Laiche per “La folle tentazione dell’Eterno” di Fernanda Romagnoli

  1. Chi scrive poesia sembra riprendere il periodo scolastico quando la maestra prescriveva come compito in classe un tema libero. La mente allora prendeva armi e bagagli culturali e si perdeva in luoghi chissà quanto inesplorati: – Avete il foglio di protocollo? Chi non ce l’ha se lo faccia prestare, poi piegate a metà la parte lunga e scrivete a sinistra, così in quella libera farò le correzioni -. Si faceva esperienza della poesia pur non capendone nulla (perché dentro quella prosa c’erano i rudimentali versi di una, ignara, unicità). Anche di giorno si faceva notte quando iniziavi dal principio e non sapevi quale direzione cogliere con tutto quel bianco, poi un lampo oscuro e la penna quasi vagava da sola: si andava bene fuori tema ma i sentimenti si ritrovavano, sempre.

  2. Quando cresce la voglia di scrivere ci sono due modi (una dualità) per uscirne fuori: farsi prendere dalle emozioni oppure leggere, assimilare e farsi prendere dalle emozioni. Quando c’è veramente elaborazione nella pratica le parole accettano un peso specifico: un rapporto tra il peso dei significati e la portata dei silenzi perché arrivino certe immagini, come un accordo preso in precedenza a discapito di chi crede di ordinare quello che ha in mente. Così è il modo di raccogliere “La folle tentazione dell’eterno” ben curata da Paolo Lagazzi, con la preziosa collaborazione della figlia della poetessa, Caterina Raganella, la quale ne scrive una breve biografia. Il tutto per “Interno Poesia” (casa editrice che, assimilando altre sue pubblicazioni, vuol far scoprire e riscoprire la poesia di autrice e autori, dai conosciuti ai meno) e l’accurata nota filologica di Laura Toppan e Ambra Zorat, le quali oltre a raccontare l’excursus delle edizioni succedute, ricordano come questa nuova fa circolare anche testi irreperibili.

  1. Il debito poetico nel fare propria la parola, nel farsi prendere dal proprio ritmo assume pienezza dal mezzo linguistico al bagaglio di esperienze/letture: lo è per chi vuole. Allora in questa “Folle…” folle di riconoscimenti avvengono come i ritratti poetici a Bertolucci (mentore principale, che ha lanciato l’autrice romana facendola pubblicare per Guanda e per Garzanti), a Betocchi, a Valeri. O i richiami nei testi, come “Spiaggia libera” (pag. 145), a Sereni: “«Sono essi gli inganni – o siamo noi / qui gli stranieri »: la mia voce annega / nella sua bocca. E saggio lui, non chiede / che il suo breve presente. Sa che d’oggi, / di ieri, di domani – nulla avanza./ Di noi, di tutti, nel mare dei millenni: / nessuna testimonianza…”. A Montale: “Maestro” (pag. 142) “Dillo: anche tu alteravi / nottetempo la bussola, leggevi / controverso il grecale. Anche tu / – in tenebrore e sale – t’acquattavi / sul cassero a corrompere la rotta…”; “Giardiniere” (pag. 169) “Il giardiniere è in lotta / con la siepe di spine che s’oppone / nel vento. La cesoia / scattata a vuoto. La camicia gonfia. / Il vento, se non si sperpera, s’annoia…”; “Declino” (pag. 188) “Frena lo slancio, il folle guizzo: ormai / la corrente è più forte del salmone, / scorre giù la stagione verso il mare. / Mia parola, rintànati, lucertola / che ha perduto il suo verde / a furia d’esplorare la pietraia…”. Questo è il forgiarsi per distillare l’essenza volatile d’essere poeta: “Mar Rosso” (pag. 161) “L’animo del poeta: un espatriato! / Un erede di ghetti dati al fuoco! / Non ha foglio di profugo. Non chiede / viveri sigarette posto-letto. /L’atlante – cancellato alle sue spalle. / Pura circonferenza l’orizzonte…”.

  1. Un altro passo è la tematica preminente (topos per chi fa critica) implicita a chi il demone dell’analogia s’impossessa: per la Romagnoli è la religiosità, la ricerca dell’Essere. Qui poesia e poetica formano il tessuto connettivo che cerca trampolini, quando quasi in ogni testo il riferimento al vocabolario del cattolicesimo diventa pregnante. Dal viaggio terrestre (parafrasando Luzi), per il lavoro militare del marito che li portava sovente a spostarsi geograficamente, a quello celeste per approfondire nell’intimo quel senso infinito di spiritualità. Questa “tentazione” cresce man mano che la scrittura acquista consapevolezza. Trascorrono 22 anni dalla prima alla seconda raccolta, un tempo in cui l’esperienza cambia nome in perizia. Forse, come nota Lagazzi, questo importante lasso di tempo impiegato, costante viaggio esistenziale, comporta fatalmente una certa inquietudine per il girovagare pure a vuoto: è il compito assegnato ai mistici: muoversi restando fermi e viceversa, in loop: un esempio il moto non moto di Veronica Giuliani. Altri 8 anni ed ecco la terza raccolta: 1973, Fernanda non è toccata minimamente dalle sperimentazioni in voga, i suoi argomenti, i suoi crucci sono a sua volta raccolti in certi termini trascendentali. Intitola la silloge prendendo come inizio una tradizionale preghiera penitenziale. In verità cosa tenta di dirci? Cosa anima l’anima per tentare di ca(r)pirne la via? Che questo viaggio è un ritorno al Paradiso (prato recinto) che non è tanto un giardino piuttosto una pienezza di vita?

