Un saggio di Adele Desideri sulla poesia di Beppe Mariano

Natura e mito, realismo e trascendenza, Storia e riflessione sapienziale nella poesia di Beppe Mariano

di Adele Desideri

Beppe Mariano, nato a Savigliano (CN), è “torinese per cultura e frequentazioni”. Scrittore tanto discreto quanto prolifico – collaboratore de La Gazzetta del Popolo e di Stampa Sera, vincitore nel 1997 del Premio Cesare Pavese – si anche è occupato, dal 1973 al 1980, di poesia visiva.

Il seme di un pensiero. Poesie (1964-2011), (Nino Aragno Editore, 2012, pag. 502, euro 15) - prefato da Giuseppe Conte - raccoglie la sua opera omnia: un volume complesso, che si legge, però, con estremo piacere.
Lo spessore delle tematiche proposte, la riflessione di carattere sapienziale, il tratto di “dura poesia esistenziale”, il realismo fresco, acceso, nel dipinto dei personaggi di modesta estrazione sociale, la presenza liturgica della natura – l’amato Monviso – si avvicendano in una lingua armonica e possente. L’andamento classico – e originale – del verso è talvolta spezzato da un “estro neologistico”, da un dettato semplice, quotidiano, dai proverbi qua e là disseminati, da “un dialetto aspro ma con qualcosa di provenzale dentro”, dai colorati ritmi, dalle luminose tristezze, dall’ironia schietta, saggia, puntuta.

Eppure tutto questo non basta. C’è dell’altro. C’è – ne Il seme di un pensiero – un aspetto culturale e spirituale dell’uomo oggi travisato: la fiaba, le fiabe che un tempo si raccontavano nelle fredde sere attorno al fuoco; esse sono forme del mito – traduzioni simboliche degli archetipi, elementi quindi nodali, di valore universale.
Nelle fiabe popolari, narrate in versi e in prosa, Mariano fa rilucere – in un fluire di magiche, tumultuose peripezie – i sentimenti, le difficoltà, le speranze della gente delle sue terre, dalle Alpi Cozie fino alla più distante Provenza.

Particolare, in primis, il libro Notizie dalla Castiglia (1973), dedicato ai ricordi di una breve, dolorosa prigionia, subita – nell’estate del 1973 -  nel carcere di Salluzzo. Qui il verso è accelerato, ansioso, tagliente. Mira deciso alle cose, e da quelle si eleva in un mormorato canto di protesta: “Sorridi, non un gesto, ricomponiti, presto,/ le mani arrese ben distese lungo i fianchi,/ sta’ ritto, guarda dritto nell’obiettivo/ con naturalezza, sorridi, dal colletto/ bordato di unto l’enfiato collo senti/ stringere, non badare, resta sull’attenti,/ la testa un poco sollevata, la cravatta/ afflosciata, simile a freccia allusiva/ verso il pene, la giacca tiene per un solo/ bottone che sta cedendo, sorridi,/ (…)/ (…) i pensieri/ tarpa, sorridi, non innervosirti/ proprio ora, un attimo ancora,/ sorridi, resta così per sempre.//”.

Nel libro Dell’anima assediata, colme di ravvedimenti, di revisione critica, ma pure di conferma di un preciso stile di vita e di pensiero – che non rinuncia agli ideali sopravvissuti alla Storia, non li ottenebra col senno di poi, non li tradisce – sono le poesie riferite al Sessantotto: “Per fortuna la tua voce è sommersa/ dalle altre del corteo. Sollevando/ il pugno in mezzo ai tanti,/ ti sembra di far parte della storia.// (…)/ Le strade erano fonde, la notte immediata,/ le menti innescate dall’ideologia./ Chiedevamo avvenire.// Un capellone della droga, non più figlio/ d’un falegname ma del proprietario/ del mobilificio camminava sulle acque// (…)// Forzavamo la notte con chitarre/ e linguaggio leniniano,/ trovadori della protesta.//”.
Mariano è consapevole che dal Sessantotto sono scaturite anche le degenerazioni dell’autodistruzione e della violenza. È convinto che l’ideologia – ogni ideologia – accechi le menti e provochi danni sociali e culturali. È conscio – poeta e filosofo – che la verità resta sempre velata nel suo continuo svelarsi, annidata nelle trame stesse dell’esistenza e della conoscenza umane: “(…) Sballati, nevrotici,/ guitti, alcolisti, drogati, abortisti,/ femministe, ex carcerati: in questa corte/ dei miracoli della sinistra siamo compresi tutti./ (…)/ La folla si ricarica/ come un carillon.// Contiamoci. Quanti sono i dispersi?/ Chi in comoda sistemazione,/ chi in privato scacco,/ dispersi, senza più voce./ (…)/ Rimane (…)/ lo splendore d’una fervida militanza:/ ma è forse luce di stella già spenta.// (…)/ Si ha bisogno non d’una verità costante/ ma d’una costante in una verità mutabile.//”.

