Con L’orizzonte che ci spetta (Ronzani 2025), Marco Bellini si addentra nella materia porosa dell’esistente, con tutta la sua carica enigmatica, consegnando al lettore la cifra di una riflessione profonda e antiretorica sul rapporto con il tempo, la natura, la morte, il mistero dell’esserci.
Lungi dall’avere un tono perentorio, l’io poetico sembra abitare con discrezione e disponibilità d’ascolto le domande che la parola pone di fronte a ciò che è oltre il nostro campo visivo: quell’orizzonte che, invece di separare, invita a intensificare lo sguardo verso una frontiera di senso che sfugge nella comprensione, eppure è vivo e vitale.
Nella prefazione, Claudio Damiani individua la presenza di più dimensioni, ciascuna con una propria forma e misura, ma possibilmente comunicanti tra loro. Ed è in questo sfiorarsi osmotico che entra in gioco il tentativo di un dialogo che metta in contatto, in corrispondenza, in analogia, con una alterità incomprensibile.
Bellini costruisce, attraverso la mano tessitrice della parola, un centrotavola condiviso in grado di armonizzare lo sguardo oltreconfine, o meglio ciò che vibra tra le impercettibili fenditure del quotidiano, e ciò che è immerso nella tangibilità della natura, vale a dire tutto ciò che “accade” ed è estraneo alla creatività dell’uomo: gli oggetti, gli animali, gli elementi del paesaggio aprono l’occhio della mente a una osservazione sotterranea, subitanea, pronta a cogliere quella voce segreta che si nasconde nelle fattezze delle cose, negli echi del passato o nel transito dei pensieri.
Ed ecco che una biscia, una ragnatela, uno scatolone pieno di cellulari rotti diventano prefigurazioni simboliche che annunciano l’indicibilità della condizione umana e della sua costanza trasformatrice: la precarietà dell’esistenza, l’impossibilità di sottrarsi al mutamento, la vocazione alla ricerca sono solo alcune delle tematiche della raccolta.
Nella poesia “La biscia”, ad esempio, il serpente nell’abbandonare la propria pelle fa da cassa da risonanza al sentore di morte che attende il suo interlocutore, l’io poetico, diventando esso stesso la soglia in cui il reale si lascia attraversare dal significato ultimo delle cose. Quella muta vuota, scarnificata, smaterializzata, rappresenta quel residuo dell’esistenza, quell’osso di seppia montaliano, che certifica la fine, l’epilogo apparente, ma anche la speranza di una legge del divenire che sappia riaccogliere la vita sotto altre spoglie: “Sta lì la biscia, la coda tra i fiori di plastica / e l’ombra sopra il cero sostenuto da una ragnatela. / Impercettibile, quasi una porta segreta / è la vibrazione della ragnatela, / il passaggio della pregheria (…) Tu sei andata, io conto il silenzio / mentre ti chiedo se puoi / (anche solo con un bisbiglio / o incastrando una vecchia foglia / in una ragnatela) dirmi della forma, / dell’essenza… di qualcosa / che sta di là.”
Ed è proprio in questa ambivalenza che l’analogia acquista il suo peso simbolico nell’autoriconoscimento di un destino comune a quello della biscia: la pelle abbandonata è insieme resto e rinnovamento, presenza e impermanenza. Anche nella ragnatela, sottile eppure tenace, invisibile eppure matericamente attrattiva (si confronti la sezione “Ragnatele senza peso”) convivono la sapienza dell’architettura e il senso della precarietà: basta un movimento dell’aria o un urto piccolissimo a distruggerne la ingegnosa geometria. Tuttavia, a questa fragilità fa da contraccolpo la capacità di resistenza: non solo nel trattenere tra i fili i corpi impigliati, ma anche nel coglierne la testimonianza di essere viventi – nel renderli riconducibili a una prova di esistenza.
Come le trame delle ragnatele sono destinate a disfarsi, anche quelle umane – nelle attese, nelle relazioni, nelle memorie – sono archi tesi alla costruzione di un orizzonte che sappia riconciliarci con ciò che ci appartiene ma non governiamo consapevolmente.
