Dal laboratorio di scrittura della Scuola di cultura e scrittura poetica “Sibilla Aleramo”
Le seguenti composizioni nascono dal laboratorio di scrittura del 24 gennaio, guidato da Umberto Piersanti presso la suddetta Scuola, giunta al suo dodicesimo anno a Civitanova Marche (patrocinata dal Comune, in collaborazione con la Biblioteca Zavatti). Da tempo, a ogni incontro segue questo rito: un piccolo varco in cui la parola, appena lavorata, trova il suo primo respiro. Il tema del laboratorio si ispirava ai versi de La sabbia del tempo di Gabriele D’Annunzio. Chi ha scelto di partecipare si è misurato con quell’“ansia repentina” che stringe il cuore quando il giorno si assottiglia, trasformando la clessidra – protagonista silenziosa della lirica in questione – in un passaggio di visioni contemporanee.
Accogliere ogni voce, dalle penne più temprate a chi cerca la propria misura, nasce da un’idea di attenzione poetica: una cura che non chiede perfezione, ma ascolto. Come un campo che prepara la fioritura, ogni zolla ha il suo respiro; il granello più minuto e il verso più acerbo custodiscono una verità che può germogliare all’improvviso, oltre le nostre resistenze. Alla pianta compiuta conta anche l’energia che la muove: alcune terre riposano, altre attendono, altre si offrono. L’ospitalità però non è un obbligo, ma un varco che si apre quando la terra lo permetterà, come se il campo stesso suggerisse quando accogliere e quando lasciare che il fondo trattenga il proprio silenzio. Da questo paesaggio nasce ciò che segue: un’istantanea critica dei testi inviati (in ordine cronologico).
Ismaele dipinge un quadretto che sembra quieto, e lo diventa davvero quando trova ciò che sospende il tempo. Gabriela affida la sua voce al passaggio delle stagioni e alla ricerca dell’ispirazione, dunque all’indeterminato. Ilda concorda con Pasolini su cosa sia la poesia: la sua nasce e si chiude con scatti rapidi, attraversando il paradosso della quiete. Roberto scatta una fotografia che brucia lentamente: il calore rimane memoria anche nel gelo dell’alba. Marco, mentre il mondo celebra la “venuta al mondo” per eccellenza, pensa a chi non nascerà mai o, al contrario, a chi è già oltre (forse sogniamo per dare alla vita il coraggio di accadere).
Con Emanuela viviamo partenze senza ritorno e fissiamo fotogrammi essenziali, dove il tempo è un animale contromano. Erika sembra seduta in un caffè ad ascoltare l’esistenza: il primo sorso è lapidario, l’ultimo ancor di più. Un soffio. Silvia è un libro aperto, un inchiostro che dilaga: il dolore è una matita senza gomma che incide dove dovrebbe narrare. Marina è la propria forma: gravità della materia, movimenti nascosti, scintille e testa prigioniere della loro ombra. Donatella chiude ribaltando l’idillio cosmico in una condanna urbana, la nostalgia dell’infinito in una claustrofobia domestica.
Susy suggerisce che siamo il vetro che trema, non la sabbia che cade: un’ora che non si ripara, ma arde. In Giovanni il testo sa di ruggine e polvere, e il dolore non nasce da una morte naturale, ma da una sostituzione forzata. In Isabella la clessidra sembra immobile: i granelli di vita restano sospesi, come trattenuti da un respiro che non vuole finire. Paola recupera la musicalità dannunziana per divinizzare la figura femminile, trasformandola in una creatura liminale: qui la bellezza è un dio che abita la pelle. Carmela, infine, chiude il cerchio e il giorno misurandolo nell’onda, nel muro che il pelago impara a sgretolare.
Roberto Marconi
Acquerello silente
Dal promontorio osservo
le carezze del sole
per il mare;
il suo riflesso giace
appagato, delicato e disteso.
Un amplesso complesso
mentre il tempo toglie tempo
e si ferma solo nel dipinto
del poeta pittore
figlio di un pescatore.
L’acquerello colse l’amore.
(dal 30/12/2025 al 3/1/2026)
Ismaele Vipera
Transito
Svanisce settembre
nella vigna di perle
Il respiro va
su piume migranti
L’incerto
nidifica
Mi perdo a cercare cicale
dove il silenzio si posa
Gabriela Silenzi, 24/01/2026
“…e tutto esausto/di quel perfetto inganno”
Appendice I P.P.Pasolini
Perfetto inganno
e ferma
e calda
è l’aria nel mattino
dalla battigia
lascio lo sguardo andare
di luce un guizzo
inaspettato
esce dal mare
è un pesce
illumina l’istante e me
stupita
dal suo baluginare
s’infrange l’onda
e lascia
e prende
ripete il movimento
come se fosse tempo
come se fosse mare
si ritrae
rimane il nulla
che l’espandere del tempo va a cercare
Ilda Mecozzi
Si confondono gli abbracci
nella giravolta della mano scorre il tempo
basta un grido a svelare l’età del cuore
dal solito squarcio si perdono briciole
e tutt’intorno ricontando i passi sfumano
i colori in un solitario biancoenero
il fuoco sulla spiaggia brucia le rimanenze
nello scricchiolare della poltrona si scioglie
il nodo che protegge i minuti dalla fuoriuscita
del camminare lento sulla rena
non restano altre tracce
solo parole e volti senza nome
all’alba di un’altra stagione mi perderò
in un giorno qualsiasi di quest’ultimo terzo.