Proseguendo nella lettura de Il seme di un pensiero, si incontra la sezione Autostorie, nella quale Mariano considera il traffico urbano, i semafori, gli ingorghi cittadini; la guida, allora, diviene metafora della vita, l’automobilista è figura dell’individuo contemporaneo – infelice e frettoloso, imprudente, distratto ed edonista. Colpisce la capacità di Mariano di suggerire, attraverso la descrizione dei fatti e degli atti ordinari, quello che dei fatti è il substrato semantico, degli atti il movente psicologico, della realtà l’origine e il fine; mentre ripropone, Mariano, la sua forma poetica non celebrativa, vicina spesso alla satira, lontana dalla gioia, prossima a una meditazione cauta, sofferta, tacita, allarmata: “Ci siamo parlati coi fari, alti e bassi,/ in modo insistito, non avendo raggiunto/ un accordo, ci siamo abbagliati,/ presi a parole esagerate./ C’è tanto astio tra i guidatori,/ come tra parenti d’una stessa famiglia./ Invece di guardare avanti, oltre il parabrezza,/ si preferisce osservare nello specchio/ retrovisore la vita che è appena passata./ La realtà va filtrata, altrimenti abbaglia,/ lo sterzo va alleggerito se a una sosta/ al semaforo si vuol riconoscere/ un possibile amore, o a un sorpasso casuale/ l’ala che ci sfiora dell’angelo protettore.//”.

Ed ecco, ci si trova immersi – a più di metà dell’opera – nelle pagine che rendono omaggio al fiume Po, al Monviso, a Elva, “un paese che sta stretto tra la Maira e la Varaita (e sente l’eco del prossimo Monviso), (…) una perla nelle valve di uno scrigno rustico  (…) paesaggio di un altrove d’anima”.
È ora un canto, di nuovo, la partitura di Mariano – accompagnabile forse dal suono della ghironda – una preghiera laica, elegiaca, per la natura desiderata, quel monte – allegoria della madre perduta durante l’infanzia.
È nostalgia del passato, infinito andare, anelito amoroso, esito dell’esistenza terrena, una sorta di trascendenza che si può scorgere, mai del tutto, però, comprendere: “Chi, da ragazzo, non ha tentato di catturare/ il vento? Il vento mascone, il più forte,/ che sconvolge le nubi che il Monviso espira,/ (…)/ là dove tutto è maternità.// (…)/ (…) da grande avresti fatto il vento,/ il più ardito dei mestieri./”.
L’essenza della poesia, allora, l’essenza della poesia di Beppe Mariano è “(…) tornare ragazzi.//”, risalire la vetta, arrampicarsi fra i sentieri, di baita in baita, ben sapendo che “meglio sarebbe saper distinguere/ nel fascio fatto d’ogni erba/ un semplice filo:/ saper cogliere la bellezza/ che non si mostra,/ la verità che non appare.//”.
La verità
, che non appare, nella sua rilevanza, se non appunto nel simbolo, nel mito, nell’arte: “ma se muore la metafora diventa/ vano ogni morire,// muto ogni labbro,/ impoetabile/ la poesia.//”.
Scrive infatti Giuseppe Conte, nella prefazione, che Mariano “è vicino a un suo conterraneo illustre, Cesare Pavese. È lui stesso che scherza sulla sua «pavesite» giovanile”: “Mi sembra di tornare ragazzo/ a imparare daccapo la scienza/ del vivere: il pavesiano mestiere/ che mai s’impara abbastanza.//”.

