A Umberto Piersanti l’Oscar Marchigiano alla cultura

Umberto Piersanti

Al nostro Umberto Piersanti è stato riconosciuto l’Oscar Marchigiano per la cultura. La premiazione si terrà domenica 17 agosto a Francavilla d’Ete, in provincia di Fermo, a partire dalle 21, nell’ambito della manifestazione La Notte degli Oscar Marchigiani. Scopo dell’iniziativa è quello di omaggiare personalità delle Marche che si sono distinte in differenti campi di attività, contribuento ad accrescere il prestigio della regione in Italia e nel mondo.

Il “premio Oscar” è un evento a carattere regionale che coinvolge tutti i 246 Comuni della Marche, i quali contribuiscono alla segnalazione dei personaggi che nel corso dell’anno si sono distinti nelle diverse categorie premiate: giornalismo, cultura, ricerca scientifica, musica, cinema & televisione, sociale e volontariato, ambiente, sport, imprenditoria. I nomi dei premiati, a cui viene consegnata una vera e propria statuetta Oscar, vengono scelti da una commissione composta da giornalisti e rappresentanti delle istituzioni. L’Oscar alla cultura quest’anno va a Umberto Piersanti.
Sono inoltre previsti due Premi Speciali dedicati all’Orgoglio marchigiano ed all’Orgoglio italiano nel mondo. A conclusione della serata, una giuria qualificata individuerà tra i premiati il Marchigiano dell’Anno, che riceverà una scultura raffigurante un personaggio storico delle Marche.

La serata del 17 agosto avrà come ospite d’onore l’attore Franco Nero, mentre l’attrice Vanessa Gravina condurrà la premiazione, affiancata dal giornalista Tiziano Zengarini. Tra gli ospiti ci saranno Tony Esposito, gli Operapop e Alan Sorrenti.

La manifestazione è organizzata dal Comune e dalla Pro Loco di Francavilla d’Ete con il patrocinio della Provincia di Fermo e della Regione Marche.

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Les lieux perdus: la poesia di Umberto Piersanti in francese

La silloge di Umberto Piersanti i “I luoghi persi” è stata tradotta in francese da Monique Baccelli per l’editore L’Harmattan e pubblicata con il titolo “Les lieux perdus” (2014).

Vi proponiamo di seguito alcune delle poesie in francese, accompagnate dalla versione originale in italiano.

Par temps et lieux
(Per tempi e luoghi)

L’île

Te rappelles-tu le myrte, dru dans les fourrés,
très blanc, odorant, descendant par les pentes
jusqu’à cette mer? et les chèvres
têtues broutant le thym, l’énigme
du regard qui se pose
partout, toujours absent?

je ne connais plus le lieu de l’embarquement
comment nous montâmes dans le bateau
quelles étaient les papiers pour le voyage.

Tu descendais altière par le sentier poudreux
antique comme les jeunes filles
qui portèrent le ligne aux fontaines
ta chair était brune comme la leur.

Arrêtés dans la clairière où le vent
a desséché et dispersé les romarins
nous pourrions les voir si nous attendions
sans bouger près des euphorbes,
quand tombe la nuit
elles vont è la belle fontaine des aneths
là elles jouent dans l’eau parmi les herbes
jamais on n’entendit un pleur
elles sont heureuses.

Toi tu étais comme elles, une fois seulement
quand tu sortis de la mer, tu l’es assise
sur les marches du temple, una ombre è peine
de douleur traversa ton visage

Je sus ainsi qu’était fini le temps,
et que parmi les diuex on ne vit
qu’un seul jour.

Et nous reprîmes la mer,
routes normales.

Quelqu’un d’autre s’embarque, attend son tour
et l’île ne s’enforce pas
comme je voudrais.

(Janvier 1990)

L’isola
Ricordi il mirto, fitto tra le boscaglie
bianchissimo e odoroso, scendere per i dirupi
sopra quel mare? e le capre
tenaci brucare il timo, l’enigma
dello sguardo che si posa
dovunque e sempre assente?

più non so il luogo dell’imbarco
come salimmo nel battello
quali erano le carte per il viaggio.

