In un panorama poetico italiano che appare imploso e ripiegato su sé stesso, nel quale la superfetazione quotidiana di sillogi ha provocato una sorta di bulimia fuori controllo, crediamo sia necessario e doveroso, ora più che mai, soffermarsi, rileggere e approfondire l’opera di quegli autori che, probabilmente a causa dei ritmi dettati da un mercato editoriale mordi e fuggi e da giudizi critici frettolosi e spesso apodittici, sono stati relegati a un ruolo marginale e rimasti per decenni pressoché sconosciuti alla maggior parte dei lettori. Come nel caso di Antonio Seccareccia, la cui opera poetica completa, «Una cara immagine in un sogno», è stata di recente data alle stampe dalla casa editrice Interno Poesia, a cura di Arnaldo Colasanti e Raffaele Manica.
Il libro raccoglie le sillogi pubblicate nel 1959, «Viaggio nel Sud», e nel 1997, postuma alla morte dell’autore, «La memoria ferita».
A un primo approccio il registro linguistico pare orientato verso uno stile lineare e semplice, un apparato lessicale che potrebbe fraintendere una “ingenuità” sintattica e persino tematica. Il rischio, appunto, insito in una rapida e epidermica lettura.
Nell’accurata e preziosa presentazione Raffaele Manica scrive: “Versi semplici, quasi generati senza sforzo è un’espressione insidiosa, perfino subdola, perciò è meglio chiarire. Seccareccia ha inseguito la semplicità, e ciò non è possibile, mai, che avvenga senza sforzo. Ovvero: la semplicità, nell’arte, è qualcosa che si raggiunge, e che quasi mai si ha come dono. Costa sforzo, e un corollario dice che arte suprema, nella rincorsa della semplicità, è quella di nascondere ogni sforzo, di non mostrarlo”. Concetto che potremmo chiosare in questo modo: quella di Seccareccia è arte che sottende un’incessante azione di cesellatura e macerazione, ben prima che il prodotto sia consegnato al lettore. Una semplicità complessa che si tiene sul filo di una scissione – tutta vissuta dal poeta – da ricomporre e riassestare nel suo abisso, ancora prima che la crepa possa tracimare. Questa ci sembra, in sintesi, la formula che meglio rappresenta la poesia di Antonio Seccareccia.
Non a caso la sua ultima silloge s’intitola “La memoria ferita”, sintagma che contiene due temi cardini della sua poetica: la memoria e il dolore. Il dolore che si fa memoria e che viene fissato sulla pagina per mezzo di ciò che alla pagina stessa è più indispensabile e necessario, ossia quella parola unica, essenziale e inequivocabile.
Poi, la memoria che tasta la ferita fin quando essa non smette di lacrimare.
La sua è un’epica dell’invisibile, tensione verso una dimensione panica, oltre i confini della materia, al di là del tempo, oltre l’epica della durata e della tenuta:
Camminare senza tempo
lungo un verde sentiero nel tramonto
– che importa dove conduce il sentiero,
dove finisce? – e in fondo dormire
per sentirsi al risveglio ancora intatti,
di nuovo col cuore aperto alla speranza.
Chi ha sofferto, ha bisogno
di affidarsi al mare e diventare naufrago.
Ma la memoria rimanda anche al viaggio, naufragio sulla rotta delle proprie radici: “Cercare nella memoria, è come aprire/ uno scrigno di gioie dimenticate./ Oggi è come s’io rivedessi/il fresco cielo del mio paese/posato sulle colline…”.
E non importa quanto il viaggio sia durato, quel che conta è averlo tracciato: “il viaggio fu breve, ma immenso./ La sera, al tramonto, il sole non era/che una piccola ostia di luce…”.
Si materializza, pertanto, nei versi di Antonio Seccareccia un Sud “mitico e segreto”, di aie, polline e vento, di “fiori di sole/ sulle colline profumate d’infanzia,/polline d’oro è il grano/che cade sulle teste ricciute/dei battitori che cantano nenie…”, un Sud fermo negli occhi di chi l’ha voluto sognare.
