I poeti e gli alberi: dall’acero alla vite

La crisi ecologica del pianeta si va progressivamente aggravando, con i conseguenti cambiamenti climatici cui assistiamo, per questo motivo negli ultimi tempi si sono levate molte voci a difesa dell’ambiente, non ultima quella di Papa Francesco, che, nell’enciclica Laudato sì, ha ribadito l’assoluta necessità di un’ecologia integrale, in cui la preoccupazione per la natura e l’equità verso i poveri debbano diventare un impegno improrogabile della società. La difesa dell’ambiente non è, tuttavia, una questione sorta soltanto negli ultimi anni: Plinio il Vecchio, infatti, già nel primo secolo dopo Cristo, condannava l’ingratitudine dell’uomo contro gli atti di violenza inaudita nei confronti di una madre natura tanto generosa e scriveva: “Essa ci accoglie al momento della nascita, e, venuti al mondo, ci nutre, e una volta partoriti ci sorregge sempre; finché alla fine, ci abbraccia nel suo grembo”. Deplorava, in sostanza, tutto ciò che potesse danneggiare irreversibilmente la terra, come le cave per l’estrazione dei marmi e lo sfruttamento intensivo delle risorse della natura ai soli fini di lucro. All’inizio della rivoluzione industriale, il poeta inglese Hopkins, nella poesia i pioppi di Binsey intonava i versi: “Oh, se sapessimo che facciano, / a vangare e colpire, / mutilare, torturare il verde in rigoglio! / La natura è tanto tenera a toccarsi; / è così fragile creatura …” Naturalmente furono voci disattese ed ancor oggi non si è sviluppata un’adeguata coscienza in tal senso, se pensiamo che in meno di un anno, nella foresta pluviale dell’Amazzonia, il polmone del pianeta, è avvenuta una deforestazione pari all’area dei Paesi Bassi.

Ed è anche per questo motivo, quindi, che assume considerevole rilievo il prestigioso volume di Mino Petazzini La poesia degli alberi, pubblicato nel 2020 dall’editore Luca Sossella. Si tratta di un’antologia, ma soprattutto di un lavoro critico, come nota Roberto Galaverni, di notevole spessore culturale, dato il numero degli autori antologizzati e ancor più delle numerose poesie e prose poetiche presenti.

Settantasei sono i capitoli (ai quali si deve aggiungere un’ulteriore sezione di carattere generale, intitolata Prologo degli alberi), rispondenti ciascuno alle specie trattate, che vanno dall’acero alla vite; ogni capitolo è preceduto, scrive nell’introduzione il professor Franco Pedrotti, celebre accademico ed esperto di botanica, da una nota critica introduttiva, relativa alla singola varietà, che viene a costituire un piccolo trattato di carattere botanico e poetico. A proscenio dell’antologia, c’è il delizioso idillio la Sampagna, di Giovanbattista Marino: “Corsero aprova, fatte/ peregrine le selve; e dele selve/ le Driadi cittadine/ abbandonati i lor nativi tronchi…”.

Fin dai tempi più remoti gli alberi hanno rappresentato il simbolo di vita in continua evoluzione, di fecondità: a loro venivano spesso attribuiti poteri, proprietà che andavano ben oltre la loro fisicità e il loro ruolo pratico ed estetico. In vario modo erano rappresentati quali veicoli tra il mondo sotterraneo e quello degli dèi, elementi di collegamento tra l’aspetto materiale e quello spirituale.

Le varietà di piante trattate in La poesia degli alberi, appartengono per lo più alla flora autoctona italiana, anche se non mancano alcune piante esotiche. Sul piano letterario, Petazzini, il quale, oltre ad essere uno studioso di botanica (è direttore di Villa Ghini a Bologna), è un profondo conoscitore della poesia, spazia in tutte le epoche e le aree geografiche: dal poema sumero-accadico di Gilgamẽs, agli antichi autori greci e latini (ricorrono, infatti, versi di Omero, di Alceo, di Callimaco, di Virgilio, di Orazio e molti brani delle Metamorfosi di Ovidio) fino a giungere, attraverso i secoli e i linguaggi poetici più diversi, ai giorni nostri, naturalmente con un’attenzione maggiore nei confronti della poesia italiana.