Torniamo alle fiabe. Il poemetto Mòria è dedicato, nella versione italiana, a Giuseppe Conte, nella variante dialettale a Giovanni Tesio. Lo stesso Mariano indica che questo poemetto si riferisce a “una storia antichissima, tramandatasi oralmente per secoli; (…) poi persa alle soglie o dopo la prima guerra mondiale”. Una “Storia fiabesca d’una vacca che vola e che, aizzata dalla masca (strega NdA) del luogo, sfugge al suo pastore: il quale la rincorre disperato per le vallate del Monviso, fino al mare della Provenza”. L’autore ne ha ricevuto la trama, un’“esile traccia”, da uno studioso, e l’ha riscritta in versi “sia in italiano sia in piemontese, sia infine in prosa”.
Mòria che conduce il pastore lungo la remota via del sale, Mòria metafora di chi giunge al mare della perdizione, Mòria immagine della femmina “civettuola e bizzosa”… Mòria è una fiaba per bimbi e adulti, e, come tutte le fiabe, insegna che “La felicità è una cima troppo aguzza/ per sostarvi, l’estate è una bausìa/ troppo presto soffiata via/ a impollinare il rimpianto.//”.
C’è poi la splendida, onirica fiaba Mistà o dei mestieri perduti, ove Mistà è uno di quegli “Errabondi senza padrone” di “Arte umilissima”: mai s’arrende, e di volta in volta diviene impagliatore di sedie, spazzacamino, anciué (venditore d’acciughe), cantante, caldarrostaio, raccoglitore di capelli… infine, inventore di “ombrelli giganti”. A questi appeso, vola … e vola … tanto che, ancora oggi, “Come sia davvero, non so./ (…) tuttavia quando il firmamento/ è più terso, sembra di scorgere Mistà/ tremolare in cielo, tenue/ come il lume della candela votiva/ che, bambino, accendeva/ alla madonna della sua borgata natìa.// Così è. Così voglio che sia.//”.

Non si può non citare, inoltre, le poesie di Mariano ispirate dal dolore per il padre morente. Qui l’arte lirica dell’autore diventa sinfonia di voci modulanti i cupi registri della malattia – “ti fai, padre, passero pigolante.//”. Né si può trascurare i versi scaturiti dal rimpianto della madre – ricordata solo tramite le fotografie di famiglia: “La vecchia casa altro non è/ che mosaico ricomposto/ di memorie abitabili.// Eppure so che mai ti potrà/ precisare, madre, che rammento/ per labili immagini, acuito dolore.// Di te mi parla voce di parentela, a dirmi,/ come se già non sapessi, di prematura/ perdita. E poche altre parole.// Ero un bambino appena,/ così divertito del sole perché potessi/ sostare presso la tua buia pena,// perché ti possa ora ricordare/ con meno approssimazione.//”.
Il volto della madre, sbiadito nella memoria, quando le nubi si diradano, riappare repentino e sfumato, per Mariano, sulla cima del Monviso, il monte-madre prezioso alla vista (Mons Vesulus, la probabile etimologia, ovvero “montagna ben visibile”). E il figlio vi si volge, come a una benevole fonte, generatrice, però, di sospirate origini e di ansie metafisiche.
Corrispettiva, è struggente la nostalgia della nonna: “Nonna centenaria, madre supplente,/”…

Non stupisce, da ultimo, la presenza, nel libro, di più di un componimento riguardante la figura del Cristo. Un Cristo, appunto, laico: in fondo, anch’Egli un mito, per Mariano. Atteso, ascoltato, apprezzato. Con Lui l’autore intrattiene un quotidiano dialogo: “Frequenti la mia giornata, ma/ non con l’insistenza di chi reclama attenzione,/ con la discrezione invece del silenzio,/ della neve che scendendo mi colma.// Credo talvolta di avvertirti nell’eco del verso/ che si prolunga nel grembo della montagna,/ nella volubilità delle nubi che lasciano/ intravedere il tuo profilo e lo disperdono.// (…)/ Ma è ancora la tua questa// chiesa tanto ammantata? In essa/ ancora riusciamo ad ascoltare la tua parola?/ O non è più probabile riudirla,/ come allora, dove è più turpe la strada?// Non rispondere è il tuo modo di rispondere.//”.
Un Cristo che è madre e natura – spirito; riservatezza e umiltà – dirompente contraddizione, monte analogo; monito di onestà e di plurime virtù; malinconico vento che sulle smisurate vette soffia incessante; discendendo, poi tutto avvolge, e forse rende appena intuibile la misteriosa esperienza della vita dell’uomo: “Una cinciallegra trasvola il millennio,/ la nuova fine del mondo.// Sono giunto all’origine del termine.//”.

Adele Desideri

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2 Risposte a Un saggio di Adele Desideri sulla poesia di Beppe Mariano

  1. Stefanie Golisch says:

    E’ un bell’articolo sulla poesia e poetica di Beppe Mariano.
    Direi – in nuce: La poesia di Mariano è continuamente tesa tra realtà e potenzialità o possibilità.
    Questo gioco delle forze la rende viva e presente.

  2. Sergio Gallo says:

    E’ emozionante per chi come me ha seguito praticamente dai primi anni ottanta l’evolversi della poesia di Beppe Mariano, concittadino, amico e maestro di vita e di poesia, ripercorrere il suo persorso umano e poetico, riscoprire l’acutezza e la spigolosità di certe intuizioni passate, la sapienza e la lucidità della sua raggiunta maturità.

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