Scendevi alta per lo stradino polveroso
antica come le ragazze
che portarono i panni alle fontane
la tua carne era buona come la loro.

Férmati nella radura dove il vento
ha disseccato e sparso i rosmarini
qui potremmo vederle se aspettiamo
immobili alle euforbie quando imbruna
vanno alla bella fonte degli aneti
giocano lì nell’acqua e tra le erbe
e mai s’è udito un pianto
sono felici.

Tu eri come loro, solo una volta
quando uscivi dal mare, ti sei seduta
nei giardini del tempio, un’ombra appena
trascorse di dolore nella faccia.

Seppi così che il tempo era finito
che tra gli dei si vive
un giorno solo.
E riprendemmo il mare
normali rotte.

Qualcun altro s’imbarca, attende il turno
né l’isola sprofonda
come vorrei

(Gennaio 1990)

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Il canto dell’anatroccolo nell’umana avventura

Viviana Viviani

Viviana Viviani, scrittrice ferrarese che vive e Bologna e che di mestiere fa nientemeno che l’ingegnere, con il suo Il canto dell’anatroccolo (Corbo 2012), ha dato alle stampe un romanzo inaugurale inquadrabile in una dimensione poco italiana per tradizione e consuetudine. Appartiene senz’altro al realismo magico e al bildungsroman (romanzo di formazione) di origine tedesca. Si scrive per superare il presente, fa intendere Viviana Viviani in un’intervista apparsa in un sito web. Dunque uno stato di necessità interiore, stavolta di derivazione moraviana, spinge all’incarnazione dei personaggi e ne costituisce la premessa, in una costellazione di figure bislacche dove alle giovanissime Arianna e Rosa, se ne aggiungono molte altre. Sono come ellissi lungo un circuito di spazio e tempo che racchiude anche una vicenda tragica culminata in un omicidio. Ma non tanto è la trama che ci avvince, quanto questo canto fecondo, questa parola che vola alta come un verso poetico nell’affastellamento dei soggetti che muovono la scena. Uomini e donne sviliti e redenti, sospesi, metaforicamente, nella dualità bene/male, nell’archetipo esistenziale dell’amore mal ripagato che lede oltre ogni apparente normalità. Un romanzo che potrebbe avere più epiloghi e addirittura più copioni, per come è stato ideato. “Fu così che il calore e la complicità che l’esterno le negava, Arianna li creò dentro di sé, e ai suoi nuovi compagni di gioco diede il nome di Orpini”. Questi personaggi fantasiosi nessuno li ha mai visti, ma sembra che si facciano piatti e che siano capaci di sparire sotto un tappeto e tra le pagine di un libro. Sono maldestri e ingordi, ma soprattutto instancabili compagni di divertimento. Il realismo magico, nei passaggi più concitati, raggiunge l’apice e si accomuna alle dicerie e la visionarietà delle narrazioni orali degli scrittori padani (Bevilacqua e Cornia, per esempio), dove i piani temporali, paralleli, portano con sé il sogno, l’antidoto al male perché possa essere reso inoffensivo, nonché l’inevitabile scontro generazionale tra genitori e figli.

