Natura, Cesane, Memoria: questo è l’universo poetico di Umberto Piersanti.
Natura non solo come luogo idilliaco fonte di ispirazione, ma anche, forse soprattutto, simbolo di condizione umana tragica e inconfutabile, seppur non priva di piaceri grazia e stupore.
L’altopiano delle Cesane segna l’infanzia del poeta, gli amori: è il rifugio dove ritrovare armonia con l’esistenza ma anche il bosco dove si afferma l’inesorabile legge della vita, quando il più forte sopravvive a scapito del più debole, mentre l’uomo si scopre nudo, impotente di fronte ad un destino probabilmente più ampio e complesso della sua ragione.
La funzione della Memoria consiste invece nell’investire ricordi famigliari di senso profondo e dignità storica, fissandoli dentro una dimensione di valori e tradizioni contadine, celebrate nello stesso tempo come occasione di poesia e plauso alla bellezza di un mondo perduto ma non certo dimenticato.
Ma al di là di questa triade, esistono una serie di microcosmi tematici negli scritti di Piersanti che ampliano la narrazione e ne rafforzano lo spessore: il mondo di piante, fiori ed erbe selvatiche, le figure femminili, i rimandi storico-geografici, le figure misteriose delle leggende popolari, infine Jacopo, il figlio oggi quarantenne affetto dall’età di quattro anni da una severa forma di autismo.
Questa raccolta, a lui dedicata, è una straordinaria testimonianza delle contraddizioni, dei rovelli, dei sentimenti di un genitore e del percorso di vita che lo accompagna: dall’attesa del nascituro alle paure per l’imminente cambiamento di aspettative ed obiettivi; dalla nostalgia per l’età giovane libera e spensierata alle gioie legate ai primi passi e alle prime parole di Jacopo; dalla tremenda scoperta della malattia alla disperazione; dai tentativi di “fuga” alla tenace volontà di non mollare e di compiere fino in fondo il proprio dovere come essere umano e come padre, accettando per quanto possibile la sorte e le relative amare sorprese che questo necessariamente comporta.
Jacopo è figura viva e concreta ma nello stesso tempo soggetto letterario, dunque simbolo: rappresenta la svolta dolorosa e obbligata che il destino ci riserva ed anche l’umano tentativo di conoscere e produrre senso nonostante la realtà coincida con “un castello chiuso ed inespugnabile” e il nostro slancio vitale si trasformi in “un amore faticoso”.
In conclusione, anche se non possiamo certo definire Piersanti un poeta civile nel senso pieno del termine, questo libro in qualche modo va oltre le intenzioni dell’autore e diviene un vessillo da tenere alto, per l’attenzione e il sostegno ai meno fortunati e alle persone a loro più vicine.
Battaglia dalla quale nessun essere umano dovrebbe sentirsi o ritenersi estraneo.
Antonio Malagrida
Jacopo dentro l’acqua
e come stai nell’acqua,
nuotare è un’altra cosa,
tu ci cammini dentro
e ti ci muovi
come un queto animale
dei miei fossi,
la verde raganella,
il lento granchio,
fluttuano i tuoi capelli
come al fauno,
fauno – fanciullo mite
e innocente
ti circondano i monti
e viene sera,
la madre chiusa
e stretta sulla riva,
io che ti chiamo
e urlo,
ma tu non temi
il freddo,
non temi il buio
gli altri son tutti qui
nascosti dentro i teli,
tu rimani nel lago,
solo, riverso
con la faccia al cielo
guardo spesso il tuo volto
dentro l’acqua,
ogni piega si scioglie
e rasserena,
un’altra storia narra,
un’altra vita,
la tua che ti spetta
fuori dal male
Luglio 2000
Tra piante e nebbia
sempre con voi boschi
e le memorie, contro la fuga
orrida dei giorni?
sempre alle foglie attaccato,
a questi rami di scotano
arancioni per l’autunno?
no, non nei miei campi,
in una macchia immensa
siamo entrati, Jacopo,
estranea alle memorie,
e la nebbia sale
su dal mare,
cancella il pungitopo,
il muschio verde,
grigia più del fungo
velenoso che lì cresce
e pende
e tu corri Jacopo
come sempre,
scortichi braccia e gambe
tra gli arbusti,
e la nebbia non curi,
l’erba bagnata e fredda,
gli spini aguzzi,
corri,
chiedi le patatine
come sempre
tu non conosci ostacoli
e memorie,
io non so quel tuo grido,
l’urlo che sale,
forse morde la vita,
forse il dolore
e ti raggiungo
e blocco, lì c’è il dirupo,
t’abbraccio e ti consolo,
anche le patatine ti prometto
usciti fuori
da questa nebbia fitta
e dalla selva
e la memoria torna alla stagione
così breve e perfetta
e luminosa,
a un’altra macchia
accesa dall’estate
alle tue cosce bionde
tra le acacie,
Laura dei miei vent’anni
smisurati
ora è nera la nebbia,
nera ogni foglia,
solo una bacca rossa,
non la conosco,
magari nasce solo in questa selva
d’una luce s’accende
fioca e tenace
Novembre 2004