Geografie interiori dal Laboratorio di scrittura della Scuola di cultura e scrittura poetica “Sibilla Aleramo”
Il laboratorio del 21 febbraio 2026 ha invitato i partecipanti a ritrovare i propri passi, dove il ricordo si fa spazio. Umberto Piersanti ha lanciato il tema “Un luogo che ti appartiene” e da quella chiamata è nato un paesaggio di risonanze con ciò che resta quando il mondo tace. Ci sono luoghi che si aprono come fenditure nella memoria, come vene d’acqua sotterranee: diventano territori emotivi, punti di ritorno o di fuga. Ognuno ha interrogato la propria radice (città, corpo, storia familiare, natura) lasciando che fosse la parola stessa a trovare il suo varco.
Come già accaduto nella precedente bottega è stata ascoltata ogni voce, e i testi hanno trovato il modo di far emergere la loro urgenza. D’altronde si abita il proprio tempo in modi diversi, da questa pluralità è emerso un paesaggio mobile, in cui ogni composizione apre un modo di stare al mondo. Alcuni hanno mostrato una necessità netta, una vibrazione che chiedeva di essere trattenuta sulla pagina. Così, tra tutti i contributi lodevoli, alcuni sono stati scelti, dal direttore, per una particolare intensità di sguardo. Su questi, in ordine di apparizione, offro una mia impressione.
Per Emanuela la memoria familiare diventa un ponte d’acqua nell’inquietudine più fonda. La voce bambina e quella adulta sono due rive che si cercano. Ne nasce un luogo dove il tempo e la storia s’interrogano, che richiama certe radici poetiche marchigiane nel modo di far respirare il paesaggio. Il panorama naturale di Roberto è un bosco di presagi, dove ogni animale è un segnale e ogni ombra un confine mobile, il suo luogo è un margine: lì la vita inciampa, ma può anche salvarti. La sua scrittura porta una continuità sotterranea con chi sa trasformare la natura in destino.
La città nella nebbia, per Claudio, diventa un labirinto sensoriale, un teatro dove le forme si disfano e si ricreano. È un passo visionario, capace di trasformare ogni dettaglio in epifania, così il luogo diviene un altrove che si rivela solo quando la vista vacilla. Per Ilda ogni stanza è un posto che si spoglia come un corpo e un ricordo, in cui s’intrecciano inganno e cura. Ogni trasloco diventa un rito di sopravvivenza. Dal suo paesaggio interiore emerge una geografia fragile, un varco che si apre senza preavviso.
Il corpo diventa territorio ultimo e sapiente con Paola, che conosce la propria fine e l’accoglie. Ne fa una dichiarazione di appartenenza che non teme la dissolvenza, anzi misura il tempo con precisione chirurgica, trasformando la mortalità in un punto fermo. Infine per Silvia, la primavera s’incrina, il paesaggio taglia: ciò che appare naturale diventa subito sospetto. Graffia nel disordine, legge il mondo come una pagina che non si lascia domare. Il luogo che le appartiene è un ciglio dove il tempo arriva sempre troppo presto.
Roberto Marconi
La chiesa sull’acqua
non ha più tempo,
ma si specchia
Sant’Antonio nell’acqua
del canale inquieto
mentre esci
la domenica mattina
con tua figlia per mano
poi spingi in fretta
mia madre nel portone
scappando dai titini
che sparano gridando
Trst je nǎs[1]
è lontano quel giorno,
tu correvi bambina
con la bandierina in mano
le ragazze di Trieste[2]
cantan tutte con ardore
era l’inno preferito
nella pigra campagna
marchigiana d’agosto
si specchia oggi
la mente inquieta
nel canale azzurro
Emanuela Capodarco, febbraio 2026
[1] Trieste è nostra: è la frase ripetuta dai soldati di Tito
[2]“Le ragazze di Trieste “è una canzone patriottica triestina
Sono le rive dei fossi
lungo il sentiero che porta al bosco
ad accompagnare l’airone
che si alza dalla terra arida
ora che la stagione protegge
la risaia dalle necessità di domani
il gracchiare del corvo
dal ramo più alto segnala il pericolo
sono leggere le ombre
che accompagnano i passi
d’inverno il buio ricopre velocemente
lo sguardo che ci precede
dentro la luna si specchiano
gli occhi accesi della poiana
come un sorriso corregge il percorso
togliendomi il piede là
dove sarei inciampato nell’inganno teso
da mille minimali fili d’erba.
