Le anime perse ripensate da Piersanti

Le anime perse ripensate da Piersanti

di Roberto Marconi

 

Comunque ho il mito dell’origine, mi sa. Pensa che uno nasce coi sensi e la mente pulita. Non è che necessariamente succede qualcosa di spiacevole. Ma tornare a quel punto per essere d’accordo con la vita.
Epperò: se lo sviluppo anche in individui ‘normali’ non è sano? Dove inizia la ‘naturalezza’, la ‘perfetta’ ‘armonia’ che ti fa dire: sarò sano se mi conserverò come allora? Se pulirò o terrò puliti i sensi e ricettivi? (nel bene che può farmi, solo in quello)
Dicevo: e se non fosse così scontato anche in casi ‘sani’, essere ‘d’accordo con l’universo’ persino allora? Poi ‘uno’, da ‘grande’, che dovrebbe cercare?

Alessio Ruffoni

Diciotto è il voto sufficiente per superare un esame all’università ed è anche il numero di anni per ottenere la patente e quindi per avere la maturità. E qui, in queste pagine di questo libro, sono la cifra per misurare i racconti, rielaborati dall’autore attraverso la narrazione di Ferruccio Giovanetti che gestisce, tramite un’associazione, centri di recupero, nell’alto Montefeltro, “per persone dalla provenienza più diversa, da quelle afflitte da gravi disturbi psichiatrici a emarginati sociali e ad autori di atti delittuosi” e che ha raccontato al poeta urbinate (naturalizzato civitanovese) tutte queste vicende, fatti, che grondano letteralmente vita e morte. Eventi, tanti quanti possono essere a ogni lustro della nostra esistenza, che ci cadono addosso, a volte indistintamente. E ogni brano di vita mi fa capire ancora di più, come se non lo avessi mai dimenticato, come la normalità si perde nelle pagine di un vocabolario e stenta a darsi significato in qualunque bocca.

È un Piersanti che elabora, che pesa le parole (che versa etti in più se viene Eros a tavola e aggiunge un bicchiere di vino ogni volta che sia accomoda la Natura) e riscrive la vita di queste “Anime perse” (Marcos y Marcos, 2018) e mescola la natura delle cose con quella umana. Un po’ come facevano i fratelli Grimm, Umberto non lo ha mai smesso di compiere nelle sue poesie, soprattutto, raccogliere testimonianze, ascoltare aneddoti di “vite di persone non illustri?”, ricamando una fodera di pura grammatica narrativa (come i ripetuti avverbi di tempo). Una natura, quella dei protagonisti, piena di rancori, solitudini, indigenze, dove si celebra il fallimento delle relazioni, dove la comunicazione spesso, per non dire sempre, è sinonimo di sconfitta e porta a dure conseguenze come la distruzione, l’annientamento. A meno che la speranza di capire dai nostri problemi ci faccia un po’ rinsavire, perché queste storie ci riguardano, magari ci si sente orfani dopo ciascuna vicenda: ci servirà a ritrovare una strada pacificatrice? Ci sarà mai qualcuno che ci renderà giustizia?

Gran parte dei titoli scelti dall’autore per ‘schedare’ ogni vicenda, quasi sempre è ripreso dall’ultima frase, dall’ultima parola, come a ricominciare daccapo il calvario e a farci ricordare di nuovo cosa è successo, come a firmare una sentenza, una morale burocratica che tenta di archiviare ciò che non si può accantonare, come a evidenziare quella macchia che ognuno si porta, involontariamente, dietro magari sin dalla nascita, pronta a rivelarsi quando qualcuno ci vuole male. Così l’inventore dei luoghi persi percorre, nell’arte di narrare, un filo sottile, ma d’acciaio, senza quasi nessuna sbavatura (sa il pericolo di cadere nel baratro dello scontato) come se, quando prende in mano una penna, riuscisse a dimenticare le frivolezze quotidiane che vengono a bussare alla sua porta, della camera di scrittura.

Tornano, necessariamente, come ci ha insegnato il topos del luogo nella letteratura mondiale del primo Novecento, a identificarsi nelle pagine il decantato posto ameno, hortus conclusus, dove ogni personaggio può essere accolto, protetto (nella speranza che il personale partecipi sentitamente e se deve fingere lo faccia bene) da chi, là fuori, quando vede o sente una persona diversa (fragile o indifesa che sia o soltanto non ordinaria o consueta) deve per forza dileggiare, attaccare, aggredire, per poi subire, giustamente, una difesa che a volte è mortale. Ma a volte neanche tale posto ti protegge dalle angherie, essendo alcuni di questi personaggi, protagonisti o antagonisti, la molestia fatta persona.

Le storie gridano violenza su violenza. Si inizia proprio da un dottore, da chi dovrebbe curarti, ma se riceve, a suo giudizio, ingiustizia, diventa al contempo vittima e carnefice (Reparto numero 6 di Cechov aveva già fatto scuola). Poi Luisa violentata dal padre come fa a perdonare? Il buon Giovanni costretto ad ammazzare per non rubare. Franco che sta bene da solo come i pesci e che violenta le sue donne, come solo sta bene Rocco. Amalia che non si è mai sentita veramente amata, come Valeria che non rivedrà più la sua figlia. Cinzia offesa dal mondo come a Enrico. Rosaria da nessuno capita e nessuno la ritroverà. Mario preso spudoratamente in giro (da chi vicino ruba sempre un pezzo di terra in più) come a Sergio (preso per il culo da chi si vanta di avere le donne). Rodrigo sempre oltre il limite pure “la ragazza non l’aveva più rivista, li avevano separati, loro un bambino non lo sapevano crescere: ma perché è così importante crescerlo? Non vieni su da solo come i cavoli e le melanzane vengono su dalla terra, sempre più grandi e maturi?”. Claudia che suicida la figlia Lucia anoressica, assuefatte dalle dipartite televisive, dove “la morte non sembrava più morte, ma il trasferimento d’una pedina, lo spostamento d’un bicchiere, un’azione insomma per rimettere ordine dentro cose persone inanimate: una morte senza sangue e dolore, una morte liberatrice”. Giorgio già morto prima di morire. Paolo dipendente dalla violenza. Sonia che non s’opponeva più alla vita, che non cercava più di pensare e quindi “la vita lei la beveva a sorsi, con rabbia e impazienza, come se da un minuto all’altro l’acqua dovesse smettere di uscire da quella cannella” e infine Omar indomabile come indisciplinati sono (siamo) tutti. Anche Piersanti spesso va giù pesante a differenza, per esempio, del “Buio” della Maraini o dei “Delitti” di Andreoli.

Questi esseri sembrano scelti da Dio perché vanno sempre, comunque, nel senso opposto a quello che vogliono (che si prenda) gran parte delle persone. Per questo difficilmente possono essere di questo mondo e quindi: o lo abbandonano in modo consapevole o irresponsabile, oppure si rinchiudono, a doppia mandata, tra il loro corpo e le mura dei vari centri per “diversi”. Quanti ne ho visti col giusto piede libero dare colore alle chiacchiere insulse che riecheggiano nei vicoli, in un qualsiasi corso o da una finestra di uno sconosciuto appartamento, quanti ne ho visto ferirmi ammazzandomi i parenti; a volte passo davanti a un tram, a uno specchio, a una vetrina e mi fissano.

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