Alogenuri d’argento di Marina Baldoni

Questa prova poetica di Marina Baldoni intitolata “Alogenuri d’argento” si denota per la raffinatezza e la grande forza espressiva: non a caso è la poetessa stessa a rappresentare un connubio di finezza ed eleganza, quasi come se la poesia ne rappresentasse una specie di “prolungamento”. Il titolo rinvia al vedere e all’essere visto, in una sorta di valéryana commistione: basti pensare alla celeberrima citazione tratta da Monsieur Teste per rendersene conto: “il vedere non è l’essere, il vedere implica l’essere”.

Già il titolo di per sé rinvia all’immagine fotografica, che riesce a racchiudere in uno scatto un momento dato della nostra esistenza, conservandone il ricordo per l’intero arco della vita. La poesia “salgado, 2018” dedicata al grande fotografo franco-brasiliano, bene rappresenta questa infatuazione per l’immagine, per la fotografia d’autore di cui la poetessa è cultrice: “di solito ombre noi,/ per qualche attimo immagini siamo stati/ quasi ritratti/ nelle foto di salgado in bianco e nero”.

E anche l’arte, per Marina Baldoni, assume uno “sguardo – come dice bene Umberto Piersanti nella postfazione – particolarmente intenso quando osserva i quadri. Certo, non è quello di un critico d’arte, ma di una poetessa che ritrova in essi consonanze e analogie”. Si tratta insomma di una poesia che procede per fotogrammi, per immagini nitide ma sovente dolorose che rinviano a una sofferenza sempre sobria, il cui tono è tacitamente “enfatico”, ma in cui c’è tuttavia spazio per una sorta di speranza, una via di fuga da un presente nero e tetro che si può cogliere in questo verso emblematico: “tracciando mappe per la /forse/ mia salvezza”.

È sicuramente una poesia esistenziale quella di Baldoni, nella quale le vicende soggettive di sofferenza e di patimento trovano spesso riscontro in una causa comune: un “tu” talvolta crudele ed effimero, altre volte presente con slanci appassionati di amore e tenerezza, come se ne evince in questi delicati versi: “dal buio vacillando un’altra volta/ seguire i tuoi passi, fissare/ la nuca conosciuta/ e tremare di nuovo nell’attesa/ che ti volti ancora tu a guardarmi/ /anch’io quanto vorrei vederti ancora/ ogni volta a rimandarmi indietro/ in un gioco perverso/ di quasi amore”.

In questa ricerca assidua dell’altro – che talvolta è non meno dolorosa della analisi del proprio corpo, altro elemento che appare evidente in queste poesie – ritroviamo dunque la forza del verso di questa autrice non alla sua prima prova poetica, la cui mise en page è scevra da ridondanze o da eventuali “tormentati tecnicismi letterari” (è sempre Piersanti a metterlo in evidenza), ma al contrario bene inserita in un poetare asciutto e stringato lontano da qualsiasi influenza classicheggiante. Una sorta di “monachesimo lessicale” – come ebbe a dire Enrico Testa riferendosi alla poesia di Francesco Scarabicchi – che fa della reticenza una cifra importante della poesia di Marina Baldoni, dove è – il più delle volte – l’assenza a primeggiare e l’arrivo di una nuova primavera per poter rifiorire: “nel carosello dei ritorni incerti/ confusi dalla pioggia il cuore e il fiato,/ arresa, aspetti ancora un altro aprile/ fantasmi e resti/ e smisurate assenze”.

Riccardo Bravi

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