Roberto Casati
Macerata in un giorno di nebbia
Una traccia al salnitro ritrovo dell’obliquo muro,
La mano di zucchero s’è fatta: sorrido a questo prodigio.
Nulla vi è da temere a Macerata, in un giorno di nebbia;
Salgo una scaluccia e vacilla la forma mia e la sua, pure;
Lo sguardo si ingegna a destra, s’affanna a sinistra: un lucore d’ombra è la via.
Un occhio di marmo liquescente stilla parole:
“Rosone in cattedrale!”: traduce rapida l’epigrafe del ricordo: che sia diventata pietra antica la mia memoria?
Salgo, con le bussole dei sensi divelte, ed un cane col pelo in uggia m’urta, mi scosta: ed ora sono ad una proda di scale: “in memoria di un re di Scozia”, mi si dice.
Facce a mezzo, fagotti a pastello: tutti la nebbia r’ingorga e sfocia sulla piazza,
Galleggio in moto leggero al di sotto della loggia, e giù a scivolo verso il bivio,
M’affaccio ad un vico, ma sembra precipitarvi il mondo;
Segnala la targa dorata che c’è un proseguire di là, di qui la nebbia ammezza un portico: non si va;
Sotto ad un arco m’ingolfa questa magia invernale, che tutto perde e fa ritornare,
E come tornano un attimo i ragazzi acquartierati nel rosso della loro giovinezza, io torno al mio scivolare e non ripiego al punto nord-orientale.
Non scendo né salgo, trascorro in assetto indefinito nella piana di polvere d’acqua: le coordinate s’assentano e rimane, in questo smisurato fluire, solo un canneto d’oro ferroso.
Ma qualcosa dovrà pur zavorrarmi, che sia sedimento d’amore o architettura di dolore.
Hai intrecciate le tue dita alle mie, e s’è formata d’incanto una mappa: unica ferma stazione, quell’aggancio di mani, ho guardato di sotto ad esso dall’alta finestra: ti ho vista riflessa, mi son visto riflesso, e la sera di rosa in te ed in me, ci ha sorpresi, attoniti, di fronte alla città immutata.
Claudio Cesaroni
In ogni nuova stanza
In ogni nuova stanza
sfogliare l’orizzonte
lasciare andare, ciò che è già passato
scalfire il corpo, con il già vissuto
cogliere l’occasione
per sistemare cose ad ogni trasloco
dentro la simmetria perfetta di un inganno
imbrigliare, tra esili rami
brandelli di vita
come stracci carpiti, da una bava di vento
scorgere nel paesaggio*
la geografia dell’anima
la cura
l’anomalia che genera
l’involontario esistere del mondo
Ilda Mecozzi (febbraio 2026)
* paesaggio: non solo come panorama, ma come spazio di vita, emozione, trasformazione
L’unico luogo che m’appartiene
è questo mio corpo fallace
che si sfalda nel tempo
e saggiamente m’abbandona
per far posto nel mondo
all’altrui vita.
Il conto alla rovescia per la morte
cominciò un venerdì di luglio
intorno a mezzogiorno
sotto il segno del Cancro
governato dalla Luna.
Paola Deplano
Guarda com’è sottile l’aria adesso,
la chiamano primavera ma
sembra una smagliatura.
C’è questo colore scuro,
così fuori stagione ti dico,
la pioggia che riempie le solite buche
dell’asfalto rovinato e poi,
tra i rami, vedo gli aerei che rigano
questo azzurro tremendo,
liquido e bugiardo. Rompono il silenzio
non addomesticato dalla cascata selvaggia.
Non ho contato le parole nascoste
tra i fogli del quaderno rosso,
gli appunti presi, le righe della matita blu.
È arrivato in fretta marzo, ancora una volta,
gli alberi lo sanno che è troppo presto, ma
si fanno trovare pronti, disarmati,
senza una domanda sulle intenzioni.
Silvia Gelosi