La prima fenditura del mondo

porta fenditura

dal ‘Laboratorio di scrittura’ della Scuola di cultura e scrittura poetica “Sibilla Aleramo”

Ci sono gesti che non appartengono al tempo: lo rovesciano. Il primo bacio (nuovo tema lanciato dal direttore Umberto Piersanti) è uno di questi: accade una volta sola eppure continua a ripetersi, come se il corpo avesse memoria prima ancora di avere un linguaggio. Nel laboratorio del 14 marzo 2026 abbiamo aperto quel solco primordiale: il punto in cui la pelle diventa soglia, e due respiri bastano a restringere il mondo fino a farlo tremare.E allora tutti quegli attimi non chiedono di essere solo ricordati: restano tra le labbra perché non hanno altri posti dove andare.

È lì che tutto si contrae: un volto che s’avvicina, un attimo che non sa ancora se salvarci o smarrirci. Non si capisce più niente: il mondo si sfalda per un lungo momento. Ogni testo nato in quell’officina ha tentato di registrare quell’istante: chi lo ha cercato nella fiaba, chi nella perdita, chi nella ferita, chi nella notte che non passa. Le voci sono state accolte come s’ospitano i ritorni inattesi: con stupore, con cautela, con gratitudine. D’altronde, la prima fenditura del mondo ricorda la poesia: un taglio, benché minimo, che sposta la luce, e da quel passaggio tutto riprende a tremare.

Perché un bacio non è innocenza: è un’architettura rischiosa, un equilibrio che vibra, un dondolio che può aprire o chiudere una vita. Da questa pluralità di sguardi è emerso un atlante sorprendente: bocche e silenzi, attese e rientri mancati, memorie che s’ostinano a restare. Ma nei luoghi dove il mondo s’incrina e l’aria trema e non dà tregua, manca proprio quel breve avvicinarsi che avrebbe illuminato almeno ciò che resta ferito. Tra tutti i contributi, alcuni han mostrato una luce che chiedeva d’esser trattenuta. Su questi, sempre in ordine d’apparizione, offro un mio sfioramento…

La figura amata attraversa stanze, piani, città, stagioni come un vento che non smette di bussare. La poesia di Marco procede come un cammino ostinato, un respiro che non trova requie. Il bacio non è ricordo, ma fantasma che continua a camminare accanto, anche quando tutto il resto s’è dissolto. In Emanuela, il bacio è un varco mancato che continua a pulsare. Quanti contato i minuti alla stazione, magari aspettando una maschera che mai arriverà? La scrittura, se lavora per sottrazioni, lascia emergere solo ciò che resiste dalla superficie. E i pensieri e gl’anni fan presto a confondersi.

Un infortunio adolescenziale diventa per Ilda un primo, importante ricordo. Tra ironia e vertigine, letture e strade agitate trasformano l’imbarazzo in rivelazione. Il primo bacio, goffo e salvifico (anch’io c’ho sbattuto i denti), diventa il punto in cui impaccio e scoperta si tengono in equilibrio. Silvia intreccia pedagogia e memoria, un gesto minimo in un coro spezzato. Le immagini domestiche sono feritoie d’un sentimento che non ha una forma definitiva, come ogni nostro riflesso. Il bacio così è un pertugio, dove s’impara a perdere e si apprende a percepirne il nome.

Roberto Marconi

manca poco

 

Manca poco all’autostazione,
mi è sembrato che tu fossi
ancora qui
in mezzo allo slargo,
mi basterebbe che tornassi
un’altra volta soltanto.
Sei una folata, un sibilo
che da una fessura
portano scompiglio
senza farsi vedere.

Sebbene tu sia ancora
così chiara, così nitida
da una stanza all’altra
fino al soppalco
metto a soqquadro
tutta una vita. Poco fa,

nel fitto d’una nuvolaglia,
tra il ballatoio e l’oblio, i rimorsi
hanno preso il largo, e ora
mi faccio da parte,
lascio che lo strepito dei rimpianti
scemi, i rancori
dissolti all’istante
in un bugigattolo
recupero le fotografie
di una volta
e le cartoline sbeccate. Qua sotto,
prima che l’insegna del bar tabacchi
si spenga, ricomincio a vivere la città
rasentando la gente che si azzanna.

Ho camminato tutta notte,
mi sono fatto largo
in mezzo alle fronde,
sono tornato a Zanni.
Hai lasciato che entrassi
nella casa diroccata
dove hai abitato.
La mattina presto
la bruma incomincia a diradarsi
e si allontana, non ritorna.

Tu sei sempre stata
in ogni sguardo ridendo
di ogni uomo. E adesso,
te ne stai lì in mezzo ai rider
di piazza unione, senza farti sentire,
la tua strada sembra finita, e la mia
sembra che non finisca mai.

Nessuno che parli di te, di te
non si sa più niente, ma
io lo so che non sei qui,
dove non c’è niente per l’inverno
e per l’avvenire, nessuno che ti tolga il sonno,
in fondo, non è per starci che li abbracci
giorni e giorni, stagioni intere
quelli che ancora ti cercano,

come se fossi ancora qui,
stesa sul greto bianco di neve
abbandonata alle fosche onde
del fiume, come cento anni fa,
sul posto dei salici, di pozze lucide,
per baciarti ci ho messo
tutta una vita.

 

Marco Di Genova

 

Quel bacio

 

C’era quel treno
là di traverso,
qualcuno diceva
partisse alle undici,
credo al mattino

eri in anticipo,
oggi non sembra
sia quella sala,
la stessa, l’attesa

là dove vedi
quel segno e il colore
scuro e sdrucito
della piastrella,
là c’era il mare,
stringendo una sciarpa,
contando le gocce
di quel novembre

aumentano poi,
si affollano in quindici,
o forse sedici,
sono pensieri,
sembrano gli anni
che avevi quel giorno,
ma non le mani,
quelle di ieri

8/03/2026

 

Emanuela Capodarco

 

Quarantacinque giri

C’era voluto quel piccolo incidente
quella caduta dalla bicicletta
il viso tumefatto
il taglio sopra il labbro
per chiedermi chi fosse
quel mostro di ragazza

nell’immobilità costretta
scoprivo il piglio
dell’adultera
che di Flaubert il romanzo
era l’oggetto

i miei quattordici anni
in bilico
tra manifestazioni in piazza*
e lunghe passeggiate in bicicletta
i pomeriggi incerti
i balli al club dentro lo scantinato
i lenti che il DJ selezionava
scegliendo tra i vinili i più richiesti

c’era “Rain and tears”
sul disco che girava
tu mi stringesti piano
poi mi baciasti
ed io ti posi i denti
dall’imbarazzo noi ne uscimmo indenni

 

* Frequentavo il primo anno del Liceo a Pontedera e noi studenti manifestavamo con gli operai della Piaggio

 

Ilda Mecozzi (febbraio 2026)

 

 

Sono solo cinque lettere spezzate.
chiedo allora alle ragazze della seconda E,
aiutatemi voi, ho detto, formate un cerchio
di parole, di pensieri. Che cos’è un bacio?
Sentirsi casa, un volo, uno strusciare di corpi
di pelle e dolori che non passano mai. E poi?
Non te lo ricordi più. Perché i giorni cadono
come soldatini sul ciglio della credenza
perché si prende nota si prende dimestichezza
con l’abbandono e la remissione dei peccati.
Non sono mai stati gli anni giusti, anche le persone
tutte in fila lì davanti allo specchio, come le gocce
gli schizzi dell’acqua sul vetro mentre ti lavavi la faccia.

 

Silvia Gelosi

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