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Ferita

di Davide D’Alessandro

Davide D'Alessandro

Ferita. Rossa, bruciata, infuocata, insanguinata, mai sanata. Ferita di incontro e di scontro, di luce che acceca, di passati mai risolti, di nodi mai sciolti. Ferita di mancanza, di vuoto che si svuota, di rabbia, di caduta, di calura, di arsura, di malaria. Ferita di ascolto, di muta parola, di sospiri, di respiri, di cammini. Faticosi. Di misure, di incanti, di venature, di luna che si spegne, di tramonti tramandati. Ferita di visione interiore. Interrotta. Spezzata. Ferita legata da fili slegati, allacciati, trapuntati, strappati. Ferita di giornata, di attesa snervata, mutata. Ferita antica, persino amata, mutuata. Da un altro. Da un’altra. Da me. Ferita di specchio, di vetro rotto, frantumato. Ferita che rimanda, ferita alata, che si slarga, che dilaga, che allaga. Ferita da avere, da dare, da restituire. Ferita da essere, ferita dell’essere. Varco che si dischiude, ansa, ansia, discesa che appare. Come il mare, come il caldo dell’estate. Come declinare. Piegare. Curvare. Delineare. Accarezzare. Dispensare. Ferita che richiama, che ama riamata. Ferita sbiadita, lontana, distaccata, separata. Ferita di nuvole tra le nuvole, fredda, amara. Nata, prodotta, alimentata, usurata per essere osservata. Mai curata. Ferita di mistero. Di paura. Ferita cerebrale. Di padre. Di madre. Di funerale. Cerco di cercare. Smetto di cercare. Alludo, bramo, mi ostino, conto, smetto di contare. Da giorni preparo l’evento o è l’evento che mi prepara? Ma è inverno. Sul tetto, sul molo, sul letto. È donna? È uomo? Che importa? C’è un viale, c’è sempre un viale in fondo al viale. A destra la scala, a sinistra l’offesa, in alto Dioniso, mentre Apollo riposa. È fatica la salita, la ferita, il ricordo dei ricordi, la mano, la stretta di mano, il patto, il ticchettio, il rintocco di un’ora già andata. Finita. Terminata. Non parla, se parlo. Ascolta. Sorride. Annota. Ha una sola parola. Accompagna. Suppongo che sappia, che abbia, che legga, che superi, che oltrepassi, che segni il confine, che lo sradichi. Con calma. Col tempo che rimane, se rimane. Mi saluta, mi lascia, non lo lascio. Anche il viale, dopo, è un altro viale. Ha i fiori che prima non aveva, i tulipani; chi li ha messi, da dove sono spuntati? Ardore, dolore, fragore, rumore. E se non sogno? Un volto sogno. Capelli d’oro, che ignoro. Un cancello, una catena, un vento tropicale. Un pensiero d’odio, una luce fioca, un passato che non passa. Affondo, riemergo, sprofondo. Conservo, preciso, confronto. Ho un bisogno. Crollo. Filtro appena interviene un conflitto. Giustifico. Non dormo. La cultura separa, il mondo subisce, si affievolisce, sparisce. Predomina il buio, eppure c’è un solco. Non lo vedo, lo percorro. È una traccia, un segnale, un bastone d’appoggio, un poggio. Per cadere, per naufragare, per liberare. Per accogliere la sofferenza, la dimensione neuronale, per abbattere l’impianto ancestrale, claustrale, mentale. Avevo voglia di creare, ora vorrei ri-creare. Toccare. Plasmare. Fare. Oggi al dottore ho mostrato un impulso originale. Era nel petto, accanto al cuore, ma non dentro. Un’idea, non un’azione. Una privazione. Una domanda senza risposta. Geniale. Innaturale. Essenziale. Come quel quadro alla parete, come quel libro sull’altare. Interpretare, scavare, indagare. Se trovo il nesso, la vicissitudine, la logica. Se Edipo sa che non è esperienza, se non è personale. Anale. Verticale. I ferri a fuoco, il terrore, la cenere che attrae. Smembrare. Disperare. Un’emozione che dura, s’inerpica, squassa, fa male. Divide, unifica, mi guida. La coscienza si rifiuta, non permette all’inchiostro di passare, di restare. Come sulla sabbia. Arriva l’acqua e lo scritto scompare, ma scompare? La pelle ha l’ultimo strato, di scaglia. Si strappa. Non attinge, non assorbe, respinge. Un tempo la nutrivo, la mascheravo. Con la solitudine, una spinta, uno sforzo, un autore che conosco. Rigido. Marmoreo. Eppure fecondo. Incredulo, ritorno. La terza volta. Mi oppongo. Resisto. Ma ammetto. L’ho vista. Era lei. Libera. Ebbra. Minuta. L’ho attesa ma non è venuta. Una patologia non s’inventa. È una frattura, un dissidio, una buca. Una bellezza brutta. Una iattura. Una tortura. Non esce stasera. È un frammento, una poesia senza verso. Radura. L’immagine più vera, più pura. Perdura. Ho tante possibilità. Associo, dimentico, analizzo, soffro, piango, svengo, confronto. Deploro. Non adoro. Chi riempie il vuoto? Apollo. È un’illusione, un riso, un nodo alla gola. Scorsoio. Manca il contatto, l’affronto. Si commuove. Lo sento. Lo pago. Me ne vado, ma ritorno. C’è un corso in fondo. Una fontana, un’acqua piana, una vela di carta, un bambino che canta. A distanza. Poi mi avvicino. Sembro io o sono io, che cambia? Mi guarda, mi lancia una palla, ricambia. Ho un biglietto. Lo preservo, lo nascondo, lo tengo in tasca. Coperto, offuscato. Non è il momento. L’esistenza non cambia. È intensa, assoluta, ambigua. Ristagna. Afferma, nega, impedisce la sostanza. Annega, limita, sovrasta, insorge, spaventa, si dilegua, passa e non passa. S’arresta. Si storicizza. È matta. Giorni lenti, come i giorni lenti. Notti insonni, come le notti insonni. Speranze incerte, come le speranze incerte. Psicoanalisi di un’anima, di una foglia, di una vita, di un cuore. Che batte ancora. Da ore e ore. Per ore e ore. Senza finire. Dolore. Amore.

