‘L’estate dell’altro millennio’ di Umberto Piersanti

“L’estate dell’altro millennio” è un romanzo di Umberto Piersanti, uscito nel 2001 per l’editore Marsilio, è stato ristampato da Ugo Mursia Editore.

Uno scrittore è un creatore di mondi, un intrecciatore di destini, curioso e paziente. Come le Parche lo immaginiamo dispiegare lentamente il filo della narrazione, avvolgere al fuso le vite dei suoi personaggi. Nel libro “L’estate dell’altro millennio” viene raccontata una storia, o meglio, troviamo una storia dentro la Storia, uno spaccato di vita realistico e verosimile dei terribili anni 39-45. È un percorso accidentato ed impervio, una discesa all’inferno senza mentori né guide su cui far affidamento, ma solo un “lasciarsi andare” alla portata degli eventi. In quegli anni di violenza e morte, di devastazione ed incredulità, poche sono le voci che si sono alzate, pochi coloro che hanno avuto il coraggio di voltare le spalle alle tante ideologie sbagliate che circolavano e che hanno invece preferito seguire il loro cuore.

Marco e Franco, i due protagonisti del romanzo sono, ognuno a suo modo, rappresentazione di ciò. Il primo, che vive con responsabilità una guerra che poco lo convince ed il secondo, completamente estraneo alla politica, si trovano a combattere fianco a fianco nel Montenegro. Entrambi, però, scelgono vie diverse. Franco farà ritorno dalla sua famiglia, senza schierarsi dalla parte dei partigiani e, allo stesso tempo, facendo comprendere quanto l’idea della patria sia meno radicata nel cuore di un padre (egli stesso) piuttosto che in quella di un figlio (Marco); mentre Marco non si tirerà indietro, anzi, si troverà nuovamente sulle montagne, questa volta molto più “fedeli”, ma in tutt’altra posizione. Egli passerà, infatti, da tenente dell’esercito regio a partigiano, schierato con comunisti e socialisti. Ciò che accomuna i due giovani è proprio il rifiuto per quella guerra così sanguinosa, lo studente che comprende quanto essa sia inutile e sbagliata, indipendentemente dal motivo per il quale si combatta e il contadino che se ne discosta totalmente rinunciando ad imbracciare nuovamente le armi. Le situazioni difficili che si troveranno ad affrontare ed il comune far ritorno ad Urbino, loro città natale, li porteranno ad incontrarsi più volte, in nome di un’amicizia nata sotto le armi e suggellata grazie al salvataggio di Marco da parte di Franco. Entrambi rosi dal dubbio e dal rimorso troveranno due vie completamente diverse per riuscire a convivere con i fantasmi del loro passato: il tenente si rifugerà lontano dal mondo, sulle sue Cesane, mentre il contadino riuscirà a scavalcare i pensieri che riaffiorano prepotenti grazie alla presenza della moglie e della figlia. Ciò che resta, infine, è l’idea che il mondo che conoscevano non esiste più. Questo mutamento e la sua consapevolezza li cambierà nel profondo ma, allo stesso tempo, li renderà anche più consapevoli di ciò che può innescare la macchina della guerra e dell’ideologia fanatica.

