Banksy e me di Norma Stramucci, nel segno delle ferite che ci riguardano

Banksy e me (Manni, 2025) di Norma Stramucci

Banksy e me (Manni, 2025) di Norma Stramucci

Madonna al veleno

Come fossi un bambino
te lo danno da bere
e ci aggiungono il miele
quel pensiero che ti abitua
a non pensare.



Ci sono libri che non si limitano a essere letti: accadono.

Banksy e me di Norma Stramucci
(prefato da Massimo Raffaeli)
è uno di questi. Nasce da una doppia ferita,
quella che pulsa nel corpo di chi scrive
e quella che attraversa il mondo,
come una crepa che non smette di allargarsi.

È un libro che non osserva il presente:
lo attraversa, lo incrina, lo costringe a parlare.

L’incontro da cui tutto prende forma
è un incontro impossibile: una poetessa
e un artista che non si conoscono
di persona, ma abitano lo stesso margine.
L’artista di strada marchia i muri
col suo stencil, Norma incide la pagina:
entrambi scelgono la realtà come lama,
entrambi si chinano sugli ultimi,
entrambi sanno che la fragilità
è il luogo politico per eccellenza.

Madonna al veleno è uno dei varchi
da cui possiamo entrare, ferendoci.

Una Madonna che nutre avvelenando un Bambino
che gli fa bere ciò che dovrebbe salvarlo.
Banksy non bestemmia: denuncia.
Non colpisce il sacro,
ma la società che lo usa come arma,
che addolcisce il veleno con il miele
per insegnarci a non pensare.

Norma entra nelle immagini
come in una stanza buia:
non per raccontarle,
ma per ascoltare ciò che vi respira dentro.

Il suo verso non parla della Madonna,
parla di noi, del pensiero che ci viene
somministrato come latte tiepido,
digeribile, rassicurante. Il vero pericolo
non è solo ciò che ci fanno di continuo bere,
ma anche ciò che smettiamo di interrogare.
E ciò che accade alla Madonna succede,
con altre forme, in tutto il libro:
l’immagine non resta immagine,
ma ci apre, ci squarcia, ci trapassa.
L’immagine non illustra: detona.

Ogni opera di Banksy diventa un varco etico,
un lampo che schiude la coscienza,
un epigramma che non consola ma sveglia.
Nel sacro rovesciato – la Madonna con la pistola,
gli angeli di Napalm che non ridono –
non c’è provocazione, ma tremore.
Un sacro che ha perso il cuore
e cerca una scintilla in un mondo che brucia.

E poi l’infanzia, ovunque. Bambini
che giocano, migrano, cadono, resistono.
I bambini, nei testi di Norma, non sono simboli:
sono il punto esatto in cui il mondo rivela
ciò che è disposto a proteggere
e ciò che è disposto a sacrificare.


Bambini con le armi

Sul Golgota adesso
impiccano anche i bambini
con i nastri che hanno al collo
i loro orsacchiotti.

Non c’è invettiva nei suoi versi:
c’è la fermezza di chi guarda
di chi non distoglie lo sguardo.
Non è grido: è sussurro. Manca l’aria.
Ed è proprio il sussurro a ferire di più.
È uno sguardo che non appartiene solo alla poesia:
attraversa altri linguaggi che hanno saputo restare
accanto ai fragili. La poesia di Norma sfiora
un certo cinema che conosce bene la vulnerabilità:
quello di Ken Loach, dove la macchina da presa
non salva, ma resta accanto, ostinatamente,
come una presenza che non abbandona.

È la stessa fedeltà al reale,
è la stessa attenzione ai corpi esposti.
E c’è un’affinità anche con una poesia
che sa dire il dolore senza gridarlo.
Vengono in mente i versi di Wisława Szymborska:
Nulla due volte accade / né accadrà.”
In Norma, come in lei, ogni ferita è irripetibile,
ogni vita è un evento unico che non si replica.
La loro limpidezza non consola: chiarisce.

E a questo sguardo sulla ferita
come luogo di verità si affianca,
quasi in filigrana, Judith Butler,
che ricorda che siamo “corpi esposti”,
vite che esistono solo nella loro vulnerabilità condivisa.
Nei versi di Norma questa idea non diventa teoria,
ma esperienza: ogni figura è un corpo che rischia,
ogni immagine è una vita che può spezzarsi.
La poesia, allora, non è un rifugio:
è un modo di restare esposti.

Ed è proprio su questi corpi
che la storia cala il suo peso più duro.
La guerra, in queste pagine, non arriva: è già nell’aria,
come una pressione che si avverte
prima ancora di darle un nome.
Un’aria che entra nelle case, nei giochi, nei corpi.
Una guerra che non ha fronti, ma ferite.
E la poesia diventa l’unico luogo
dove la propaganda non attecchisce,
dove il dolore non viene manipolato ma riconosciuto.
E qui, nel cuore del libro, quando la voce della poetessa
sembra farsi più sottile e il mondo più feroce,
risuona nascosta per me – come un contrappunto oscuro –
la riflessione cinica di Hermann Göring.
Norma non lo nomina,
eppure sembra ascoltarlo da sempre,
come si ascolta un meccanismo
che continua a ripetersi attraverso i secoli.
Quando il vice di Hitler disse che la gente
ovviamente non vuole la guerra,
ma basta poco per trascinarla:
basta sussurrarle che è minacciata,
da un nemico qualsiasi,
basta indicare un pacifista e chiamarlo traditore.

