Il soffiatore di vetro, Poesie scelte 1983-2025 di Tiziano Broggiato

Il soffiatore di vetro (ed. Marietti 1820, 2025; Città di Castello, Pg) di Tiziano Broggiato, è un’auto-antologia di testi scelti, con grande attenzione, dalle otto raccolte pubblicate nel corso di quarant’anni, con l’aggiunta di una sezione inedita, oltre a un nobile quartetto, costituito da pregevoli note critiche di Alberto Bertoni, Arnaldo Colasanti, Gualtiero De Santi, Paolo Febbraro.

Nonostante l’evoluzione stilistica della sua poesia, inizialmente legata ad una radice orfica-ermetica europea e successivamente superata da una strategia più piana e descrittiva, questo libro appare di una straordinaria unitarietà. Costante è, infatti, nel nostro autore, la ricerca di una parola precisa ed elegante, oltre che innovativa, capace di delineare la sua complessa Weltanschauung e di creare un perfetto equilibrio tra la tecnica e la capacità artistica. Come un vero soffiatore del vetro, dal fuoco incandescente del linguaggio, l’autore sa modellare ed estrarre sempre la parola esatta. Nel testo Parola mancante scrive: “Perché perseguita, la parola mancante, / irrita l’incapacità di circoscriverla. / Diventa un pensiero fisso, di pena/ e sgomento, non si riesce a capirla. // Lei è lì, prona nel suo nascondiglio/ e si fa beffe dell’appostamento”. È da uno sciame inquieto di parole che il Nostro, infatti, attende quella definitiva, necessaria, che infine riconosce “…coricata su di un fianco/ sul ciglio di una strada, semiaccecata, /investita forse, sicuramente usurpata/ eppure luminosa.” Ed è allora che si verifica, come insegna Mario Luzi, il processo misterioso di creazione, solo una determinata parola, in una precisa sequenza, dà forma all’esperienza poetica. Di frequente nei testi di Tiziano Broggiato compaiono metafore ardite, talvolta enigmatiche, ma sempre funzionali ai nuclei concettuali delle singole liriche.

Una luce crepuscolare, quasi misteriosa, avvolge i singoli libri, popolati di un materiale magmatico e onirico, fatto di inquietudini, di ricordi dolenti, che l’insonnia vorticosa della mente amplifica: “finirà che a luce spenta/ scenderò anch’io sotto la linea/ di galleggiamento fin dove i miei spettri/ non potranno essere intercettati”. Questi versi della poesia I fantasmi di ognuno, tratti dalla raccolta Sorvoli, evocano la famosa commedia del drammaturgo Henrik Ibsen Gli Spettri, che pone in scena le ombre del passato, capaci di riaccendere i drammi esistenziali, sottaciuti nel tempo, dei protagonisti. Una chiara influenza della letteratura nordica è riscontrabile nel poeta vicentino, per quanto riguarda i temi dell’isolamento, della solitudine e l’esplorazione della condizione umana e del destino. Lo stesso Broggiato in un’intervista recente ha affermato: “Dopo aver goduto della lezione di molti, indiscutibili maestri comuni, da qualche tempo sono affascinato da certa letteratura anglosassone in genere e nordica in particolare. Poeti, scrittori come Tomas Transtromer, Lars Gustaffson, Bjorn Larsson, Halldor Laxness sono quelli che maggiormente frequento e continuo periodicamente a riprendere, a consultare…, credo che lo sfondo spesso oscuro, dalla luce breve che in qualche modo accomuna la loro opera sia pian piano penetrato anche nella formazione, nella genesi di molti miei versi attuali.”