Il romanzo è diviso in tre capitoli chiave: “Una stagione di vento”, “Oltre il mare” e “Il ritorno”. Nel primo ci troviamo faccia a faccia con i nostri due protagonisti e con quella che era la loro vita prima dello scoppio della guerra; veniamo a conoscenza dei loro sogni, dei loro pensieri, delle loro speranze verso il futuro. Marco, studente universitario in Lettere Moderne, con una passione viscerale per la poesia, trascorre il tempo con gli amici Ettore ed Antonio e vorrebbe diventare professore. È un privilegiato, in un panorama dove molti per vivere devono fare lavori di fatica, lui proviene da una famiglia benestante che non gli fa mancare nulla. Tipica della spensieratezza di quegli anni, sia di pace che di giovinezza, è la gita in bicicletta che fanno i tre sulla montagna argentata, alla ricerca del tesoro dei Montefeltro. Questo attimo, che sembra fermare il tempo, getta un lucido sguardo sui tre giovani, persi nel parlare di favole e di donne, ed è ancora più tiranno nel suo paesaggio bucolico perché prelude ad un tempo di rimpianti. Un personaggio chiave, anche se all’apparenza marginale è Laura, sogno proibito di Marco, al quale lei preferisce l’avvenente Ettore. È a lei che corre il pensiero dei due giovani, dopo lo stravolgimento delle loro esistenze ancor più di prima; lei che entra prepotentemente nei loro pensieri e che, scopriremo poi, dissolverà definitivamente il ricordo del passato. Marco, Ettore ed Antonio subiranno sorti diverse, che sono allo stesso tempo il dispiegarsi della loro natura e, in qualche modo, anche delle loro ideologie. Marco è un sognatore trasognato, un acerbo poeta che la guerra aiuterà a sbocciare perché è solo la poesia il baluardo che lo tiene ancora ancorato alla speranza. Ettore, invece, non ha bisogno di nulla, sicuro della sua fede nel fascismo e pronto a farsi trovare in prima linea, sarà l’unico a perdere la vita. Lontano dalla patria per cui sta combattendo, addirittura sino ad arrivare in un altro continente, verrà ucciso dopo essere riuscito a piazzare una bomba su un carro armato nemico. Muore con il rimpianto che quella sua gloria, l’unica che conti davvero, non godrà del plauso di nessuno. L’Ettore del romanzo è l’Ettore dell’Iliade, che cade nella sabbia di Troia perdendo il bell’elmo dal sanguigno cimiero, dopo aver combattuto contro il guerriero più potente. È una lotta impari anche questa, uomo contro macchina, singolo contro ideologia, la paura contro il terrore della paura stessa. E non può che essere una guerra che viene persa, con null’altro che il rimpianto di non poter più amare teneramente Laura. È in questo istante che anche Ettore perde la maschera, che si rivela per ciò che è in realtà, un giovane spaventato ed innamorato, che si accascia al suolo, ferito di spalle, e lì muore. Antonio, invece, viene catturato ma, lui che non riusciva mai a stare fermo, viene usato come aiuto dai tedeschi e riesce a tornare sano e salvo a casa. Sono i racconti di Marco, però, ad essere i più feroci, i più amari. I suoi pensieri così lucidi e malinconici ritornano sempre a “quell’estate dell’altro millennio”, prima che iniziasse tutto, prima di ritrovarsi con una rivoltella in mano a guardare i compagni morire. Scappa il pensiero, vola via, altrove, alle feste, alle risate, a Laura che ama Ettore e lui solo. Laura come l’amata del Petrarca? Colei che in fondo fu sempre irraggiungibile e rimase Amore solo nelle sue poesie. Quando Marco è in licenza, dopo essere stato ferito ad una gamba, è proprio da Laura che suona alla porta, ed è solo il pensiero dell’amico morto che lo fa desistere dal far esplodere la sua passione. Dopo quest’episodio la ritroverà più avanti ma ben lontano dal contesto in cui era abituato a vederla. Lei, la contessina Albani, bionda ed irraggiungibile, sfila davanti a lui con la testa rasata perché così si faceva a quei tempi alle donne che giacevano con il nemico. Una rottura insanabile separa Marco dal suo passato, Ettore morto, Laura divenuta il fantasma di un’epoca passata, ed Antonio prigioniero fanno crollare le sue poche certezze e lo portano a comprendere quanto male facciano le azioni scellerate di chi è al potere. Anche se di ciò, il tenente Petroni, si è già reso conto, di quanto le idee e la paura penetrino nella carne ed inizino a rodere tutto ciò che possono. Ben impresse nella sua retina, infatti, vi sono le alte fiamme che avvolgono la casa bruciata dai soldati nel Montenegro. I suoi soldati. Forse sarà questa la cosa che lo colpirà di più e che lo farà rimpiangere di non aver detto nulla, la morte di bambini e donne innocenti. Si, perché la guerra è una cosa da uomini, e poco importa se le donne sono diventate tutte puttane e si sono dimenticate di avere dei mariti, perché è solo un esorcismo, il voler a tutti costi tenere lontano la morte con la vita.

