Leggendo Riga di mezzeria di Feliciano Paoli

Pelagos Letteratura. Rivista diretta da Umberto Piersanti

Di Enrico Capodaglio

Mi sento agevolato nello scrivere di questo libro di poesia, Riga di mezzeria di Feliciano Paoli, un’antologia organica con testi inediti (Archinto, 2021), dal fatto di conoscere l’autore da non meno di venticinque anni. Non sempre è un bene, lo so, ma in questo caso posso ritrovare nella sua personalità dal vivo non dico la sostanza ma il tessuto unificante sul quale sono dipinti i suoi volti molteplici di scrittore: si tratta di un uomo di gentilezza signorile e di un animo pensoso e segreto, che osserva e considera tutto senza giudicare, ponderandolo al vaglio della sensibilità originale. Ho detto di un libro di poesia, anche se si tratta di un misto di composizioni in versi e, in misura minore, in prosa. La poesia, infatti, in quest’opera si manifesta in entrambe le forme, anzi: mi sembra che i versi con gli anni vadano sempre più incontro alla prosa, mentre è la prosa a farsi più ritmica e figurale. Con riguardo ai versi noto che, in una prima fase, soprattutto in La colpa del fiorire, il canto è cadenzato, musicando i testi come fresche canzoni popolari e filastrocche magiche:

Così è San Cristoforo protettore
dei passi, malagevoli, fra i sassi
difficili soccorre l’errore e lo sbaglio
dell’andare pesante bagaglio, accendi
i tuoi lumi, lancia i ponti sui fiumi
sta vicino nell’incerto disagiato cammino
aiuta tu, che sei saggio, a fare un ottimo viaggio.

L’autore raffina gli schemi da ballata con due tocchi decisivi: l’adozione delle rime interne e i pensieri perturbanti, che dicono di un soggetto contemporaneo in viaggio perpetuo e senza pace, seppure nei paesaggi magnifici marchigiani e umbri. Il poeta infatti compie associazioni singolari tra questi pensieri e le esperienze, e arricchisce le situazioni con la tendenza a liberare l’inconscio non già nel sogno ma da sveglio, e non in un ambiente di nevrosi urbana ma di quiete collinare e montana.

I suoi versi, già nel secondo libro, L’estero più vicino, lasciano cadere via via le rime e rinunciano al ritmo cantabile, dicendo in modo più snudato e parlato quali sono le circostanze esistenziali, spesso spaesanti. Paoli si muove così su di un piano letterale basso, tra incontri e situazioni occasionali, che assumono un significato metaforico alto, per poi rientrare, con un moto ondulatorio e alterno, nei ranghi delle esperienze correnti. Ma lo fanno davvero e per quanto tempo? Il titolo stesso dice di uno straniamento costante: l’autore si sente straniero a casa sua, in esilio nei paesaggi familiari, esprimendolo con sospensioni tonali e persino sintattiche:

Eppure il sole che svela l’argento
dell’asfalto sembra stravolgere

la paura

degli anni e mentre il vento
al quale ci si espone sopra

il poggio

ci rammenta alla vista delle
luci per le quali ci sentiamo
più profughi che quelle stesse

C’è una religione della natura in Paoli, per l’amore manifesto che egli prova per la flora e per le acque ruscellanti, il fondo armonico delle sue frasi musicali da viandante, ma ciò non vuol dire che egli, in mezzo alla natura, si senta tra le braccia di una madre. Anche lì lo preme un onesto imbarazzo, un senso di sproporzione, quella sfasatura mistica che a volte segna anche le relazioni con gli amici, più volte evocati. Conoscendo l’autore da tempo e sapendo la cura che ha dedicato all’arte dell’amicizia, immagino quale disciplina spirituale egli si sia imposto in questa impresa, quando dai suoi versi e dalle prose affiorano in modo più malinconico, e in certi casi disperato, la sua solitudine e diversità. Il poeta del resto lo è e lo deve essere, solo e diverso, quando raccoglie le sue voci sia dall’anima del mondo, secondo la potente espressione orfico-pitagorica, sia dalla propria vita interiore. Ho parlato di volti molteplici perché infatti nelle prose sento affacciarsi un’altra modulazione del talento. Egli è più manifesto, oltreché più spigliato nelle reazioni: apertamente dice del suo desiderio di assoluto e di come resti inappagato, dopo le brevi illusioni, tanto che neanche a Delfi riesce a corrispondere pienamente a un paesaggio tuttora intriso di dèi. Visitando le opere d’arte ad Assisi, in basilica, egli scrive che si sente come un:

Battista natatorio dentro un mare di cui si avverte il rombo di fondo immenso e il venire frastagliato di spume iridescenti con il senso di un frammento riemerso – per appuntamento del caso – a rilucere di un cielo per lui fuori scala.

In altri casi ho l’impressione di leggere quasi un racconto di Kafka, per i passaggi impercettibili dal fisico all’allegorico, per l’ironia che sbocca dai gesti quotidiani, dalle associazioni singolari, dagli scarti a sorpresa della mente che può diventare crudele o misericordiosa, e spesso tutte e due le cose assieme. Osservo infine che, soprattutto nei versi, le passioni non risultano nette e univoche, essendo spesso nel segno dell’ossimoro: sono malinconie liete e ingenuità ingegnose. Le stesse idee messe in campo sono esempi di una particolare ignoranza sapiente: esse nascono dalla coscienza di un’incertezza che grava su di noi, ignari dei misteri della vita, nel mentre la pratichiamo e l’amiamo. Persino le sensazioni non restano elementari ma aprono le porte ad altre dimensioni di esperienza, come per oracoli discreti che la natura emette a chi voglia ascoltarla. Credo che l’autore ci dica con la sua opera, anche quando è più amara e luttuosa, colma di grazia e dolcezza: ‘Non sapendo la meta del nostro viaggio terreno, cerchiamo di viverlo con animo aperto giorno per giorno, grazie anche alla poesia che, senza salvarci, ci aiuta a sentire quel po’ di vero che riusciamo ad attingere.’

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