In un’opera antologica così ricca e densa di significati e di poeti non poteva mancare Dante Alighieri, di cui sono riportati due canti: il XV dell’Inferno, dove vengono citate le bacche del sorbo e il XIII, sempre della stessa Cantica, nella quale Dante, staccando un ramoscello di “un gran pruno”, sente il lamento ed il racconto di Pier delle Vigne. E vi compaiono altre splendide composizioni della letteratura classica italiana quali: La Ginestra di Giacomo Leopardi, i filugelli di Giovanni Pascoli, forse il poeta più accorto e sensibile nei confronti della natura (in una nota alla lirica al Serchio scrisse: “ […] L’Italia deve rivestire i suoi monti già spogliati dalla spensierata ingordigia dei possessori, se vuol da per tutto ciò che, per provvidenza, per disinteresse, per virtù dei maggiori, è qui in Val di Serchio), La sera fiesolana del D’Annunzio, la famosa e studiatissima lirica Davanti a San Guido di Giosuè Carducci. I singoli autori, con le loro diverse liriche ricorrono più volte nei vari capitoli dell’ampia raccolta. Per quanto concerne il Novecento, dei poeti presenti nelle pagine del libro, cito soltanto alcuni nomi dei più conosciuti: Montale, Mario Luzi, Sereni, Andrea Zanzotto, Attilio Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, che nel suo lungo testo, dedicato al glicine, come nota lo stesso Petazzini sembra “decostruire e ricostruire la propria poetica ideologica”. Numerosissime sono anche le voci degli autori contemporanei e, come si è precedentemente accennato, non mancano i poeti stranieri a fronte dei ben 126 scrittori italiani. Nella sua lucida recensione, pubblicata sul quotidiano Il Manifesto, il poeta e scrittore Tiziano Fratus ne fa un dettagliato elenco: “La Francia viene rappresentata da 23 poeti, fra i quali Ponge, Prevert, Rimbaud, Bonnefoy e il belga naturalizzato francese Michaux. La Spagna da 12, il Portogallo purtroppo dal solo Fernando Pessoa, la Grecia da 3 – sciagura! – la Svizzera da 6, l’Austria da 4, la Germania da 23, i Paesi Bassi da 3, il Regno Unito da 36, l’Irlanda da 4 – sciagura seconda. Quindi 6 poeti per la Polonia, 11 per la Russia, 9 per la Cina, 37 per il Giappone, 3 per l’Argentina, 2 per il Messico, 3 per il Canada, 2 per la Romania, 50 per gli Stati Uniti”.

Una particolare attenzione il curatore la rivolge agli haiku giapponesi e cinesi, veri componimenti dell’anima. La sezione dedicata all’albero del ciliegio ne è ricca, perché, come ci spiega lo stesso, in Giappone esiste un’autentica venerazione per questa pianta, che viene celebrata durante la festa dell’hanami, momento di profonda riflessione, oltre che di gioia, per il ritorno della primavera, nel corso della quale si svolgono, sotto i ciliegi in fiore, giorno e notte, dei picnic. Scrive Kobayashi Issa, uno dei poeti più noti, assieme a Bashṓ e a Yosa Buson: “La cura per/ questo mondo turbolento…/gli ultimi fiori di ciliegio”.

In generale tutte le singole varietà di piante hanno avuto più di un cantore della loro unicità, ma nel caso dello scotano, appare un solo nome, quello di Umberto Piersanti, che ha dedicato a questo arbusto uno dei libri della sua trilogia einaudiana: “L’albero delle nebbie”. Come precisa Mino Petazzini, questa pianta, chiamata altrimenti l’albero della nebbia, vive negli ambienti piuttosto aridi, meglio se tra rocce calcaree e per questo motivo è specialmente presente nel Carso, sui Balcani e nella zona di Urbino, qui forse trasportata dai venti. Le sue radici tenaci sono fatte per insinuarsi in suoli magri e calcarei, anche in quelli desertici e subdesertici, e un terreno troppo ricco ne inibisce la colorazione autunnale. Piersanti, che di recente ha vinto il prestigioso premio Saba, è un poeta della natura, i suoi stessi versi ne colgono il respiro. Di ogni pianta o fiore conosce il nome esatto, ma ciò non inficia la valenza simbolica che essi assumono nella trama fiabesca e memoriale del suo racconto. Lo scotano, che nelle brume autunnali si accende di un caldo colore tra il rosso e l’arancio, ha il potere di squarciare quel velo fitto di nebbia che separa l’autore dall’infanzia, la sua vera età dell’oro, scorsa tra i boschi e le radure delle Cesane. Scrive nella lirica la nebbia: “no, la nebbia non quella//…ma uno scotano rosso/ la trapassa, / e t’appartiene, / t’appartiene il filare/ che più non vedi…”.

Scotano, Cotinus coggygria (Foto: Ilona Ilyés da Pixabay)

La poesia degli alberi è, in conclusione, uno splendido caleidoscopio poetico, un’antologia ricca e sapiente, capace d’accendere l’interesse non solo dei botanici o dei poeti, ma di chiunque legga anche soltanto alcune delle sue pagine, per la straordinaria sintesi, in essa realizzata, dell’aspetto scientifico con quello letterario, a dimostrazione della passione e dell’intenso coinvolgimento del curatore per entrambi gli aspetti e l’amore profondo per una natura oggi, più che mai, minacciata dall’incuria e dal degrado.

Raffaella Bettiol

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