Da pochi giorni Umberto Piersanti mi ha donato questo essere di circa 200 pagine, con una dedica speciale e mi ha chiesto cortesemente di scriverne in merito. Sto parlando di “Jacopo”, sapientemente edito da “internopoesia” (bisognerebbe sottolineare l’importanza di questa casa editrice, illuminata, che cura bene gli scritti del genere, come ebbi a commentare in un altro suo importante lavoro [https://www.pelagosletteratura.it/2022/06/07/laiche-per-la-folle-tentazione-delleterno-di-fernanda-romagnoli/]). La levigata copertina riconoscibile perché si evince l’effigie di chi ha dato forma e sostanza alle pagine: qui un uomo con una barba bianca accennata e un cappello (un copricapo di traverso, come se ci fosse nato così), gli occhiali, sorridente, la punta del colletto della camicia bianca fuori e l’altra dentro un gilet e questi a sua volta in una giacca, con un risvolto ondulato. Un riquadro che delimita lo spazio di vita incorniciato in quel momento. Come uno di famiglia, in posa (del tipo: stupiscimi nel farmi affascinante) che non vede l’ora di aggiungere qualcosa di importante, comunque, mettendoti implicitamente a confronto con la tua immagine interiore e prepararando, chi leggerà il libro, all’intimità delle pagine dedicate al figlio.
Sto temporeggiando… Lascio sedimentare il mistero di un vivente che da corpo a un nome e diventa quasi un mito, come i grandi artisti che basta il loro primo appellativo, segnato in bella vista, per incarnare le loro opere. Per chi conosce la scrittura del poeta urbinate trapiantato a Civitanova, per chi gravita da tempo nel campo nostrano del sociale, basta invocarlo, il giovane, per richiamarlo nella memoria come un vero e proprio personaggio. La sua presenza importante, che non passa inosservata, che sta tra pause sospese e repentini scatti. Ogni composizione che lo cita lo rende sempre più familiare. Se “L’Isola tra le selve” (Marcos y Marcos, 2024) raccoglieva quasi trent’anni della poesia del nostro autore (in dieci opere e qualche inedito), anche in questa nuova raccolta ne raduna nel tempo altrettanta, stavolta, per suo figlio, da cinque libri e da tanti inediti. Qui il percorso è parallelo: l’esistenza di uomo e cantore versus/con quella del figlio, come le occasioni azzeccate e quelle impreviste. Pensando un po’ a Leopardi: una nuova vita cosa offre di diverso dal dolore del presente?
Quando si accede a un altro mondo la lingua che hai già imparato non trova spazio se non in altre e non è detto che si esprimano con le stesse lettere e smorfie. L’universo di Jacopo è un’impresa come seguirlo ma, il suo creato, non è propriamente folle come quello in cui sopravviviamo noi, quotidianamente. Varie le percezioni, essenziali i bisogni. Tante le domande, stupide le risposte. Intanto scrivere è scorgere con occhi altrui e scendere nei sottofondi per fare emergere un pianeta alternativo. Il nostro sguardo può incrociarsi (quante volte succede nell’innamoramento) oppure ci sono altri punti di vista da contemplare. Forse quando le nostre pupille si fissano in un vuoto lì che l’immortalità ci viene a salutare come nel sogno. “Jacopo che tra gli altri / passa, senza guardare”. “Jacopo che guarda alla finestra, / ma non sai cosa vede, / cosa fissa”. La prefazione a questo nuovo libro, sostanziale e molto sentita, a ragione da Gianluca Nicoletti e una composizione tra gli inediti del nostro poeta, mi fanno ricordare quelle volte che con Jacopo lasciavamo vari segni sui fogli, dentro un centro riabilitativo (dove tutt’ora il sempre giovane transita). Era il 2012, probabilmente a ridosso della seconda parte di dicembre, forse affascinato da un tema ricorrente nei testi del padre (quasi in ogni libro, di questo nuovo, è presente) che tentavo col figlio di abbozzare delle figure, magari presepiali. Il procedimento era questo: ci trovavamo in una stanza (che potrei battezzare ‘camera benjamenta’), accanto a un tavolo robusto, il protagonista affondava immancabilmente su di una sedia altrettanto massiccia, apparecchiavo alcuni fogli (possibilmente chiari) sul piano del tavolo e ai fogli mettevo vicino una scatola di colori che, in un attimo, sparnicciavo (ponevo ‘alla rinfusa’). Pausa, meraviglia. Poi davo un colore al ragazzo aiutandolo a stringerlo tra le dita e accompagnavo con la mia la sua mano, lasciandolo quasi subito vagare sulla grande pagina bianca. Tra le tante tracce concluse in pochi tratti (quasi sempre erano con i pennarelli a spirito), tutte regalate alla madre, Annie un giorno me ne ha ridonata una, incorniciata e con dedica. Dentro quell’opera c’è un segno, come un piccolo obelisco che potrebbe far intendere una figura femminile e attiguo un girotondo sgrammaticato di un altro colore, magari somigliava a una mangiatoia occupata. E tutto attorno uno spazio vuoto (se si eccettua la firma dell’autore e l’anno di composizione), come se l’umano che dovrebbe proteggerli fosse momentaneamente assente, anche se poi appare una sorta di quadrato accennato in alto, una specie di macchia uscita chissà come, quasi metafisica, come un’entità paterna a immaginare con occhi invisibili quel tenero quadretto.