  1. Torniamo all’inizio. Quel volatile che apre il libro è così simile al microcosmo della poetessa: partire, migrare, cercare nell’alto la consolazione o meglio una spiegazione e nel basso una casa che resista alle intemperie. Tutto in questa prima poesia, semplice per certi versi, racchiude gli argomenti a cuore che persegue e mirerà la Romagnoli. “La rondine” (pag. 5) “Han tardato le rondini. S’attende, / per credere all’aprile, quella prima / rondine che più assai di noi conosce / la stagione. La rondine s’aspetta, / che par rechi con se, fra penna e penna, / un tepore, un color d’altro paese / lontano, e vide i tetti d’altra gente. / ella che si senti fra penna e penna / volare il cielo d’altro continente. / E torna ai nidi delle nostre chiese / rustiche, dove l’erba lungo i muri / sente di vecchio incenso, ma di fiori / campestri pare che l’incenso odori…”. Quella sereniana attesa dell’ispirazione, la scelta di esprimersi con la penna, quasi come nei giorni della creazione chi alla perenne ricostruzione del proprio nido. Quell’azione naturale per alcuni esseri che è il volo resta impressa in tutta la produzione poetica, come se la rondine, nello spiccare e ricostruire, fosse degna sostituta della poetessa: biografia e assoluto. Ripeteva spesso Paolo De Benedetti: l’alleanza tra Dio e gli uomini non si compie totalmente se non sono compresi anche gli animali, che sono venuti prima degli umani.

  1. Più di un libro nella preparazione e compimento fa questo trattato, che della condizione femminile riprende e continua una tradizione o rivoluzione cinquecentesca, dopo che l’universo femminile da tempo era escluso dalla scrittura: c’erano pubblicazioni senza il consenso delle autrici o lasciate al libero arbitrio dei tipografi. Poi ci fu Vittoria Colonna con le “Rime spirituali”, se vogliamo collegare al sentore della nostra poeta, l’amata persona si trasformava nell’unico Amore vero Sole: i chiodi del calvario negli arnesi autoriali, il sangue all’inchiostro e il corpo-carta. Pure Fernanda quando scrive della donna (se stessa, la madre, la figlia) si ritrae (La Forteguerri fu tra le prime che scrisse in Europa per una donna: Margherita D’Austria). “Per lei” (pag. 171) “Mio Dio, Tu, se per questa mia bambina / una tiepida vita Ti chiedo, / per lei cosi incline all’arsura, / cosi pronta a bruciare / in mille camicie di Nesso; // se un prato recinto per lei, / spensierata agli sterpi d’ogni fosso; // se una casa con piccole finestre, / ben salda e ben sicura / Ti supplico per lei, così smaniosa / di mari e di ginestre: // Tu non esaudirmi, ché non io, / la mia carne di madre ha paura”. “Imparando da lei” (pag. 175) “Adolescente, lascia la mia mano, /del suo Eden-Inferno mi dà colpa. / Diffidando del pane quotidiano, / del cilicio materno – le sue strade / più non passano in me! Per dove salpa / m’incammino a ritroso, mi reincarno, / fino a giungere figlia ove mia madre / s’appressava a sfiorire – ancora bella – / nell’ombra del mio crescere impaziente / crudele perentorio: / ma dolcissimo a lei…”.

  1. Parafrasando nell’introduzione, quando trovai in un mercatino del libro usato “Il tredicesimo invitato” non conoscevo ancora questa poeta. D’un tratto gl’occhi sembravano da soli cercare una qualche totalità in quei versi, i quali quest’ultimi affondavano lievemente in alcunché di latente. Un manuale ora è diventato, si sta sempre più ingiallendo (che fosse questa la via dello splendore che prendono quei libri che maturano nell’assoluto?) e che aprendo a caso trovo ancora questo testo assai folgorante (nelle antologie, da cui spesso per non dire sempre Fernanda manca, questo per me andrebbe di diritto) e non è poco in una raccolta:

 

È molto

È molto ciò che regala una giornata
di primavera – ma non sappiamo spenderlo
né accumularlo, tanto
la sua moneta è in disuso.
Ti sembra astruso dar credito
al minuscolo scoppio della foglia
che sbuccia il ramo a livello di finestra,
e neppure t’accorgi di vederla
nel mattinale scontento… Ma ne dura
la gioia in te fino a sera: in una voglia
di cominciare da capo, una maldestra
baldanza nel tuo passo,
mescolato alle giovani creature,
nell’indulgenza di te… Già questo solo
basterebbe per chiudere all’attivo
il raccolto del giorno – incluso il dolo.

Roberto Marconi

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