Estinzione di Marco Capponi

Recensione di Rossella Frollà

Estinzione
di Marco Capponi
Edizioni Divinafollia, 2016

Attualissimo, questo libro di Marco Capponi, arriva puntuale nel delicato passaggio in cui pare possibile che le nostre esistenze siano interamente nelle nostre mani. L’ingegneria genetica può ridisegnare le nostre fondamenta così che la distinzione tra natura e artificio sembra essere destinata a non avere lati.
La potenza dell’uomo sul cosmo vertiginosamente aumentata nell’ultimo secolo ha reso l’uomo ora più che mai «un progetto aperto sull’infinito».
Tuttavia resta fragile e delicato il problema del controllo e della responsabilità sui nuovi temi sociali, culturali, etici che si andranno a delineare nei prossimi anni.
Il controllo su ciò che va oltre l’umano, dalla sofisticazione della base biologica dell’uomo all’annientamento della sua umanità, si fa più che mai decisivo per l’avvio di questa nuova stagione.
E la Natura ignara del bene e del male, delle inondazioni e dei terremoti, delle epidemie, è lì che guarda questa nostra grande volontà di andare oltre l’umano che ci è dato fino all’impossibile artificialmente prodotto e costruito per la nostra evoluzione non certo per la nostra sola intelligenza.

Un gruppo di scienziati lavora sotto la guida del prof. Franzinelli all’intuizione di uno di loro, Filippo Landi. Si scopre un’ «interazione ordinante» che non disperde energia e informazione ma le organizza e le concentra. Franzinelli si rende conto della possibilità di bloccare ogni processo degenerativo dei sistemi biologici oltre che raffreddare quasi gratuitamente ogni sistema termodinamico. L’«interazione ordinante» va oltre il principio classico dell’aumento dell’entropia dell’universo.

Il risultato scientifico sarà quello di trattare la morte, la degenerazione della vita non più come inevitabile. Si renderà possibile la stabilità straordinaria del materiale biologico, superando l’ibernazione e addirittura favorendo il processo di riparazione delle cellule.

Alla applicazione metodologica di tale intuizione seguirà negli anni la mutazione genetica della specie umana. L’interazione ordinante si estende attraverso onde elettromagnetiche che viaggiano nella rete telematica per raggiungere tutti coloro che sono collegati ad essa. Si tratta di un cambiamento epocale che muta il rapporto degli uomini col territorio, con la loro stessa esistenza. Il fine non è più pensabile, né la fine né il tempo se non nella perpetua angoscia del possibile incidente che limita e penalizza l’evitabilità della morte naturale. Questa paura folle costringerà la nuova specie ad abbandonare completamente i mezzi di locomozione aerei e terrestri.

Si apre un nuovo eterno pericoloso senso di angoscia.

Le relazioni tradizionali vengono sostituite da un nuovo senso di intimità virtuale. L’occhio non coglie più la persona là dove ella esiste. Appare una assoluta mancanza di senso, un appiattimento delle emozioni e dei sentimenti. Un delirio della solitudine pervade l’umanità drasticamente ridotta. La classe dominante del genere umano ha perso il controllo dei processi. Improvvisazione e ferocia hanno reso possibili armi chimiche, atomiche e batteriologiche. Questa nuova era che ha cancellato interi popoli, zone geografiche e civiltà non era stata prevista dai nostri scienziati. Ciascuno di loro risponde in modo diverso alle unanimi responsabilità.

E così per Landi, in quella lunga estate della Maturità, nel paese della sua infanzia, la previsione della mancanza di un esito definitivo provoca forte turbamento. Si ravvivano  forti ansie e tensioni che la vita perpetua. Tornano in lui gli interrogativi leopardiani sulla condizione umana e il peso di governare e controllare l’ineluttabile scoperta e ogni possibile degenerazione di essa. Poi tutto soccombe nello smarrimento e nell’abbandono a un’armonia che lo stringe. E quando si sente un tutt’uno col cosmo decide di concludere la sua storia lasciandosi prendere lentamente dal mare. Se ne va leggero, sospeso il suo corpo dall’acqua. Il dolore dell’esistenza si fa muto nel momento più alto di amplesso col mondo. Landi elude ogni responsabilità per la sorte umana e tenta di vanificare il tragico essere nati («è fatale a chi nasce il dì natale»). Se ne va nell’aldilà delicatamente scortato dalla dolcezza dell’acqua.