Ciò vibra sotto i versi dedicati a Israele e Palestina,
all’Ucraina, all’Italia reazionaria, alla Francia colpita dal terrorismo,
ai migranti che avanzano come ombre d’acqua,
ai bambini che oscillano sull’altalena al solo soffio del vento.
E la poesia diventa allora un antidoto:
un luogo dove la manipolazione non attecchisce,
dove la retorica scivola via,
dove la propaganda resta fuori
come pioggia contro un vetro.

E in mezzo a tutto questo,
ciò che resta è lo sguardo:
non quello dei potenti,
ma quello di chi attraversa il mondo
con la propria ferita in mano.
Lo sguardo di Norma non segue le mappe,
ma le persone: ciò che la interessa non è tanto
il confine, ma ciò che il limite fa ferire.
Scava nelle crepe dell’umano, non solo nelle frontiere.
E lo fa con una limpidezza che non concede sconti,
una chiarezza che non consola ma illumina,
come una costante torcia puntata
sul punto esatto in cui il mondo si spezza.

La maternità, attraversata dal lutto,
è una lente con cui la poetessa guarda il mondo.
Non protegge: accompagna. Non consola:
espone. È una vena carsica. Il lutto.
Non è mai esibito ma affiora come un tremore
costante. E forse è proprio in questa maternità
ferita che si comprende la misura dei gesti
minimi, delle cose che si spezzano
senza rumore.

[So cos’è perdere. Cos’è combattere
contro la disperazione quotidiana.
So cosa significa camminare
con una stanza vuota nel petto,
una stanza che nessuno ha mai abitato
e che pure continua a chiedere luce.]



Walled Off Hotel, Natività modificata

E quando mi sono sentita
la viola raccolta
tra le erbe del campo
e subito avvizzita
nella mano che mi ha gettata
fra la sterpaglia.
E ce ne ho messo di tempo
per ritornare col pensiero
intatta alla campagna,
anche se con la ferita
sullo stelo.

La delicatezza di un gesto minimo che diventa rivelazione.
Non è solo un’immagine botanica:
è un autoritratto emotivo,
un modo di dire “mi sono sentita così”,
senza bisogno di spiegare altro.
Il fiore è umile, quasi invisibile,
vive nella penombra dell’erba alta.
Non chiede nulla, non pretende nulla.
E proprio per questo, quando viene colta,
la sua fragilità diventa evidente, quasi crudele.
Appassisce nell’istante stesso in cui viene
sottratta al suo luogo di appartenenza.

La sterpaglia è il contrario della campagna:
non è natura, è scarto della natura.
È terzo paesaggio (da Gilles Clément).
È il posto dove finiscono le cose
che non servono più.
E l’io poetico si ritrova lì,
gettato senza intenzione,
come un oggetto che ha perso la sua funzione.

Non accettiamo consolazioni.
Il trauma non si cancella,
la viola non può tornare com’era
e l’io non può fingere
di non essere stato strappato.
Ma c’è una forma di resistenza:
il pensiero che torna,
la memoria che ricompone,
la dignità che si rialza.
Cristo, deve rialzarsi.
La ferita non è più solo dolore:
diventa testimonianza.
La viola è stata viva,
ha avuto un luogo,
ha conosciuto la luce.
Da quella viola
che appassisce tra le dita
si risale allora alla parola:
una parola che non finge,
non abbellisce, non protegge.

La parola di Norma procede così nuda,
senza appigli, come se ogni frase
dovesse reggersi da sola,
senza chiedere aiuto a nulla.
Ogni parola è necessaria,
ogni immagine è un ribaltamento,
ogni poesia è un accadimento.

Banksy e me non offre risposte, ma sguardi.
Non dà certezze, ma possibilità.
Ci chiede di usare gli occhi
che la poetessa ci consegna:
occhi che non si sottraggono,
che non giudicano,
che ancora sanno stupirsi,
e che, nel loro stupore, sanno anche ferire.
Perché lo sguardo di Norma
(ritorno ancora lì) vedendolo
è un varco che penetra,
ti spoglia davanti alla realtà,
come un volto di dolore
che non distoglie mai gli occhi:
non per mostrarti la ferita,
ma per ricordarti che ne porti una anche tu.

Forse il dono più grande del libro è questo:
trasformare la ferita in sguardo,
lo sguardo in parola,
la parola in un gesto che non vuole durare, ma accadere,
come un murale di Banksy,
come un lampo che non salva, ma illumina.


Roberto Marconi

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.