Leggerezza e pugni chiusi

Leggerezza e pugni chiusi

Si parla di leggerezza e certo il tono di Una stagione d’aria (Donzelli 2018), quel ritmo quasi musicale o da parlato, ma senza alcuna affettazione, rimanda a questa “leggerezza”. Già, però i primi versi ci dimostrano una tenacia e una volontà che la brillantezza dello stile non nasconde minimamente: “Sono nata a pugni chiusi/e a pugni chiusi/rimango a fare muro alle stagioni. (p. 11).
Isabella Leardini è nata a pugni chiusi e a pugni chiusi fa muro contro cosa? Scriveva Marcuse che la lotta del poeta non è in particolare contro la polis, ma contro il destino. Sostituiamo questa parola con un’altra espressione, molto più apparentemente dimessa, ma affine nella sostanza: l’opacità dell’esistere. Del resto ci sono due nature, presenti non solo in Isabella, ma in lei ancora più diverse e rilevate: “Forse possiamo vivere soltanto/in queste due nature senza pace/chi in ogni cosa abita e chi passa/da sempre/chi fa il vento e chi fa il muro.” (p.19).

La felicità è un tempo non facile e limitato; dunque bisogna stare attenti a non perderla: “Chi perde il tempo di essere felice/ per prima cosa perde le risate/che tolgono il respiro, poi qualcuno/scende dentro lo sguardo, lo fa nero/come l’argento chiuso nei cassetti.” (p.20).
Talora la felicità non si raggiunge cercandola, ma è lei che t’individua e investe: “quest’allegria improvvisa che si pianta/come una ladra al centro del dolore/si allaccia mentre libera le mani.” (p.25).
Spesso avvertiamo nei versi la voglia di appartarsi, quasi di sparire, di togliersi insomma da quel ritmo affannoso del vivere che Isabella ben conosce. La polvere e il gatto sono due emblemi di questa volontà di appartarsi:

“Ho fatto come i gatti disperati
che graffiano e spariscono nel buio
……………………………………………………….
Sono quest’animale abbandonato
che cerca come cieco di accasarsi
proprio nel posto in cui non deve stare.” (p. 28)

Qualcuno, a ragione, ha parlato del senso di impermanenza: tutto passa, non tanto il tempo, ma l’amato, le stagioni, i luoghi. Il tempo non è una categoria assoluta e generale, quanto il concreto, continuo rischio di tutto ciò che si perde, si altera. Certo, si può trovare un qualche rifugio, ma non è mai quello giusto, come è successo al gatto di cui abbiamo parlato e nel quale l’autrice s’identifica.
E la polvere che ritorna spesso nei versi di Isabella non è quella biblica, certo, ma ci comunica in ogni caso un senso di perdita e di fragilità.

Anche l’amore va ricercato con una volontà totale, con un senso di forza e di destino, un destino che la stessa autrice impone all’amato: “Come un’eredità che ti è toccata/inevitabilmente mi amerai” (p. 42).
Questo assoluto dell’amore è simbolicamente rappresentato anche dai due documenti stretti da un’unica graffetta che assume la valenza di una fede matrimoniale: “Così un portiere d’albergo/senza neanche saperlo ci sposa/quando dice a voce alta i nostri nomi/finalmente uno accanto all’altro” (p. 64).

E poi quelle ragazze, il mare, i viali che si avvicendano nei giorni e bruciano la stagione per eccellenza della riviera, l’estate.
Sì, perché lo sfondo è importante: no, nessuna volontà sociologica, ma la capacità d’inserire le vicende dentro la vita e l’atmosfera d’una città di mare, Riccione, di cui si colgono i tratti più sottili, tenaci e segreti. Lontana dalla Rimini di un famoso romanzo, lontana da trasgressioni e festini, ma attraversata da un’inquietudine tenace e mai urlata, attraversata anche da risa e da momenti d’una felicità che non bisogna spiegare, che non ha nessuna necessità d’essere spiegata.
Gabbiani e rondini volano proprio alle cornici del quadro: e tra le rondini ce ne può essere una bianca che in Bulgaria esaudisce i desideri.

Una poesia differente rispetto a quella delle tante poetesse che hanno fatto del corpo, degli oggetti o di laici vaticinii, il tema della loro scrittura. Le ragazze sono presenze costanti e luminose, sono quelle che crollano con il giorno, sono figlie pazze del freddo, quelle che non vogliono addormentarsi, che si arrabbiano da sole, che ridono del mare.
E le loro figure sono tanto più intense quanto la prima giovinezza un po’ s’allontana. Ma è destino come per tutto ciò che passa, che riguarda l’intera vita, qui raccontata dallo scenario inedito e struggente della riviera romagnola: “Ridono per un attimo per sempre/nelle foto di gruppo del mare/i turisti che non tornano più/le stagioni che non possono tornare.” (p. 81)

Umberto Piersanti

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