Cosa c’è di meglio che andarsene quando si è raggiunto un equilibrio, quando si sa che meglio di così non si può stare, quando si è pieni di ammirazione, e perfino di tenerezza, verso il mondo che ci circonda, verso la natura e le cose … ed anche verso se stessi? 

La Krilic commenta:

«è bastato il timore di un futuro troppo impegnativo per farti rifugiare nella dolcezza del tuo egoismo.»

Il loro fu l’addio di una perpetua presenza. Filippo col suo sguardo d’adolescente, con la sua arrendevolezza amorosa aveva disinnescato ogni soddisfazione della Krilic per il suo ruolo di carnefice, vendicativo, nei confronti dell’uomo. Nelle loro scorribande erotico/amorose si definivano «pater eroticus» e «mater erotica». I sentimenti scivolano liberi senza preconcetti e lasciano l’altro libero, là dove si trova, felice o infelice.

Nella seconda parte del libro gli interrogativi si fanno realtà:

  • non c’è un aldilà e le religioni non hanno più senso. Non c’è il timor di Dio.
  • la mancanza di un esito definitivo provoca angoscia almeno nelle generazioni che hanno già vissuto con questo concetto cioè quelle degli scienziati.
  • si cancella il senso del tempo. Tutto si estende molto lentamente senza slancio.
  • Le comunità assenti in molte aree geografiche vivono acquattate e nascoste, fuggite da ogni relazione fisica con l’esterno e tra di loro. I pochi ribelli operano per il suicidio o il terrorismo. Nira ne è il capo. Obbedisce alla rabbia, all’odio alla vendetta contro ogni suo senso di colpa per l’incapacità che aveva avuto di controllare gli eventi, «era rimasto autistico». Aveva scelto di non appartenere alla nuova specie, non si era sottoposto alla interazione ordinante e voleva scegliere il tempo della sua fine. Si era defilato da ogni responsabilità nei confronti del futuro genere umano.

La Krilic svela di Nira tutta l’angoscia dell’essere presente solo a se stesso, al proprio risultato, all’errare verso l’ignoto:

«sei incapace di vedere il bene degli altri, perché la tua unica bussola è sempre il tuo malessere primitivo, il tuo bisogno di sopportare te stesso».

Eppure Nira, nel suo egotico autismo, è in grado di cogliere nella Krilic quell’«altruismo biologico» che la donna fatta per procreare si porta dentro. Entrambi sfidano se stessi. L’uno sfida la propria estraneità e indifferenza per il destino del mondo. L’altra sfida se stessa per salvare il genere umano. La Krilic è la fede dell’anima nell’essere che riconquista la sua luce interiore e la sua ragione accecata. E’ il lato oscuro e più luminoso dell’essere umano, il bene sovraordinato sulle sue contraddizioni. L’atto vince l’oscurità dell’indifferenza e dell’odio. La rabbia per una infanzia violentata si riscatta attraverso una umanizzazione che guarda di lontano il male lo miniaturizza fino a renderlo innocuo e invisibile di fronte al più piccolo gesto d’amore. Avviene la metamorfosi della «mater erotica» in mater salvifica.

La scienziata viene a patti con la sua sofferenza e si sorprende ad andare oltre. Accoglie l’Amore, l’anima della luce che permea di senso l’intelletto fino a rendere luminosa la bellezza dell’amato. L’io giunge purificato dal buio della notte privo di tutto e con lo slancio verso le forme finite del creato, verso la vecchiaia. La notte dello Spirito è dunque la fede dell’uomo priva di tutto che esce al buio sicura perché procede in fede. E’ qui che l’anima coglie la comunicazione con l’Amore, con la luce che abbaglia ogni cosa.