Si stanno ormai avvicinando quelle festività, importanti, le principali per il cristianesimo e tante mani (piccole e grandi) sono all’opera per ricreare, con vari materiali (i migliori sono quelli dati dalla natura come, ad esempio, l’erba velutina) una storia, tra realtà e fantasia, l’evento tangibile che farà nascere la buona novella. Il nostro ragazzo in questione, in tanti testi, sembra farne parte, naturalmente, di questo avvenimento. Lui cresce nei luoghi persi. Quando ho scritto su Jacopo, senza pensare poi che diventasse un libro, intitolandolo “Il collaudatore d’altalene” (Affinità elettive, 2016 e che Paola Severini Melograni in questo nuovo libro di Umberto lo cita, gentilmente, nella postfazione) annotavo che il tema della nascita, in buona parte delle storie nella letteratura dell’infanzia, la venuta al mondo dell’essere umano è in parallelo alla generazione dell’essere magico. Che un tempo, nel medioevo, Jacopo poteva essere definito come lo scambiato, per la sua malattia inaspettata, per la (mala)sorte a chi era toccato concepire un figlio autistico (perché si ‘giustificava’ che era stato sostituito con il figlio di una strega, ecco perché era cambiato nei suoi atteggiamenti. Un figlio che d’un tratto è diventato strano, di un altro pianeta e chissà quell’altro, umano, che fine aveva fatto). È un avvenimento allora, questo venire alla luce, in cui si intrecciano risposte che legano l’umanità al sacro, che seguono ritualità anche impersonali e trovano potere nella natura. Nei versi al figlio nel periodo natalizio, gli elementi del presepe trovano dimora, laicamente, negli scorci descritti dal poeta, nei fossi, nei greppi, nelle costruzioni alla meglio, negli animali coinvolti, nei personaggi spesi, nelle credenze come quella che Umberto sentiva da piccolo che “i bambini, prima di nascere, vivono in un mondo a parte; scendendo sulla terra ognuno dovrà scegliere il suo cuore”.
“Tra chiese e strade/// oh, quante volte Jacopo / siamo entrati nelle vuote, / silenziose navate di dicembre, / prima delle luci, degli addobbi / caldi delle feste, / la, sotto la prima, / rossa stella di Natale, / sta un ragazzo, / timido e appartato, / ma con mani sicure / lui dispone / tenere statue / tra le foglie e il muschio, / quel buon pastore dalla barba / castana, l’altro che le sue pecore / raduna, e poi angeli / che planano sui tetti, / le vesti azzurre / contro tronchi grigi // tu non guardi, / non osservi, / io m’affatico, / giri tra le navate / in tondo e torni, / soffi sulle candele, / sposti i vasi / e poi di nuovo fuori / tra corde e giochi, / tra vetrine e porte, / sempre senza una sosta / e senza meta // la nostra strada è a cerchi / non ha uno sbocco, / un filo che non si tende, / ma s’addipana // e presto si fa notte, / noi sempre in giro, / s’acquietano gli uccelli / dentro bui rami, / non so che pianta sia / questa ancora gialla / e accesa // saremo ancora insieme / per le feste, / ancora soli / forse in sontuose stanze / tra grida e spumanti / a noi estranei, / ed io penso alla casa / che c’è stata, / con la famiglia / il fuoco, la minestra, / anche il presepio e l’albero / a Natale, / quella che non conosci / e che ti spetta /// Dicembre 2004” ( Umberto Piersanti da “L’albero delle nebbie”, Einaudi 2008).
Ricordo Franco Piavoli quando venne, nel 1988, a Recanati a ricevere il premio Ludovico Alessandrini per il Cinema di Poesia, l’ultimo giorno dopo una settimana di retrospettiva dei suoi lungometraggi. In quell’occasione disse, tra le altre cose, che era contento di ricevere questo riconoscimento perché nella sua carriera si era ispirato alle visioni di Leopardi. Il cineasta, rileggendo le poesie, intendeva dire che tali composizioni oltre alle valenze metaforiche e filosofiche erano così scenografiche, così appariscenti, sottolineando l’importanza che le immagini, dai versi, affioravano così nette, insieme all’atmosfera, e come sarebbe stato facile e naturale trasporle sulla pellicola. Così, penso, si può dire di Umberto Piersanti che oltre ad essere un poeta, non dimentichiamo, è stato anche un regista e conosce bene le tecniche della settima arte, come la parola e la rappresentazione visiva possano giocare, ben impastate, un ruolo magico, come ogni unità linguistica può essere altamente fisica. Immortale alla vista e alla voce, ma nella vita che succede se capiterà che Jacopo sopravviva ai loro genitori? Da molti anni, Annie e Umberto, insieme ad altri familiari che condividono questa sorte si stanno spendendo, con tutte le loro forze, che il fatidico ‘dopo di noi’ diventi una realtà, magari proprio lì dove accanto abitano, in un grande spazio verde adatto. Una struttura che accolga in modo adeguato chi è affetto da autismo (termine che ha uno spettro ampio) e magari anche i familiari che vogliono passare qualche giorno con i propri cari. Mi colpiscono allora, teneramente e profeticamente, di tutto questo nuovo libro (oltre a tutte le poesie dedicate) le ultime pagine che sono come una sorta di resoconto in prosa, una cronaca di alcuni momenti della giornata che Umberto ha fatto esperienza con il figlio, che non hanno tanto bisogno di commenti, e terminano così: “Jacopo si slaccia dalla mia mano e fugge via.
Si perde tra i corbezzoli e i lentischi sempre più neri. Sono sconvolto, mi aggiro qua e là in quella macchia immensa. Tra poco scenderà il sole e farà notte. Tra l’erba una piccola macchia di luce, forse un gigaro arancione. M’avvio in quella direzione, forse è una stella polare. Scendo ancora, Jacopo è là, seduto sulla riva. Non è vero, ma io vedo le onde frangersi tutt’attorno senza sfiorarlo”.
Roberto Marconi