Una sorta di inappartenenza, capace di depotenziare i drammi esistenziali, è una delle cifre della sua poetica; nell’Uomo confuso da Sorvoli scrive: “Cerca senza trovare nulla/ oltre le alte finestre/ e lungo il corridoio/ dove staziona uno stormo di corvi neri e grevi/ come una interminabile notte di calma piatta/ su Gerusalemme. // L’uomo confuso ha imparato la lezione/ peggiore: la felicità/ è un disincanto, un pedale irritante” e più oltre: “Nulla è come appare”. Talvolta l’autore si confronta con un altro sé stesso: “Ora che siamo rimasti soli, tu e io/ riemersi dalle rigeneranti acque/ del benefico settembre, senza sforzo/ riapprodiamo sulla terra ferma di un passato/ in cui ci siamo sentiti entrambi/ sordamente vibranti di vita.”

Un’atmosfera brumosa, spesso notturna, segnata dalla pioggia, avvolge i versi del poeta, il quale non ama la primavera, perché la ritiene ingannatrice con i suoi risvegli precoci e una luce eccessiva.

Tomas Eliot in The Waste Land scriveva: “Aprile è il mese più crudele, genera/ Lillà dalla terra morta mescola memoria e desiderio…” È invece l’inverno con il mese di dicembre a ricomporre le fratture interiori di Tiziano Broggiato: “Tra poco sarà dicembre, / mese della consolazione/ e delle certezze. / Le fratture di te che desisti/ all’ultimo momento/ si sono ricomposte.” Naturalmente nei testi broggiatiani non mancano le bracciate di sole improvvise che squarciano il cielo, o piazze distese al sole. Il rapporto con gli elementi della natura è intenso ed evocativo: spesso riaffiora nei suoi versi il paesaggio veneto dell’entroterra vicentino, in particolare il fiume Tesina, con i suoi argini e salici, che lo accompagnano lungo il suo corso. Del resto in poesia i fiumi vengono a rappresentare la scorsa della vita, il tempo e il riaffiorare della memoria. Ad apertura del volume Città alla fine del mondo del 2013, il nostro autore, soffermatosi ad osservare la Senna, dedica una commossa lirica a Paul Celan, suicidatosi presso il ponte di Mirabeau: “È la stessa Senna silenziosa/ che accolse l’urgenza delle tue ombre/ nel suo pietoso grembo”.

Come scrive Gualtiero De Santis, nella sua nota critica a Il soffiatore di vetro, la poesia di Broggiato “ha il potere di remare dentro le luci del tempo, verso ciò che ancora non conosciamo, e che forse conosceremo”, ma questo viaggio avviene non solo linguisticamente, ma attraverso un processo di memoriale di agnizione delle ferite, delle ombre del passato.

In un’atmosfera cupa e tormentata, riemerge l’infanzia trascorsa per gli studi nel collegio Xavier di Vicenza: “Un avamposto di lampade dondolanti/ era il collegio/ Xavier, il luogo dove le espiazioni/ scorrevano sul dorso di 150 io”. Il dolore profondo e segreto provato in quel luogo lascerà nell’anima dell’autore segni indelebili e un latente quanto ossessivo sentimento di espiazione. La poesia Dialogo sull’immortalità si chiude con i seguenti ed inquietanti versi: “la prima volta in cui entrai nell’avida bocca/ della sacrestia, con un tremito più che con un respiro/ e l’inequivocabile percezione che là dentro/ avrebbe potuto compiersi qualsiasi empietà”. Il clima di questi versi richiama alla mente il celebre film di Ingmar Bergman Fanny e Alexander, la cui trama, tra il reale e l’onirico, narra la vicenda di due bambini, costretti, dopo la morte del padre, a vivere in una canonica con un patrigno, vescovo della chiesa luterana, estremamente severo e crudele. Si tratta della pellicola più autobiografica del regista svedese, educato dal padre, pastore luterano, secondo i concetti di peccato, confessione, punizione, perdono e grazia”. Scrive Bergman nella sua biografia: “Non potevamo fischiare, non potevamo camminare con le mani in tasca. Improvvisamente decideva di provarci una lezione e chi s’impappinava veniva punito.” La memoria, tuttavia, come i sogni, in Broggiato non è soltanto cupa ed inquieta: più volte in un’atmosfera di onirico chiarore emerge la figura del padre dell’autore: “L’ombra che fu mio padre/ giunge di corsa attraverso/ campi di avide sterpaglie. / Né le foglie marce sull’argine/ del Tesina, né il fumo basso / delle stoppie accese/ gli impediscono di sfiancarsi/ fino a destinazione.” Lo stesso padre che, avvolto nei suoi lini, ora abita dietro una porta nera, dove può ascoltare le sinfonie amate di Sibelius.