Il capitolo (per quanto riguarda Marco) non può che non chiudersi con il definitivo addio del giovane al tempo che fu, e si presenta con il “classico” taglio di capelli destinato ai soldati e lui, con più rammarico degli altri, vede i suoi lunghi ciuffi da poeta cadergli ai piedi. Ancor più sintomatico di come questo periodo di vita sia giunto al termine è a mio avviso il dialogo finale, tra lui e l’ufficiale, in cui Marco, chiamato a fare il punto della situazione, afferma, non senza paura, che è scoppiata la seconda guerra mondiale. Con Franco, invece, abbiamo una visione completamente diversa. Egli, figlio della terra ed abituato a scandire il tempo a seconda del lavoro nei campi, parte con il cuore altrove, lasciato nelle mani della piccola ma forte Maria, alla quale ha promesso il matrimonio. È un contadino, Franco, e forse per questo, ancora più legato al senso d’onore, ma, allo stesso tempo, ben deciso a tornare a casa, dalla sua famiglia. È sulla nave che lo porta verso la Jugoslavia che Marco incontra Franco. Trovarsi così lontano da casa ma avere di fianco qualcuno che ha calpestato gli stessi posti e visto gli stessi paesaggi, aiuta il tenente nel suo ruolo e lo fa sentire meno spaesato. Sono lontani, Marco e Franco, l’uno tenente e l’altro soldato semplice, ma allo stesso tempo vicini; eppure questi ruoli stanno stretti ad entrambi. Il primo ha deciso di diventare ufficiale per trovarsi in un ambiente a lui familiare, con altri studenti, pur non avendo alcuna nozione di guerra ma, quando gli rasano i capelli, in caserma, è uguale agli altri ragazzi, seppur contadini; il secondo ha invece risposto alla chiamata come andando alla volta di una battuta di caccia. È una divisione sottile quella tra graduati e non, come ci dimostreranno Franco e Soddu. Il marchigiano, infatti, salva la vita al suo tenente mentre il sergente sardo si confermerà un ufficiale migliore di Marco, a cui egli stesso ricorrerà più volte in cerca di aiuto. La guerra, le imboscate, le sparatorie, vengono anch’esse vissute con un sentire differente dai due uomini. Entrambi spaventati dall’idea della morte; Marco sempre cauto ed intento ad elaborare ogni scenario possibile, Franco più reattivo ed impulsivo allo stesso tempo. Dal momento in cui il soldato salva la vita al tenente vi sarà in Marco un senso di gratitudine che, seppur sempre misurata, sarà il preludio alla nascita di una forte amicizia. Importanti sono i passi che delineano sapientemente, quasi come se l’autore stesso li avesse vissuti, le azioni e gli scenari che i soldati si trovano a vivere e le reazioni che ne scaturiscono. Lo scontro con i partigiani montenegrini sarà uno spaccato molto importante soprattutto se paragonato al momento in cui è Marco che si troverà “dall’altra parte della barricata”, nel momento in cui sarà egli stesso partigiano e combatterà contro tedeschi e fascisti. Tutto ciò esplica bene e approfonditamente cosa poteva voler dire essere partigiano allora, i montenegrini prima, come gli italiani poi, non si fermano davanti a nulla, capaci di rinunciare alla propria vita ed al proprio futuro per difendere le proprie terre, per rimanere ancorati ad un’ideale, quello di Patria, che potrà sembrare magari poco radicato nella quotidianità ma che, nel momento stesso in cui viene messo in pericolo, fa prendere piede ad un organismo inarrestabile. Scabrosi sono i rimandi alle vittime innocenti, le donne e i bambini, perché la guerra è un mostro che non risparmia nessuno, una nube di fumo che acceca e non fa vedere l’ovvio ma che, anzi, si dirama assai velocemente ed intossica qualunque cosa trovi sul suo cammino. Questa “famosa” guerra, che doveva essere vinta in un lampo, viene portata avanti per un tempo che sembra infinito, così come viene percepito dalla coscienza degli uomini che ne fanno parte e, ben presto, nessuno crede più in quegli ideali che tanto avevano affascinato, in quel Dux che sembrava davvero una guida volta a condurre l’Italia verso un destino migliore.