Un Sud che è teca di affetti, tormento per le distanze e i ritorni: “Ora penso a mia madre che sta sola/nella vecchia casa di campagna,/e forse sta ascoltando impaurita – forse trema – il soffio lungo della tramontana”. Ma il viaggio è anche riappropriazione in chiave mitopoietica di quei luoghi ancestrali dai quali il poeta si è dovuto separare: “Dalla terra dove son caduto troverò il fiume nascosto/senza domandare la strada.”
In “Viaggio nel Sud” sembra che l’autore, più che aderire a una specifica e peculiare corrente letteraria, sia stato ispirato dalla frequentazione dei versi di alcuni poeti e scrittori meridionali con i quali ha instaurato nel corso degli anni una sorta di dialogo virtuoso.
Dalla lettura oculata e profonda dei loro testi, al tempo necessario per la ricezione e la sedimentazione. Un processo che in Seccareccia non ha mai avuto tregua: “Quand’ero ragazzo, e sognavo/di diventare poeta, dicevo: «Racconterò di queste fresche siepi/tra cui la strada scorre come un fiume/ (…) Voglio essere il poeta delle strade».
La sua poesia sgorga limpida e autonoma da una fonte antica quanto l’uomo, si arricchisce via via di nuove tonalità e timbri, per giungerci con una piena consapevolezza linguistica e sintattica.
Tante voci che la evocano e la sostengono.
Pensiamo, ad esempio, a Libero de Libero, Alfonso Gatto, Vittorio Bodini, Leonardo Sinisgalli, Lucio Piccolo, a Rocco Scotellaro.
Certo, una poesia esteriormente distante dai versi surrealisti di Bodini – “Tu non conosci il Sud, le case di calce/da cui uscivamo al sole come numeri/dalla faccia d’un dado”- , ma di cui reca la traccia in echi e accenti onirici: “Forse è stato solo in sogno/che una volta ho viaggiato nel Sud,/per strade fiorite d’oleandri,/e sentito il vento vivo sulla fronte”.
Senz’altro, una poesia lontana dai versi ermetici e orfici di Sinisgalli -“Sulla collina/io certo vidi le Muse appollaiate/tra le foglie./Io vidi allora le Muse tra le foglie larghe delle querce/mangiare ghiande e coccole. ”-, ma che in Seccareccia a volte conserva le suggestioni, l’incertezza, i tremori dell’attesa e dell’agnizione: “I papaveri sono come il sangue./Il sole rosso s’infrange sulle pietre./ È l’ora…”.
Ma è senza dubbio Scotellaro l’autore al quale Antonio Seccareccia pare maggiormente tendere e accostarsi, non solo per una comune matrice socio/culturale, ma anche per una sincera e naturale predisposizione d’animo condivisa con il poeta di Tricarico.
Innanzitutto, li accomuna un realismo scabro e rigoroso, che si riscontra soprattutto nelle descrizioni della terra e del lavoro dei campi. A tal proposito, leggiamo in Seccareccia: “Nella distesa dei campi mietuti/resiste solo la gentiana verna,/il piccolo fiore azzurro delle stoppie./ Morirà nel suo mare d’oro con l’estate/sola con se stessa come visse/sotto il cielo nuovo delle piogge.” E Scotelllaro, nella raccolta “È fatto giorno”, gli fa eco: “L’estate appoggia le chiome sulle mensole/le membra stende tra le luci sparse/ (…) È l’ora che si vada verso il giorno/quando l’estate appena si risveglia/per abbruciare i campi già mietuti”. Assai simile in entrambi i poeti l’efficacia evocativa dei versi. Sentirsi parte di un paesaggio opalescente, sospeso tra vita e morte.
