Eliza Macadan: il fiuto del cane tra spazi e sentimenti

In Italia non è frequentemente in uso lo scambio di culture come scoperta di un altro universo, come rivelazione di un dialogo produttivo, come esplorazione e confronto nella densità semantica di lingue e geografie, di terre che pure, in più casi, si assomigliano. In questo sfaccettato contesto la poesia straniera (si fa per dire) obiettivamente compiuta, è ancora poco apprezzata, come fosse un crogiuolo distante fino al punto di rimanere estranea nello studio critico. Proviamo, una volta tanto, a sfatare questa tendenza. Eliza Macadan è nata nel 1967 a Bacau (Romania) e risiede, stagionalmente, a Bucarest e a Roma. Ha esordito nel 1988 sulla rivista mensile di cultura romena “Ateneu”. Tra le altre opere segnaliamo In Autoscop (Edizioni Vinea, Bucarest 2009); La Nord de cuvant (em>A Nord della parola, Edizioni Tracus Arte, Bucarest 2010); Transcripturi din constient (Trascrizioni dal cosciente, Edizioni Eikon, Cluj Napoca 2011); Paradiso riassunto (Edizioni Joker, Novi Ligure 2012) e Anotimp suspendat (Stagione sospesa, Edizioni Eikon, Cluj Napoca 2013). In Paradiso riassunto la poetessa alludeva ad una “lingua dolce e avvelenata” con frammenti, icone provenienti direttamente da abitudini, passatempi, rituali. La poesia, sostanzialmente, si abilitava per assumere il ruolo di mezzo inattaccabile senza essere mai un meccanismo concettuale, ma piuttosto una coabitazione di corpi e di spirito in equilibrio. Stavolta il verso è una vera e propria costellazione, un cielo mai uniforme che si compone di molti punti luce, di variazioni di magnitudine. La tonalità fa della silloge Il cane borghese (La Vita Felice, Milano 2013) un libro intensamente maturo, con simbologie e immagini naturalistiche, con scorci cittadini e tendenze metafisiche che sondano l’universo da un potente cannocchiale.

Come ha ben notato Elio Grasso nella prefazione, questi versi non hanno nulla del poemetto: siamo dinanzi ad un viaggio di momenti intimi, di registrazioni, graffiti, punzecchiature ecc. Eliza Macadan, innanzitutto, ha a che fare con un corpo a corpo linguistico, in quanto donna di origine romena. Ma scrive in italiano, unendo la presenza totale, bruciante di due lingue che evidentemente si “concedono” e sono assimilabili l’una all’altra nelle forme verbali, sibilline e così taglienti. Si parte da scene di vita quotidiane come nel primo testo: “sogno che nevica di nuovo / mi faccio largo fino al bordo / ferita / guardo di sotto / perdo le battaglie con il sonno / bacio le mani di mio padre / quando lui muore lentamente / un minuto al giorno…”. L’andamento di questa poesia è narrativo, sincopato, ma la parola parla per tutti, anche quando sembra implacabilmente personale. L’indicazione primaria di Eliza Macadan è di chi cerca la consistenza di un ordine soggettivo e cosmico. Scrive: “oggi piove fango / la Terra è uscita dai gangheri / si gira nervosa da tutte le parti / prova a trovare una posizione / adeguata / per dormire”. Emerge un’esaltazione del senso che sfida il grigiore della ferialità, qualunque norma già scritta, come sgorgo verso l’immaterialità e la spiritualità delle cose. E quindi dirompe il ricordo, il peso specifico di ciò che è stato e non tornerà e che rimane impresso in una fotografia d’annata: “la casa del sonno / ha persiane rosse / sempre chiuse / tra me e l’infanzia / non scendo mai le scale / al cavallino di legno sta fiorendo la coda / la sua zazzera è alata / e sta vegliando dalla collina // la casa del sonno è in fiamme”. Non si avverte alcuna disillusione in questo “cane borghese” che fiuta spazi e sentimenti. La realtà è un segno vibrante, una parola morbida, un giorno scivolato, alludendo proprio ad un verso dell’autrice. Sul piano immaginativo le figure si propongono velocemente, come le metafore, come il significante dietro l’apparizione. Ecco che alcune espressioni felici decantano il corso dell’esistenza in situazioni dove l’io si sdoppia nel sogno, nella visionarietà: “nel cuore della notte / porto la morte a fare un giro”; “a pranzo sul marciapiede / la morte passeggia con il cane”; “da lontano sento in bocca / il sapore di casa”; “sul tavolo con la gamba di legno / chiudetemi nella luna piena / e ballerò divinamente impazzita” ecc. Eliza Macadan sa mettere in scena una natura autoriflessiva che ascende ad una tormentata volontà di intuire il senso ultimo di pari passo con la presa di coscienza della verità. Il suo orizzonte è anche verticale. Si pensi a versi come: “sono una rete nascosta / dalla quale chiunque / si può collegare / all’età tramontata / l’ignoto / occupa la mia stessa baracca / da centinaia di anni…”. Infine un’ultima considerazione: Il cane borghese, come le precedenti opere, si fonde in un’incandescenza lirica.

Certamente Eliza Macadan racconta, ma sa anche dimostrare la sua fame di vita in un verso tradizionale, che fiancheggia la linea italiana del Novecento che va da Saba a Caproni, con una sincerità determinata quanto vitalistica, tesa, scattante: “il verso di oggi / fischia alle orecchie / preme sugli occhi / esce attraverso la mia pelle / si annida sulla fronte / corro allo specchio / un mucchio di sabbia cade / ai miei piedi // zoccoli di cavalli / in galoppo nelle pareti”. Puntualizziamo ciò che abbiamo già presentito già anni fa: Eliza Macadan ha depositato il suo marchio in un solco di demarcazione, in un punto di svolta tra l’eredità che viene da lontano e un presente soffocante, ma pur sempre energico. L’io non si nasconde e la soggettività è allargata in una figurazione mai irrelata. Il cane è un fedele compagno, la lente d’ingrandimento per vedere oltre i propri occhi mortali. Una specie di rabdomantica felicità risiede da qualche parte, e la qualità umana è in grado di poterla scovare. Pertanto la poesia resta un terreno mai minato, ma un impatto creativo, senza mediazioni nei suoi snodi e passaggi. Ogni libro di Eliza Macadan si illumina in cerchi concentrici che si dilatano nel tempo e nello spazio. La specificità di oggetti e persone che entrano ed escono nei piani di sequenza, nell’impatto con qualcosa di tangibile, culmina in una ricerca che esula completamente dal sistema delle teorie e dello sperimentalismo dottrinario.

Alessandro Moscè

 

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