Un momento importante, seppur fugace, in questi tre lunghi anni sono i giorni di licenza dati a Marco e Franco. Il primo ferito in un’azione ed il secondo che gli ha salvato la vita, rientrano ad Urbino come all’interno di un sogno. La città, infatti, non è stata toccata e la vita scorre monotona, tra amici e parenti che attendono con angoscia il loro ritorno. Sono momenti di gioia pura, quelli della città feltresca, del ritrovo, seppur all’interno di una bolla che vola via e poi scoppia nel momento del rientro al fronte. Marco corre da Laura, convinto che la sua presenza possa in qualche modo farlo tornare indietro nel tempo, a quell’estate del ‘39 prima che cambiasse il mondo, ma così non è ed è più tremendo questo scontro con il vero che la realtà stessa che lo circonda. Tenere Laura per mano, passeggiare con lei e sperare di baciarla, infatti, non fanno che riportarlo con il pensiero ad Ettore, steso sulla sabbia africana. È un morso troppo forte allo stomaco, un pensiero che anche l’amore per la ragazza non può dissolvere perché tutto rimanda a ciò che sta accadendo ora, in quel momento mentre altri stanno perdendo la vita. Altri come lui, se non migliori di lui, vivo per merito di Franco. Laura, seppur viva, è il fantasma per antonomasia, ancora più di Ettore che è, invece, morto davvero, e sarà proprio questa consapevolezza a non far tornare più Marco da lei, a fargli comprendere quanto aspro è il destino in tempo di guerra, dove gli amici muoiono soli. Anche grazie all’intervento dello zio Ermete, con il quale ascolterà radio Londra, comprendiamo quanto Marco abbia già iniziato a discostarsi da questa guerra che sta combattendo. Inoltre Ermete, il cui nome ci rimanda al messaggero mitologico, prelude al fatto che la guerra giungerà presto in Italia, anticipandoci anche il futuro da partigiano del nipote. Allo stesso tempo anche Franco torna in un mondo nuovo ma, per certi versi, pregno di aspettative. È proprio durante questa licenza, infatti, che lui e Maria fanno per la prima volta l’amore, come in un rispondere alla morte con la vita, con il sentimento che, per antonomasia, contrasta il decadimento e il terrore. Inoltre, nel momento in cui Marco si reca da Franco, per cenare tutti insieme, abbiamo un’ulteriore conferma di quanto le vite dei due soldati siano diverse. Il tenente fa la conoscenza di Maria, ritrovando in lei una delle ragazze che aveva spiato in un giorno lontano, e si avvede di quanto il suo vicino sia fortunato, di quanto sarebbe bello ed allo stesso tempo liberatorio avere qualcuno da amare e da cui essere ricambiato. La bellezza di Maria l’aveva colpito la prima volta, ma ora vi è qualcosa di diverso, forse anche l’idea di poter avere un pretesto per venire meno al proprio dovere.

