dà via libera all’io che esce integro e temerario, potente e tenero dalla voragine profonda. La forza simbolica che ne scaturisce è la bellezza dei contraddittori che riferiscono pudore, riservatezza, sincerità e capacità di accettare le sconfitte, di renderle prossime.

L’io al confine tra un grido strozzato e il silenzio trova l’attimo, lo slancio che vuole narrare senza alcun velo quelle ferite che «dall’oceano dell’infanzia» tornano a gelare l’esistenza. Al foglio il poeta dà in custodia ciò che di indicibile e di insondabile, ciò che di più caro ci è dato da sempre. E la parola tende il suo agguato e punta sulla perdita, sulla sconfitta originaria, sull’isolamento, sul pianto della vergogna e commuove. Tocca profondamente quella parte di noi che condivide la fragilità di alcune emozioni più significative della vita. Commuove perché è nell’anima della tragedia che i due opposti si fronteggiano e ci chiamano entrambi. Ciascuno ci lascia il peso dell’altro che vorremmo escludere. E allora l’esperienza autentica della distruzione e l’utopia consolatoria, la verità e la fuga verso l’isola, la fiaba che protegge l’io dalla realtà e la clessidra più veloce della fiaba che è riflessione sulla tragedia, sono e quell’«andare a capo», una «metafora dinamica», un’immagine che scorre in mezzo alle stagioni, che può diventare «un’eternità poetica, appunto, un’eternità senza appoggio e senza paradiso». Allora l’ispirazione si fa concreta, nell’urgenza del sé vive il suo significato e si fa permanenza, dettato del luogo assoluto. Quella parola che da bambino «non trovava svolgimento, non si spiegava», «quella difficoltà a raccontare», quella parola «così imminente da farsi remota» che non si è rassegnata a rimanere invisibile, quella parola che ha covato l’onore per un dettato originario, svela il luogo assoluto in cui ci si imbatte quando non ne troviamo uno in cui posarci. Le vertigini sugli abissi dell’infanzia e della periferia milanese, gli incontri con le tante figure che non trovano dimora in un luogo pacificato ma solo in un tempo interiore minaccioso, si fanno storie di un tempo e di un baratro subito fino in fondo. Anche il panico si fa lucida conoscenza che non annebbia la mente né privilegia un sentimento di estraneità allucinatoria, è un onesto prendere atto della fine che non resta muta ma si fa «momento» per eccellenza di riflessione, di condivisione col foglio e l’occhio altro. Tra le righe scorre rumoroso uno stato di allarme che trova la sua conclusione nella lucida consapevolezza dove l’io si sgomenta e barcolla. E proprio lì finiamo di ammirare il poeta e iniziamo ad amarlo sinceramente.

Quel verso «orfico» che da sempre è «l’attimo», l’istante per eccellenza pronto a consacrare il gesto atletico, l’Eros, l’Ordine, la tensione aurorale verso l’Assoluto, la parola a oltranza, ora si fa bellezza morbida e sincera e svela il cuore del poeta. La sua verticalità vibrante e tagliente accoglie una prosa inattesa che cattura con immediatezza e si sente forte l’abbraccio di ogni verso. L’unica luce che si intravede è la passione del possibile in dono solo alla parola che dal buio la nutre, la cura e la forgia in onore della Verità. L’io non a caso si muove nei luoghi che da sempre gli appartengono e che non sono solo quelli interiori ma anche quelli della periferia urbana popolata di personaggi e figure quasi spettrali. Raccontano «un male come origine», quel senso di tutto che viene meno. «Creature oscillanti» si muovono dentro il dolore nella «memoria smarrita». I numeri riferiscono l’Ordine, l’altrove verso cui irrimediabilmente si corre, un salto dopo l’io nel niente. Lì dove non si è più e si è l’eternità che detta il numero «nove». Ma il narrare si mostra più forte del pericolo stesso e della fine, l’assoluto è nell’istante lirico, nella tragica esperienza del reale mitigata da una narrazione che abbraccia seppur nella continua nostalgia dell’«immenso nulla valoroso e solitario». Milo De Angelis non ha in mente il «sol dell’avvenire e il crocifisso», fin che può si salva «dal paradiso celeste» e rincorre l’antico eroe, rincorre l’«oscuro richiamo dei luoghi» non per tornare agli affetti, alle «vostre voci ritrovate» ma per tracciare quanto meglio possibile la realtà ignuda, come essa si presenta, priva di senso nelle sue opache spoglie. Così all’essere disilluso si contrappone l’istante che consacra il gesto atletico: «il tuffo/che illumina laggiù la piattaforma e il doppio avvitamento/sospeso nell’aria e nel brivido del tempo, per conoscere/ciò che mi aveva già conosciuto.». La sua «poesia non sta dalla nostra parte/ma in un luogo tremendo e solitario, dove nessuno/resta intatto.»

Questa cupa negātiō che resta fedele alla realtà e al mondo delle cose attentamente osservate, miniaturizzate, è più vera di ogni risposta: «Ma insomma da che parte stai adesso/da che parte stai? mi ripeti e io adesso/sto soltanto dalla parte del tuo bel viso/sbranato dalle rughe e avvolto in un pallore/che vedo dopo cinquant’anni, con il tuo viso più vero/di ogni risposta, con il tuo viso prossimo alla morte.». Se un uomo è solo una formula che si può disperdere nel mondo, perché allora tentare di lasciare la propria traccia? C’è tutta l’ossessione di un cuore che si batte per riferire il reale o per esserci? Perché «martire/di un dolore ereditario, tessera disgiunta di un mosaico/troppo grande»? Forse perché «l’ora improtetta» ha fermato la giovinezza che «ha trovato la sua funebre essenza» e quel che resta è il rimpianto, «solo quel battere tumultuoso del sangue/che divampava ogni volta negli spogliatoi,/prima delle tribune intraviste e del fischio di partenza.». E «La vita continuerà altrove», solo dopo che «l’hai vista giungere al suo senso definitivo». Nel mentre narra la tragedia la parola illumina e cerca ostinatamente un punto, una nuova luce che pur se disgiunta dal cielo ci prende per mano. E anche se il male ci nasconde il bene e la parola resta fedele ai fatti del reale che si fanno soffio di un’eterna sconfitta, quella stessa parola ci dice con le sue mani oscure che uno slancio, una scintilla a oltranza ci rischiarano. E allora anche se un giorno «costringeremo il nulla a svelarsi», L’ora inestesa troverà l’occhio pronto a guardarla nell’istante in cui la parola non ha taciuto. È di questo insegnamento che gli allievi saranno grati, poiché non si esce mai definitivamente dal teatro.

Quando la sveglia irrompe ed esplode il ticchettio della parola, si svela il nostro volto al mondo e il suo. Il nostro che inizia tra i banchi di scuola e il suo che ci mostra la primavera e il «soffio buio del distacco».
Allora l’«accusa» è il silenzio muto che non cura. Di quel silenzio si nutre la parola, lì sosta e lo scruta, lo sente forte spezzare gli argini, pieno di risorse e non ferisce. Lo si sente «guarire».

Rossella Frollà

Pelagos Letteratura, rivista diretta da Umberto Piersanti

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