Una terra riarsa, “i campi desolati contro il cielo apatico”, il povero mondo contadino dal quale Seccareccia con rispetto e devozione afferma di provenire: “Così, terra per terra diventai contadino/e zappai per chi mi pagava di più./Almeno il giorno mangiavo libero/il pane e l’aringa, e bevevo l’acqua alle sorgenti/e caldo vino alla fiasca comune./E dopo, dormivo,/steso per terra senza pensieri…/”. Poi, altrove: “La mia culla fu un vecchio mantello,/un nido di falco che mia madre/portava dalla casa alla campagna/ (…) La mia culla fu come un’ombra d’ala/nei rami bassi d’un albero/in fondo a un sentiero. Nella terra arsa/i passi di mia madre non avevano un’eco…”
Toni e atmosfere che richiamano anche il Pasolini friulano (“La meglio gioventù” è del 1954), versi che potrebbero facilmente essere interpretati in chiave nostalgica, con venature idilliache: testimonianza e rimpianto di un mondo e di un tempo che fu. Il fumo di un camino, le scarpe infangate, il pane rosso, “arido come terra di montagna”, mangiato con avidità.
Care immagini, assai suggestive, ma che sottendono anche altre soluzioni interpretative.
La lezione di Scotellaro si avverte soprattutto per quel che concerne l’aspetto civile e sociale, anche se deprivata di quell’apparato ideologico che caratterizza, invece, il cammino del poeta lucano. La denuncia e il riscatto sociale da parte della massa di contadini, tanto a lungo auspicato, sono presenti in Seccareccia come fiume carsico che scorre sotto la superficie. Se ne avverte la presenza, anche se non deflagrano quasi mai in un grido deciso di sdegno e rivolta.
Seccareccia nutre nei confronti di quel mondo rurale un sentimento umanissimo, pervaso di “sacralità”, non di mesta e rassegnata accettazione. Una sacralità imposta dal sacrificio e dal duro lavoro, il saldo principio secondo cui una moltitudine di mani anonime ha edificato l’Opera e scandito i giorni.
Il silenzio, quindi, diviene “senso della misura” di fronte al silenzio assordante della Storia e lucida presa di coscienza della presenza di un Ordine superiore.
E per mezzo di questa umanissima parola, che ha radici antiche, Antonio Seccareccia si fa testimone – come scrive Raffaele Manica – “di un sentire moderno, contemporaneo”.
Proprio nel momento in cui i suoi versi si piegano sui tragici eventi del suo tempo, (o forse del nostro?) essi assumono una funzione collettiva e civile. Lo sguardo del poeta, scevro da facili sentimentalismi, fa la spola tra il desiderio di libertà coltivato da popoli interi, l’emigrazione, la guerra: “«Parti, figlia, questo è un paese maledetto»/dicesti sdegnata, alzando le braccia/contro ogni ripensamento o dubbio,/e Tina ignara partì./Portava un figlio per mano e un altro in braccio/che inconsolabile piangeva anche per noi….”
Un desiderio di quiete, un anelito di pace attraversa versi di reminiscenza ungarettiana: “Delle battaglie, dei compagni morti,/delle lunghe colonne che marciavano lente in nugoli di sabbia rossa,/oggi non ho quasi più memoria”, “Chi avrebbe detto, (…)/che avrei vegliato tutta la notte il cadavere d’uno sconosciuto!”.
Resta la pietas del poeta che vorrebbe “passare sulla terra/cedendo il passo a tutti/ per essere in pace/ (…) per avere tutti fratelli”, tutti riconoscersi come fratelli.
Ma ogni cosa deve maturare da sé affinché il canto si faccia preghiera e la preghiera colloquio intimo con Dio: “Signore,/dammi l’antro del monte come casa,/fammi pregare come prega il vento.” Con quella forza nella voce che risuona nei versi di David Maria Turoldo, con quell’abbandono all’assoluto che divampa in Girolamo Comi.
Ma tutto deve scomporsi per essere manifesto: “Nato,/morto, rinato; (…) e la nascita non fu che un ritorno”. Tutto deve cadere per risalire in superficie.
E la parola, come per Mario Luzi, volare alta, crescere in profondità. Tendere all’Assoluto. Farsi Mistero:
Sei tu, parola, che covi e trami nel buio
le tue imprevedibili sortite, che ti fai pietra
e fuoco nel petto dell’uomo in hora mortis,
o émpito di gioia quando ti sciogli
in gola, al risveglio, voce del mattino.
Valentino Campo