Al loro rientro in Montenegro la situazione è, fortunatamente, molto più distesa, sembrano dei momenti irreali, stare con Zagorka, andare al caffè, trascorrere i giorni senza il pericolo effettivo di rischiare la vita. Gli italiani sono stanchi, stremati nel combattere una guerra che sentono di avere già perso, fermi nel proposito d’una resa agli alleati che si fa sempre più concreta e vicina. Ciò avviene, finalmente, l’otto settembre ed al sentire la notizia i soldati esultano, convinti che la guerra sia finita. Tutto ciò, invece, si converte nell’estrema beffa del destino, non ci sono più ordini e l’esercito stesso non sa che fare. In questo clima di incertezza, gli ufficiali chiedono il parere dei propri soldati che si esprimono quasi all’unanimità nel voler far ritorno alle proprie case. Marco ed i suoi compagni scapperanno per nave, mentre dietro di loro infuria l’avanzata tedesca. La situazione è completamente ribaltata e coloro che prima combattevano dalla stessa parte si trovano a fronteggiarsi come acerrimi nemici. La fuga dal Montenegro sarà la salvezza per la maggior parte dei soldati italiani, mentre Soddu vi troverà invece la morte. Un personaggio all’apparenza marginale ma uno dei veri eroi della vicenda che, con il suo sangue freddo, copre la ritirata permettendo ai più di salvarsi e sacrificando quindi la propria vita. Marco ed i suoi, una volta sbarcati in Italia, si dividono in vari drappelli, ognuno alla ricerca della via di casa ed egli si ritroverà ancora una volta, al fianco di Franco. Lentamente e con fatica, aiutati dai vari contadini trovati lungo la strada riescono a far ritorno ad Urbino, resa ancora più irreale dall’oscuramento ma “ c’era tutta ”. Marco, al sicuro nella casa dei suoi genitori, inizia la così detta “rinchiusa”, la quale, però, durerà assai poco. Egli stesso, infatti, si paragona ad un moderno Adelchi che, nonostante i torti subiti, seguita a combattere per la sua Patria. Così farà anche lui, facendosi trovare su quel camion che lo porterà sulle amate montagne vicino Urbino e dove inizierà nuovamente a combattere come partigiano. È questo il periodo più allucinatorio nella vita e nella guerra di Marco, questo che ci fa comprendere appieno quante poche siano le scuse. La divisa da tenente ora è stretta e le mostrine hanno poca importanza, i partigiani sono tutti uguali ma, anche qui, ci sono comandanti che dettano ordini e soldati che li eseguono.

Male armati, affamati e stremati Marco ed i suoi sono nuovamente costretti alla fuga dopo essere stati attaccati. Questa volta arrivano in Umbria e, in mezzo allo sfacelo della propria esistenza, il giovane ha modo di sanarsi l’anima facendo la conoscenza di Lucia. È proprio grazie a lei che Marco riesce a fare quel salto indietro nel tempo che con Laura non aveva potuto, grazie a lei trova un tempo gentile ed immoto, che tutto sembra riportare ad una “normalità” perduta. La contessina Albani non poteva essere colei che avrebbe riportato Marco al ballo, lei, infatti, verrà portata via con la testa rasata e lasciata agli insulti ed alle ingiurie del popolo. A lei così osannata e rispettata sputeranno addosso, sotto lo sguardo incredulo e sofferente di Marco che, in tutto ciò, troverà l’ennesima conferma di quanto il mondo che conosceva sia parte di un passato che riaffiorerà solo attraverso i ricordi. Come tutto, in questi anni ed in questa guerra, anche la presenza di Lucia non è che un estraniamento momentaneo, per poi essere nuovamente trascinati dal vortice del dovere. Lucia sarà una sorta di spartiacque, dopo di lei niente e nessuno potrà far più rivivere a Marco il passato perché ciò che accadrà ad Andrea Morosini costituirà una rottura insanabile, una scissione all’interno di Marco stesso. Andrea è un tenente fascista che viene catturato dai partigiani ma, allo stesso tempo, quel ragazzo di vent’anni è Ettore. Rivedendo in quel giovane e nelle sue ideologie l’amico perduto Marco decide di volerlo salvare; ci sono stati troppi morti e uomini dello stesso paese dovrebbero combattere sotto la stessa bandiera, non farsi la guerra a vicenda. Decide così di esporsi in prima persona, andando a parlare con i suoi comandanti, Acciaio e Bertoli, per salvargli la vita, a patto che lui lasci l’esercito e torni a casa. Morosini, però, viene assassinato di spalle, proprio mentre è così vicino a quella che crede la propria liberazione. E qui il mondo di Marco crolla. I principi si accasciano e tutto si confonde nella sua mente. Allora si combatte solo che per delle belle e false parole perché di ciò si tratta. Allora non si è migliori degli “altri” quelli a cui si sta facendo la guerra. Allora si è tutti assassini. Andrea crolla nell’erba, come Ettore sulla sabbia e tutti i giovani ragazzi uccisi così, di spalle, a tradimento, si confondono l’uno nell’altro, tante vittime di una guerra ignobile, tanti ragazzi morti con lo stupore negli occhi, mentre tentano invano di attaccarsi furiosamente a quel poco di vita che rimane intorno, nell’aria. Dopo questo episodio Marco si estrania alla lotta, è come se una parte di lui, quella orgogliosa dell’Adelchi fosse venuta meno e, seppur non abbandonando ancora il campo, passa i suoi giorni leggendo poesie, in preda ad una tetra malinconia.