Roberto Casati
<<a mia madre, a mio padre>>
(Bambino mai nato)
l’albero di Natale
Sono incline all’insonnia, non lo sanno,
ma li ascolto discutere nel sogno
sul letto con le braccia a penzoloni
mi lasciano andare ancora una volta
con quegli altri nel buio a non finire
so cose che nessuno sa, so poco
del sogno, quasi niente di quegli altri,
dei giorni che sono appena trascorsi.
Non lo sanno, ma non sono mai nato,
tutti gli anni, come se nulla fosse,
preparano l’albero di Natale,
tra i regali da incartare e gli addobbi
ancora da fare, come in un sogno,
con le luci negli occhi, coi festoni,
e con l’agrifoglio rosso di sangue,
non alzando mai lo sguardo dal mondo
lasciano che il sogno sfumi di colpo
mi lasciano nel dimenticatoio.
Fa più freddo fuori, più buio e prima
di andarmene, solo per un attimo,
allungo gli arti il passo a dismisura,
vado a tentoni per rivoli in secca
fino a ridurmi in nulla, non lo sanno,
non sarò mai più forte di mio padre,
non avrò mai il sorriso di mia madre.
Dicembre 2025
Marco Di Genova
E ti voltavi
senza più parlare,
la mano scarna
lungo la carena,
come speroni
le caviglie
ad agganciare
ciò che resta
del mattino
bruma all’orizzonte,
qualche corvo
volava per tornare,
ma a casa non si torna,
si guarda di sfuggita
l’animale che corre
contromano,
tra l’erba e le cicale,
le ultime
estrema
anche quella corsa,
vivace il sussulto
del fazzoletto al collo,
ancora azzurro,
prima dei giorni
di amaro silenzio
e tramontana
15/01/2026
Emanuela Capodarco
a febbraio nascono i gatti
ripetevi e nei cerchi a sguardi
stremavi i fumi del sigaro
– impazienza di una candela,
colava una luce furtiva –
nascere un balzo, un tiro la vita.
Erika Signorato
L’inverno mi riassume in un quaderno.
Le parole mai perdonate s’impigliano
sui capoversi. Andare a capo significa
fermarsi, significa obbedire al ritmo
dettato da questo respiro affondato
mentre leggo senza voce. La bestia
feroce è sempre in agguato, pronta
a chiudermi in gabbia, lo sanno i muri,
lo sa il sangue che ha la stessa memoria
delle ossa della pelle e delle mani.
Un tratto di matita – non cancellabile –
è questo vivere sequestrato, il lento
sgretolarsi dei giorni, gli anni caduti
e questo corpo – tagliuzzato –
che non riesce a riscriversi
sopra la densità del male.
Silvia Gelosi
***
siamo giochi di luce refratta
legati al suolo dalla propria
ombra
illusione di moto
fuoco di un attimo e
cenere per tutto il tempo
che resta
***
Marina Baldoni
*
Offusca lo sguardo
la nebbia di mare
e l’onda leggera
è acqua primordiale
quando cielo e terra
erano insieme,
uno nell’altra
senza inizio e confine.
Ne resta un richiamo
appeso tra le ciglia
di chi ancora si ostina
a cercare l’uscita
dall’acquario della
provinciale.
Donatella Pompei
E mi scorreva tra le dita
Silente imponeva le sue leggi
come sabbia mi sfiori, vita
Ed ancora mi affligge
il giorno breve
E nella notte senza sonno, calda
Mi risuona nell’ombra
la clessidra, tacita
debitrice di un tempo, ripara nell’ora
Vana – Resto indietro
la mia corsa, cenere
del mio, del tuo tempo
Susy Gillo
L’antica pianura salentina
ha visto spegnersi gli ulivi
il vento e il sole oggi
attraversano scheletri legnosi
che sussurrano storie antiche.
Non trovo più contadini
a consumare il tempo della fatica
non ci sono più foglie
a fare la sintesi miracolosa
e dare frescura a uomini e cani.
La campagna ubertosa è divenuta
una spianata senza fronde
il vociare campestre si è spento
nel grandangolo si scorgono
pale ruotanti e specchi di silicio.
Anche il silenzio è stato violato
il sole che ieri generava linfa
alimenta il ronzio dei voltaici
dalla danza delle foglie il vento
è stato adibito allo zufolio delle pale.
Non è colpa dell’ulivo se la cicala
non trova più il luogo per frinire
non è colpa del vento se gli uccelli
giacciono inermi sotto le pale ruotanti
siamo rimasti orfani di civiltà e di terra.
Giovanni Galeone
Senza titolo
Vivere vagando
con l’ illusione del tempo
che si ripete
intanto qualcosa scorre via
tramutandosi in ricordo
polvere che fiocca
davanti a uno sguardo
di un’ attesa
non del giorno
ma di un futuro
che non arriva più.
Isabella Faricelli
Porta il vento gl’amplessi d’incanto
o Ermione
feminea epifanica forma
tra boschi marini celeste e lubrica.
O Donna sontuosa perlacea diletta
negli occhi tuoi muschio mi specchi
m’aspetti
o divina terrestre Ermione.
Paola Deplano
la risacca
sgrana e confonde i sassi
scivola il sole
sulle pareti di gesso
inghiottito dal mare
crolla il giorno
nella biancastra schiuma
Carmela Marinucci