Solo uno spirito maturo è in grado di riconsegnare la vita alle cose che tornano fanciulle, primigeni atti incompiuti, l’estremo disegno alla sorgente. E se l’umanità pensa al destino come tendenza allo stadio finale, come estremo atto compiuto, il senso dato con certezza all’essere è quello di evolvere il sé, di riconoscere l’anima quando comincia a brillare. L’innamoramento della Krilic e di Steiner (omosessuale) va oltre la loro stessa indole e natura e brilla.

Il libero arbitrio fa la differenza su tutto, è l’alta virtù, la potenza, la Bellezza dell’Essere che percuote ogni nostro atto. E’ l’Amore, il senso autentico dell’infinito, è la scelta che non può sostituirci a Dio nel bene e nel male.

L’annullamento del tempo sentito come il senso del fine e della fine si avverte come un’arma impropria incapace di farci intravedere qualcosa di migliore.

L’annullamento del destino come tendenza allo stadio finale, al disegno estremo compiuto percuote ogni slancio dell’essere. Il risultato scientifico del trattare con artificio la fissità della fine e del destino ci sottrae alla riconoscibilità del sé e appare come sigillo definitivo al nostro volto. Il ritrovato senso di qualcosa d’Altro si staglia come arcobaleno perpetuo all’orizzonte su ogni uomo.

E’ questo un libro travolgente in cui la conoscenza è ammaliante, affascinante, capace di produrre una visionarietà e dei modelli fantascientifici che guidano con leggerezza nel sentiero evolutivo dell’uomo intorno al sé.

Notevole è la capacità di intessere i filati fantastici con lucidità ed equilibrio.

La trama permette di cogliere luminose sorprese là dove l’io si fa più investigativo.

Ci sono dei brani nei quali riemerge la sconfinata significazione degli occhi e dello sguardo:

«quello che adesso invece Rita osservava era un gruppo di uomini disciplinato e compatto, con una gerarchia ben definita e compiti assegnati che tutti svolgevano con la massima diligenza.»

E’ la descrizione dell’uomo destrutturato nelle emozioni e nei sentimenti accecato nell’animo e nei sensi, amorfo, uomo-larva. Dall’alto di tanta virtù una società perfetta perde il contatto con l’altro da sé per vivere sempre più di sé e per se stessa in una sorta di autismo capace di compiere i crimini più efferati del genere umano in un totale “silenzio cosmico”.

L’anima e la natura risalgono l’occhio. Il sé, dunque, lavora nella vegetazione dell’anima e lascia passare la sua luce tra le foglie. E’ questa la presenza perpetua in ciascuno. Tutto si ricomporrà grazie all’atto salvifico di una natura femminile, lì dove il nascondiglio  per eccellenza della vita difende la vita, nel guscio di un «altruismo biologico».

Si avvera il riconoscimento dell’essere umano nella sua totalità e contraddizione e conflittualità. Capace di produrre il male, di restarne travolto, indifferente o inorridito. Ognuna di queste nature è destinata a prendere ciclicamente il sopravvento e l’io a ricostruirsi secondo i dettami del sé che illuminano  la coscienza e l’ evoluzione.

Lo stile è fluido e appassionato ricco di rêveries che rivelano una fede che va oltre l’uomo stesso, oltre le ragioni del caso e del destino, nell’osservanza concreta di ciò che testimonia l’atto, nel suo autentico significato di Amore.

 

Marco Capponi nasce a Ripatransone (A.P) nel 1944. Laureato in Fisica Generale ha insegnato Fisica alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna ed ha svolto attività scientifiche presso laboratori nazionali ed internazionali tra i quali il CERN di Ginevra, il CEN di Saclay e i Laboratori Nazionali del Gran Sasso. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo “l’opinabile vita” con la Bononia University Press. Nel 1912 esce per Marte Editrice “UT”, scritto con la musicista Manuela Liiro. Nel 2014 “Le ragioni del caso e del destino” con la editrice Divinafollia.

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