Quando torna ad Urbino, che trova pressoché identica, è lui ad avere un incredibile stravolgimento dentro e l’unico rimedio che trova di fronte a tanto spleen, che molto ci ricorda il romanticismo inglese, è quello di trovare rifugio in una casa diroccata sulle Cesane “a fermare il tempo a cercar d’esser come nel ’39 in quell’estate dell’altro millennio un anno prima dell’evento”. Lì, nel contatto con la natura e di fronte a quei paesaggi che tanto gli sono familiari, troverà una sorta di equilibrio, una minima pace che egli stesso non sente meritata ma necessaria. Il lancio della bomba atomica, però, pone, accanto al ricordo del tempo felice e di quello della paura e dello sdegno, molti interrogativi, come quello, che rimane sospeso, del domandarsi quanto di effettivamente diverso possa esserci nel combattere per l’una o l’altra fazione. La risposta è che v’è differenza, vi è sempre una parte “giusta” ed una “sbagliata” anche se, queste, non sono riconoscibili dalle azioni che si compiono ma dal perché. Marco è certo di aver combattuto dalla parte “giusta”, ed è proprio l’idea che tra le due vi sia una differenza, seppur sottile, che lo porta a decidere, contro le sue stesse previsioni, di fare il partigiano. In mezzo a tutto l’orrore e ben conscio delle colpe altrui e di se stesso è convinto che tra soldato e soldato v’è differenza ma questa non risiede nel colore della divisa che porta. Per Franco, invece, la guerra finisce con il ritorno a casa dopo essere scappati dal Montenegro. Egli, infatti, sposa Maria mentre lei è già in cinta. Da quell’unico atto d’amore durante la sua licenza nasce la dolce Ebe. Nella mitologia greca Ebe è figlia di Zeus ed Era ed è la divinità della gioventù, importantissima in quanto è lei ad assicurare l’eterna giovinezza agli Dei dell’Olimpo. Allo stesso tempo la piccola Ebe del romanzo è la causa major per la quale Franco decide di rimanere a casa e di non tornare a combattere come partigiano. Ma anche lui non può che non pensare alla casa bruciata in Montenegro, con donne e bambini all’interno e pensa con orrore che ora la guerra è in Italia e da un momento all’altro potrebbe bussare alla sua, di porta.

Marco e Franco sono due facce della stessa medaglia ma hanno molteplici differenze. Quella più marcata è, a mio avviso, la valenza del tormento. I tempi passati, prima e dopo la guerra, sono per Marco un pensiero fisso, così lancinante da estrapolarlo dalla mente e farlo divenire un malessere addirittura fisico; mentre per Franco ora vi sono solo Maria ed Ebe ed è grazie alla loro presenza che egli riesce a lasciare andare la terribile esperienza vissuta. È come se di fronte a loro tutte le brutture, viste e patite, scomparissero in un istante e si ricominciasse a vivere. Lo stesso Marco si sente punto da una fitta di gelosia nel vedere l’amico con Maria, e si trova a fantasticare su come sarebbe potuta essere la sua vita avendo al suo fianco quella donna. Ma è solo il mancamento di un attimo, ora che il mondo è cambiato non vi sono più certezze e Marco stesso si sente come trascinare senza poter contare su nessun punto fermo. Può rimanere solo la speranza e la fortuna nell’incontro con un nuovo amore

La guerra è un castigo tanto per chi la infligge quanto per colui che la patisce” T. Jefferson

Chiara Maranzana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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