E ancora più icastica è l’immagine dello scatolone con i cellulari rotti nella poesia “Vite in riparazione”. Se la biscia lascia dietro di sé la propria pelle, questi oggetti tecnologici conservano invece residui di vite: fotografie, messaggi, conversazioni consegnate al passato. Le assenze depositate nella memoria non fanno altro che certificare l’irripetibilità del senso di perdita, non delegando alle illusioni tecnologiche dei dispositivi il superamento dei limiti del mondo: “Ascolto e sembra un confessionale. Le voci / una flebile litania per restare, dare traccia. È il desiderio dei morti: superare la solitudine / delle illusioni perdute tra i pezzi delle vite. / Fuori, sopra l’ingresso, l’insegna / ‘Riparazioni computer e cellulari’ / è una bugia.”
L’impronta naturale impressa nella condizione delle creature, animate o inanimate che siano, sembra costituire uno dei pilastri della raccolta. Tutto l’esistente porta inciso il segno della trasformazione: gli animali, le piante, gli uomini mutano, gli oggetti si consumano, la materia si deteriora, la memoria seleziona e rielabora ciò che è stato. La poesia di Bellini sembra allora addentrarsi nel mondo naturale che diventa l’osservatorio privilegiato di questo “orizzonte che ci spetta”, riconoscendo in questa forma speculare di realtà una legge che lo precede e lo comprende.
Ne deriva una sorta di antropologia di ciò che resta: una pelle, una ragnatela, un cellulare guasto sono tracce di assenze che parlano più dell’integrità di un campo visivo. È nella perdita che lo sguardo dell’io poetico si fa più radicale, quasi a trovare nel vuoto – o nell’oscurità – una nuova prospettiva capace di espandere il senso umano. Nell’intervallo tra ciò che si mostra e ciò che si sottrare oltre la linea d’orizzonte, troviamo la parola che sonda, coglie e avvicina con la forza dell’intuizione a quel grumo di mistero. Senza spiegare, senza capire. Con la verità del sentire che si fa porta d’accesso e di ascolto. Scomporre il rapporto con la realtà diventa un punto di partenza per avviare la scrittura, “mischiando l’uomo alle cose”, imitare la voce del bosco diventa una richiesta di parola per parlare “della vita che scivola”.
Di fronte alla finitudine, quale caratteristica insuperabile dell’umano, il limite fa eco alla necessità di attraversarlo. Il desiderio di ricerca si rinnova nella sacralità della parola: una parola che sa accogliere la distanza e la possibilità di avvicinamento all’esperienza dell’autentico. Nella rarefazione di un pensiero indagatore, resta la consapevolezza di appartenere a un “angolo minimo” dell’universo, di restare “uomini dentro le uniche misure assegnate”, di nutrire con i gesti la creazione – anche nella versione “storta”.
Man mano la tensione si fa più intimista e il piano ontologico si sposta verso il mondo degli affetti: la madre, il padre, il figlio, le persone amate. Non troviamo solo le voci, ma anche i volti che popolano il labirinto affettivo e memoriale di Marco Bellini: la parola è una prova di comunicazione, nonostante a volte subentrino distanze dimensionali non concepibili: “La sua figura non affiora, non traccia / alcuna luce. È una distanza nuova / una distanza tutta da imparare / dentro questa classe stanca / questa classe arresa e numerosa / di cinquantenni senza più madre.”
Nell’ultima sezione, il respiro poetico chiude la circolarità, l’intuizione ricongiunge la morte alla vita, attraverso la connessione simbiotica con la Natura e la sua indecifrabilità. Ed ecco che nella poesia “Bambini apocrifi” ripercorriamo la verticalità di un albero che accoglie, trasforma ed espande a partire dal tronco il “progetto” prematuramente spezzato dei bambini morti. Prendendo spunto da un rito funebre indonesiano, sull’isola di Sulawesi, secondo il quale i corpi dei neonati morti vengono deposti nelle cavità degli alberi sacri, sotto un cielo che sembra “pretendere le anime dovute”: “Dove la volta si spande, tra le foglie / si fa nuovo un globulo rosso. / Madri antiche passano raccolgono / e cullano i frutti caduti.”
Per concludere, L’orizzonte che ci spetta (finalista al Premio “Europa in Versi”, primo classificato al “Tra Secchia e Panaro” e terzo classificato al “Pontedilegno Poesia”) non è soltanto quello che delimita la nostra esperienza, ma soprattutto quello a cui continuiamo ostinatamente a tendere pieni di domande, risacche interiori, bilichi emotivi. Praticando una sorta di sacralità senza dogma, la poesia di Marco Bellini risiede proprio in questo equilibrio passeggero, in questo orizzonte che non riusciamo a oltrepassare ma che, nonostante tutto, continuiamo a guardare attendendo con gratitudine di ritrovare il “luogo della parola madre”.
Valeria Di Felice