Recensione de “Il mio cane del Klondike” di Romana Petri

Di Claudio Cesaroni

Cosa significa vivere buona parte della propria vita con un cuore “doppio”, con una duplice configurazione sentimentale della propria personalità: l’una canina e l’altra umana?

Lo racconta con un originale spunto narrativo nel suo romanzo “Il mio cane del Klondike”, Romana Petri, Neri Pozza Editore, 2017.

L’autrice compie, prima di tutto, un coraggioso affrancamento da tutta una serie di sottogeneri letterari deteriori: l’autobiografismo consunto che narra delle pretese, ed inautentiche, emozioni che un padrone trae dall’osservazione del proprio cane, il romanzo-manuale che antropomorfizza impropriamente il cane rendendolo una caricatura dell’uomo o il logoro modulo del romanzo fantastico che postula una figura di cane magico ed incantato che, però, ne offusca l’aura di animale mitico.

Nulla di tutto questo nel romanzo di Romana Petri: vi è, al contrario, una sperimentazione narrativa tutta nuova, quella che ci descrive l’impianto, metaforico, di un cuore di cane accanto ad un cuore umano; questo è l’unico, alto, rimando alla migliore tradizione letteraria: il “Cuore di cane” di Bulgakov.

Romana Petri ci avverte, però, che per accogliere, dentro di sé, accanto alla propria, la costellazione di sentimenti di un cane (“farsi impiantare nel petto un cuore di cane”, appunto), è necessario l’incontro con un animale che racchiuda in sé la dismisura delle forze della natura, l’alterità nei confronti del mondo dell’eterno fuggiasco, la scompostezza giuliva dell’irriducibile festaiolo e la lacerazione immedicabile dell’abbandonato; tutte queste irregolarità di carattere del nero e gagliardo Osac, nome che la padrona deriva dall’anagramma di Caos, tutte le sue diversioni di comportamento fanno sì che si crei quell’inedita fessura emotiva attraverso cui si impianta il “cuore” di Osac accanto a quello della sua padrona; non nascono forse tutte le relazioni d’amore, di qualsiasi natura, in quello spazio liminale di non corrispondenza tra due esseri, in quella non coincidenza che non è né radicale opposizione né piena identità?

Sarà con Osac, ma soprattutto attraverso la mediazione del mondo sentimentale di Osac, che la sua padrona vivrà molte delle vicende più significative della sua esistenza; il suo cane le donerà la capacità di vedere e vivere le cose in un modo assolutamente inaspettato.

“Il cane del Klondike” ha una sua lingua, si badi bene non un linguaggio, ma una vera e propria lingua: Romana Petri ne deduce l’esistenza attraverso quella che sembra una spassosa ma in fondo serissima dissertazione sulla sua predominanza sillabica. Sarà, ancora, attraverso il mondo emotivo del cane che agisce di concerto con il suo, ampliandolo e rendendolo più pronto ad interpretare gli accadimenti che l’autrice-padrona riuscirà, ad esempio, a ricollocare, racconsolato, nella memoria il doloroso ricordo della morte improvvisa del padre.

La relazione eletta e profonda, la compenetrazione di sentimento, con Osac comincerà ad indebolirsi, giungendo alla separazione, quando la padrona diventerà madre ed allora al sentimento subentrerà la ragione, la dismisura si tramuterà in attento calcolo del lontano-vicino (si pensi a tutti gli accorgimenti adottati per prudenza per tenere Osac ad una distanza di sicurezza dal neonato), l’indisciplina rapida, travolgente e festosa della corsa verrà contenuta e corretta dai dispositivi della cautela; l’irregolare, il disfrenato, l’impetuoso, il sentimento dispiegato a piena forza verrà placato ed aggiogato all’impegno di diventare madre: impegno totalizzante e senza fine, ma, sembra suggerirci l’autrice, più legato all’affetto che protegge e conserva che non all’amore che crea e distrugge, all’amore che palpita in un cuore doppio, di cane ed umano che si ha nel petto quando si incontra un “cane del Klondike”.

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