I luoghi persi d’ostinato amore

i luoghi persi piersantiÈ di Crocetti l’elegante riedizione del primo libro einaudiano di Umberto Piersanti I luoghi Persi, arricchita di una sezione di nuovi inediti ed introdotta da una splendida e precisa prefazione di Roberto Galaverni, esegeta e amico da lunghi anni dell’autore. La raccolta, che vide la sua prima pubblicazione nel 1994, con una nota di copertina di Carlo Bo, ha segnato un passaggio cruciale nella poetica piersantiana. Dall’esuberanza vitalistica di Passaggio di sequenza, dove l’eros e la natura si fondeva, in un susseguirsi rapido di vicende e luoghi, pervasi dalla melodia dell’endecasillabo, si passa al canto della memoria, al mito della propria infanzia, dei luoghi e dei familiari. Come scrisse Bo I luoghi Persi rappresentano per l’autore le sue Georgiche di carattere personale, dove, tuttavia, l’idillio si confronta con l’ineluttabile dispersione del tempo e il dolore per la perdita di ciò che si è amato. In questa raccolta Piersanti diviene il cantore delle Cesane, di quella catena collinare che fa da cornice ad Urbino, suntuosa d’ogni tipo di vegetazione e di una civiltà contadina ormai scomparsa, operando un recupero memoriale non realistico, ma mitico e favolistico. Questo mondo diverrà la sua patria poetica, scaturita da un’urgenza interiore insopprimibile e si farà canto, sinfonia di colori, di odori e suoni nel ritmo cadenzato dei versi, come nota Elisabetta Pigliapoco.

Nel recupero della propria infanzia, l’autore opererà una progressiva mitizzazione non solo dei luoghi, ma anche dei propri familiari, divenuti numi tutelari di questo universo poetico e magico: la nonna Fenisa, ava dagli occhi azzurri, custode d’ogni tradizione, la madre e il bisnonno Madio, che parlava dello sprovinglo, il diavolo contadino delle Cesane. La ricerca dell’armonia classica e dell’idillio, quasi dell’età dell’oro, di cui L’Aminta di Torquato Tasso rappresenta il modello irraggiungibile, sottende alla poetica dell’urbinate, ma ciò non toglie che quest’ultima sia pervasa delle vicissitudini dello scrittore ed intrisa di vita. L’universo culturale e poetico dell’urbinate è estremamente variegato e ricco ed in questo, come precisa Galaverni, trova spazio un certo sincretismo culturale, in base al quale convivono elementi classico-pagani assieme a componenti cristiane, il tutto pervaso da un immaginario di tipo gotico, con immagini tratte dalla mitologia nordica. Certamente ne I luoghi persi rivive quel mondo contadino in cui gli uomini vivevano in strettissimo contatto con gli animali e le piante e il loro mondo era animato da esseri mostruosi, da folletti, da spiriti degli alberi. Tutto questo bagaglio culturale, religioso ed immaginario, dei contadini europei prima della Controriforma verrà dalla stessa demonizzato e relegato, nell’inconscia memoria collettiva, ossia in un universo fiabesco. Nella poesia dedicata al bisnonno Madio, l’autore scrive: “giù per il fosso Madìo/ trovava lo sprovinglo, /un cane che gli era entrato nel biroccio/ e poi diventa sempre più grosso e nero/ l’incontrava laggiù sotto Che Spasso”. L’ava Fenisa, invece, parlava con le anime dei morti: “a Viapiana la nonna aveva incontrato/ uno che leggeva il giornale a mezzanotte, / a mezzanotte chi legge il giornale? /era un’anima? / mia madre non ci credeva”.

La lingua dell’autore è ricca e piena di sfumature in un sapiente gioco sinestetico tra la sua terra e la sua memoria; una lingua che talvolta s’ispira al gergo dell’Italia centro-adriatica: “’ na volta Italo salì per una cova/ perché gli dava gusto prendere le cove, / ma quando andò per togliere i ucieletti/ c’era’ na biscia che li aveva già ingoiati/ e gli si drizzò davanti…”.
L’ambito culturale piersantiano, come si è accennato è molto vasto, ma l’autore si è sempre ispirato fondamentalmente alla classicità e alla grande tradizione letteraria italiana. Egli stesso racconta che da ragazzino leggeva, come un libro d’avventura La Gerusalemme Liberata e a quattordici anni L’Aminta del Tasso che sarà fondamentale per la sua formazione.

La recente edizione de I luoghi Persi si suddivide in cinque sezioni, l’ultima delle quali è formata, come si è accennato, di nuovi inediti. Scorrendo i vari capitoli s’intravede il progressivo, inarrestabile mutamento di prospettiva e di scrittura del Nostro autore: nella prima parte, infatti, intitolata Per tempi e luoghi, si risente ancora di quel vitalismo proprio di Passaggio di sequenza ed il verso si dispiega in un endecasillabo d’ ampio respiro, che sembra richiamare il D’Annunzio del Poema Paradisiaco: “cessa a settembre il tempo che non turba/hai la mano intrecciata al mio dolore/ giunge la tenerezza tanto chiara/ e ci accompagna in Umbria tra le rupi”. Successivamente la lingua di Piersanti si farà più scarna ed essenziale, ogni singola parola diverrà essenza stessa del pensiero e del canto, come si evidenzia pienamente nell’ultima raccolta dell’autore Campi d’ostinato amore, e si constata negli inediti; si legge ne Le anime soffiano dai muri: “le anime soffiano dai muri, / nel solaio/dove c’è le sorbe/ e le crepe sono fitte /e scure”.

In questo primo libro einaudiano, l’autore scopre il suo mondo poetico dove la natura s’intreccia ai ricordi familiari e al dolore per la perdita, in termini pascoliani, del proprio nido: “la gente da cui vengo si dissolve/ e spesso muore altrove chi m’ha sorretto/ nei primi passi mossi alle Cesane/e di rado li vedo ai funerali/ il tempo che rifiutai l’abito anch’io/ mia madre dice ch’è andata giù di gambe/ e s’è persa la nonna, ch’era immortale”. Se il sogno del poeta era all’inizio la fuga, la ricerca dell’attimo perfetto, vissuto assieme ad una donna nel folto della natura, in una dimensione atemporale, successivamente si accentuerà sempre di più l’aspetto memoriale: la volontà di far rivivere quel mondo perduto, quella famiglia così perfetta: “dopo ti sei ammalato, / e io non sopportavo/ quel dolore, / il primo vero dolore/ che ci colpiva/ colpiva la famiglia, /la famiglia di cinque/ così perfetta”. Il Pascoli costituisce un codice di riferimento essenziale della poetica piersantiana, sia per la progressiva mitizzazione dell’infanzia, sia per l’amore verso la natura, di cui conosce ogni singolo respiro e nome. Ma tutta, come si è già accennato, la grande tradizione lirica italiana, e non solo, pulsa nella poesia piersantiana, al contempo antica e nuova, tesa alla ricerca di spazi espressivi sempre più intensi, vissuti tra memoria e presente, che progressivamente si arricchiranno di sfumature e di nuove sensibilità, pur nella costante fedeltà al canto, e alla ricerca della bellezza, anche nel dolore più lacerante e nello smarrimento d’un rimpianto. Nell’inedito Vent’anni scrive l’autore: “staccala quella foto/ dai calendari, / fissala alla mente/ e dentro l’aria/ la foto è in bianco e nero, /ma il lago azzurro/ vi si rispecchia il cielo”.

Raffaella Bettiol

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