Nell’ambrata Menst’am di Kampa, in afoso pomeriggio di agosto il poeta vicentino d’improvviso tra gli alberi sente una voce amica che lo chiama e rivede per un attimo Fernando Bandini, l’amato maestro, che non risponde alle sue domande, ma si allontana con solo un gesto, ombra tra le ombre: “Tuttavia non è un mesto cenno di diniego/ quello che mi rivolge l’ombra allampanata/ salita sul ponte per poi, incrociando un’altra statua dissolversi?” Altri amici vengono ricordati affettuosamente nelle pagine broggiatiane, tra questi il poeta Emilio Pecora.

Con uno sguardo rivolto al passato, riemerge in una splendida poesia il leggendario ciclista Ottavio Bottecchia, la cui morte rimase misteriosa: “Sulla strada di Peonis quella sera cadde/ una pioggia silenziosa e ostile: gli lavò via/ il sangue dal viso. / Lo condusse prodiga nel grembo/ della sua seconda morte”. Nell’ultimo libro dell’autore Sorvoli è narrata, nel poemetto Il sonno di Lindbergh, l’impresa del pilota americano, che attraversò per la prima volta in solitaria l’Atlantico. Un silenzio meditativo e atemporale lo permea e il poeta dimostra una grande capacità introspettiva e percettiva nel far rivivere questa straordinaria impresa: “Colline di Nova Scozia:/ il loro profilo si insinua di soppiatto/nel mio campo visivo, / penetrando tra le aride fessure degli occhi/ divenuti duri come pietre”.

Lo sguardo dell’autore sa posarsi a volo radente, grazie alla forza creativa e immaginifica della parola, sui luoghi e sulle vicende dell’esistenza. Numerosi sono i viaggi da lui narrati e diverse le città visitate: Parigi, Praga, Londra, Roma, Milano, Casablanca ecc.., ma sempre in una dimensione concettualizzata e di straniamento, con la consapevolezza, che i luoghi “come fuochi fatui / verranno ricordati solo / in pochi flash circoscritti”.

L’autore vicentino cerca sempre di catturare i ricordi che “continuano ad affollarsi con valige / colme di particolari” e che il pensiero non riesce sempre a comprendere completamente e tendono a sfuggire come “la perfida memoria”. Con la parola poetica, che rappresenta la sua isola felice, Tiziano Broggiato vorrebbe cogliere l’essenza stessa di ogni attimo della sua esistenza passata, ma il tempo sfuma i ricordi, che si disperdono in fotogrammi sfocati, come fantasmi o ombre, che si agitano convulsamente nelle veglie insonni. Scrive l’autore nella sezione inedita Alba a le Havre: “Troppo lungo il tuo viaggio/ perché i ricordi possano raccogliere/ tutte le loro cose e seguirti fino alla fine”. È l’eterno conflitto tra Cronos e Mnemosine a riproporsi sempre.

Il soffiatore di vetro, tra lampi di luce ed ombre, spesso in chiave visionaria ed onirica, offre una lettura intensa dell’animo e della forza creativa di un autore, il quale, pur vivendo le contraddizioni e le inevitabili lacerazioni della vita e del nostro tempo, trova nella poesia la forza della riconciliazione, del riscatto e il senso stesso della propria vita. Chiudono il libro i versi: “Nell’imminente tessitura del giorno/ la città attende il provvidenziale/ rintocco delle sue campane/ con la spontaneità con cui/ si attenderebbe l’arrivo di un amico/ sulla banchina del giorno”.

Raffaella Bettiol

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