Recensione di ‘Ero Maddalena’

Cinzia Demi
Ero Maddalena
Puntoacapo Editrice di Cristina Daglio

di Rossella Frollà

«Maddalena è la cura/il nome che ho addosso/che brucia memoria». «Maddalena c’est moi» scrive nella prefazione al libro Gabriella Sica.  La rievocazione poetica di Maria Maddalena ci ha riconsegnato con tutta la sua forza prorompente l’atto dell’abbandono inteso come smarrimento dentro e nel mondo, smarrimento senza fine «nella storia terrena di Cristo[…] che ha trasceso l’umano» (Rosa Elisa Giangoia, postfazione al libro). Si mischiano, come spesso accade per questa figura, «la voluttà di carne di ardore» con la prima innocenza che si perde prigioniera: «scalza come un bambino/nuda di consolazione/cerco l’antro di un portone/o la fredda scala/la balaustra di una chiesa/il riparo di una prigione. Qui, al riparo dall’ardore umano: «un bacio sì un bacio/sulla bocca me l’ha dato/un saluto una carezza», l’ardore si fa conoscenza senza fine. E per le strade a Bologna, col vento di ponente che da sempre accompagna la Maddalena, da allora quando la statua approdò sull’isola sarda, ora è lei l’anima che chiama: «e a quegli occhi di sirena/di donna sola/come il silenzio come la pena» la pietà nel suo ardore si piega su «di uno che ho visto morto/che non è più nessuno». Lo smarrimento della donna poeta è il precipitare in un eco senza fine di certezze che ci fanno star bene là dove ci troviamo, senza infingimenti e senza colpe ma soli con l’amore. E il vento passa come manto regale contro il male di un mondo che pare perdersi in ogni secolo, in ogni sua stagione e ci devasta l’idea che non possa più accogliere ma distruggere le menti, i corpi e le speranze. Ogni gioia è «vela senza equipaggio» e «cerca un nome» che le onde puntualmente riportano a riva tra l’angoscia e il desiderio di un amore promesso dal mondo. La memoria è sola a nutrire  la mancanza e il vuoto, in bilico la speranza. Ma proprio questa croce portata contro ogni nostra capacità cognitiva rigenera ogni volta immagini nuove, la vita come qualcosa che si può realmente modificare. La speranza nel libro riemerge con infinita leggerezza e richiede silenzio e dolore, il vuoto non si lascia prendere dall’angoscia ma si fa guscio che accoglie lungo le strade a Bologna anime e corpi: «certo rose tra le rose/si credono regine/vanno col vestito nuovo/le scarpe lucidate/alla santa degli impossibili/oggi raccomandate». Eppure la donna poeta sa che in cielo una rosa è una rosa e niente altro, lontana dai nostri contenuti. E quella rosa mi appare quando incalza forte e potente la ricerca di un nome, quando la parola si unisce alla croce e ne esce «il vortice di luce». Magicamente si spegne ogni desiderio e la storia davanti a noi si ricrea innocente. La nuova innocenza ci svuota di ogni cosa. Ogni ferita e umiliazione è un atto da cui partire, un centro cresciuto per accogliere la verità delle cose. Quello che rende speciale questo libro è il suo avvicinarsi alla verità umana in perenne conflitto con la sua umanità e in continua tensione verso l’alto nella dolorosa e splendente ricerca di un contatto con qualche cosa d’Altro che superi le nostre mortificazioni e le nostre colpe.  Qui troviamo un’esperienza della realtà discendente e ascendente in cui ci si dimentica dell’io e ci si riempie di quel Dio che paradossalmente rivela il nostro io: «come la croce/che incontro sempre/nei rami dell’ulivo». La ferita del male si rivive nei suoi aspetti più dolorosi e più umani, nutrita di memoria con una lirica gentile come a cogliere gli ultimi orizzonti di senso, a carpire il Mistero: «per sparire nel rosso/e rinascere/come terra da amare». La parola cerca quel nome che il dolore non riesce a ferire, a svuotare di senso e di amore. Quel nome può dire rosa alla rosa.

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