‘Cupo tempo gentile’: la storia e l’esercizio del ricordo…

Pubblichiamo una recensione del romanzo di Umberto Piersanti “Cupo tempo gentile” (Marcos Y Marcos, 2012) tratta dal blog letterario Letture Sconclusionate, di Simona Scravaglieri.

“Cupo tempo gentile”, Umberto Piersanti – La storia e l’esercizio del ricordo…

Era veramente “cupo” questo tempo di cui parla Umberto Piersanti, lui che invece, attraverso il suo personaggio principale, guardava al mondo in maniera “gentile”. Ed è passando in questa contrapposizione che si dipana la trama di questo libro; non che “cupo” sia il contrario naturale di “gentile” ma, in questa organizzazione temporale e spaziale di una storia che si ancora in maniera prepotente alla “Storia” degli anni che vanno dal ’67 al ’68 inoltrato, i due termini acquistano una coerenza grazie proprio a questa loro contrapposizione che difficilmente avrebbe potuto essere più azzeccata.
Ma cos’è cupo e cosa è gentile? E perché della contrapposizione? La contrapposizione, qui, viene utilizzata come un contrafforte nell’architettura gotica. I muri troppo alti e sottili, nelle cattedrali medievali, tendevano ad aprirsi in alto verso l’esterno e i contrafforti contrastavano questa tendenza mantenendo la verticalità con spinte verso l’interno. Il tutto, pertanto, si teneva in piedi grazie ad un ingegnoso e quanto mai armonioso sistema di forze fra loro contrapposte; l’armonia del muro interno nato, ad “arte”, per stupire veniva contrastata da un mezzo nato dalla tecnica. Questo avviene metaforicamente anche nello scritto di Piersanti: l’interno che sta per “esplodere” verso l’esterno è il momento storico, mentre la funzione del contrafforte lo fa il valore della tradizione rappresentato dalla cultura della “natura” non solo intesa solo come paesaggio ma di più ampio respiro, ovvero la natura, che corrisponde tutto ciò che è naturale e che costruisce l’io dell’essere umano, intesa anche come tradizione e storia pregressa.E l’equilibrio magico di forze? E’ metafora della vita naturalmente!

La trama racconta appunto degli anni della nascita e dello sviluppo del movimento sessantottino a Urbino e il protagonista, Andrea, vive questo momento con uno sguardo diverso dai suoi compagni che invece patiscono la distanza dai grandi focolai dell’organizzazione centrale.
Andrea aveva in precedenza preso un altro corso di studi e poi si era riscritto a Lettere, è più grande e comprende che è ora di cambiare, ma è anche ansioso di confrontarsi con il mondo che già esiste. Forse perché, in fondo, deduce che nemmeno i suoi compagni sanno esattamente quel che vogliono. Frattanto Andrea frequenta le ragazze che rapiscono il suo interesse, ma trova sempre il tempo per andare alle riunioni per poter vedere da lontano i vari comizi; è come un esercizio, se assisti e ti astrai sarà più facile cogliere gli errori.

Leggere “Cupo tempo gentile” non significa solo attraversare un momento storico che ha portato radicali cambiamenti – non nell’approccio alla cultura, ma nel coinvolgimento della massa (cosa buona o no, sta a ognuno di noi dirlo anche se libri come 1984, La fattoria degli animali, Il condominio etc. hanno ampiamente descritto tale stato di massificazione della partecipazione o non partecipazione “informata” come status di pari livello e di basso profilo) nella questione sociale condivisa- ma, significa anche confrontarsi con le questioni della vita che ancora oggi hanno un preponderante peso nella nostra epoca.
Nell’intervista di Faherenheit che mi ha convinto a comprarlo, Piersanti affermava che sapeva che questo libro avrebbe sollevato facili affermazioni, che da sinistra lo avrebbero accusato di aver tirato fuori le beghe del movimento sessantottino e che da destra avrebbero dichiarato che finalmente erano venuti a galla i retroscena di detto movimento. Ebbene qualora vi trovaste a pensare una cosa del genere, sappiate che siete sulla strada sbagliata. Come al solito, l’obiettivo non è raccontarvi la storia in maniera didascalica, ma è quello di approfondire un approccio errato che appartiente a tutti i modelli, di sinistra quanto di destra e ultimamente direi anche di centro, che fa parte della nostra vita non necessariamente politica, religiosa e via dicendo. Il problema è il “credo cieco”. Come dicevo in un’altra recensione su “La fattoria degli animali” di Orwell:

“Se da un lato la presa del potere è ai giorni nostri alla mercé dell’informazione al contempo il valore della massa, in una società che è l’informazione stessa, continua ad avvicinarsi pericolosamente allo zero assoluto. Mi spiego meglio, se da situazioni di totalitarismo come quelle che hanno caratterizzato la prima metà del ’900, dove non c’era libertà di parola e pensiero e quindi l’adesione era presa come stato di fatto, oggi, con l’avvento della tanto agognata democrazia, dalla meta’ del ’900 in poi, si assiste ad una anestetizzazione del valore di libertà di pensiero a favore non delle convinzioni dell’unita’ che compone la massa ma dell’adesione di gruppo al pensiero altrui. E in effetti questa e’ la nuova forma di schiavitù moderna: la delega”.

E la delega di cui si parlava era quella di “pensiero”. Siamo disabituati a pensare e ci sentiamo obbligati ad agire, perché se la massa corre affannosamente da qualche parte, pur di non rimanere soli, sentiamo la necessità di “sposare” un obiettivo, aderendo a questo in maniera quantomai supina.
Così smettiamo di ragionare e adottiamo lo slogan, l’aforisma d’effetto perché questo ci garantisce di non uscire dal seminato. Quello che Piersanti descrive in più, rispetto a Orwell, è che questo status di fatto non appartiene più solo al popolo che ne “La fattoria degli animali” era rappresentato in maniera estremizzata nelle pecore, ma appartiene anche ad una classe di futuri letterati o comunque laureati che ancora oggi formano le fila della nostra dirigenza sociale, amministrativa e anche privata. Segno che la “Storia”, e il significato stesso della cultura, cessano la loro ragion d’essere didattica a favore della trasformazione in “momento enciclopedico” da cui attingere, in maniera arbitraria, l’evento, la frase o il personaggio e/o scrittore che ci sembra più adeguato alla situazione. E’ questa adesione, senza “se” e senza “ma”, che preme all’autore e che condiziona la vita umana, non solo le vite dei giovani sessantottini, ma anche degli antagonisti fascisti e si contrappone alla “gentilezza”, che è tale perché ha, dalla sua, la forza della “natura” e non ha bisogno di cercare, “è in quanto pensa”, elabora e deduce dalla storia pregressa proiettandosi verso altro pur avendo in coscienza la necessità di cambiare lo “status quo”. Come per i romanzi precedentemente nominati, non c’e’ l’ansia di dare una risposta come, ad esempio, quale sarebbe stata la miglior soluzione dedotta dalla natura. Non vuole darla l’autore rispettando la natura stessa, ieri in un modo e oggi in un altro, perché la natura cambia e si evolve adattandosi volta per volta agli eventi, in cui incorre strada facendo, e rinnovandosi continuamente. E pertanto non c’e’ una risposta assoluta che trapassi i decenni, ma si può solo analizzare “momento storico per momento storico” tenendo presente che:

“la realtà che veniamo a conoscere è molto differente dalla nostra, e dobbiamo imparare a guardarla come tale. Ho cercato nel corso dell’esposizione di insistere fortemente su questo punto: è diverso il modo di considerare il tempo e di misurare le ore, sono diversi i sentimenti e la percezione del mondo circostante, i sistemi di valori e i criteri di senso comune, per non parlare dell’alimentazione…”
(Ottavia Niccoli Introduzione a “Storie di ogni giorno in una città del Seicento”)

A questa ramificazione di concetti su cui riflettere con serietà e distanza dal proprio credo politico, religioso o culturale, per poterne apprezzare appieno la validità della scelta, si contrappone una storia semplice che sembra ricalcare la natura o, se vogliamo essere più specifici, l’origine del protagonista di questa storia. Di famiglia medio borghese con origini contadine, gli occhi di Andrea vedono la realtà e rifuggono da essa ricercando risposte nella gentilezza della natura. Il tutto si completa dalle normali voglie di nuove esperienze tipiche dei giovani che hanno voglia di sperimentare e di conoscere. Il tutto narrato con un linguaggio snello che non genera intoppi, in una lettura che scorre nelle mani e negli occhi dei loro fruitori con la freschezza di un torrente in piena estate. E in questa “corale quasi pastorale” da un lato e dall’altro “urlo di attenzione”, si pone quasi ad arbitro o come direttore d’orchestra questo saggio di altri tempi che guarda, comunque con una vena nostalgica e affettuosa, i tempi che ancora oggi attraversano i suoi sguardi al momento dell’esercizio del ricordo.

Come detto, un libro da leggere con uno sguardo attento e mai leggero, una storia bellissima che non bisognerebbe perdere.

di Simona Scravaglieri

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