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Intervista a Umberto Piersanti

Il Giornale di Brescia ha intervistato Umberto Piersanti, in occasione della sua partecipazione al Festival di Poesia del Paesaggio di Pisogne. Al giornalista Nicola Rocchi il nostro Umberto ha raccontato il legame profondo che intercorre tra la sua poesia e la natura, in particolare la terra e i paesaggi dell’amata Urbino.

(cliccare sull’immagine per ingrandirla)

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Feliciano Paoli: la strada di casa tra immagine e visione

Feliciano Paoli

Feliciano Paoli è un poeta che merita di più di quanto abbia finora ottenuto in termini di riconoscibilità dalla critica, seppure sia stimato ben oltre i confini geografici delle sue Marche (è nato e vive ad Urbania). Lo testimonia la prefazione del grande Yves Bonnefoy alla sua terza raccolta Non perdere per strada (Archinto 2014), in cui la scoperta del viaggio è delineata lungo le coordinate spazio-temporali e in un radicamento di ambienti e natura, di episodi localizzati, legati al versamento della memoria. Annota Bonnefoy: “Perché questa terra di parole sia accessibile al poeta, è assolutamente necessario che egli non abbia paura, in effetti, di sprofondare le sue radici in quegli strati di suolo a lui sconosciuti. C’è della notte in questo sotterraneo lavoro del grande albero umano che tuttavia vuole slanciarsi, farsi foglie e fiori nella luce”. Paoli sa celebrare il passato e riconsegnarlo in un eterno presente di umana dignità. La comprensione della sua poetica si concretizza in un marchio, in un dialogo muto tra la realtà giornaliera e un altrove non metafisico ma certamente sacrale, riempito di voci, corpi, esseri viventi che scivolano garbatamente lungo il percorso dell’esistenza come lungo un sentiero sterrato nei pressi del monte Nerone: “Ma va bene così; passare più lento / i centimetri di spazio mi / permette di andare in un museo / e scoprire la radice di un albero / che somiglia perfettamente / a un serpente // mentre la guida mi mostra / i fossili dicendo i milioni / d’anni…”. Questa poesia è intervallata da lacerti in prosa, da brani interpretativi in un completamento della percezione sotto forma di versi. La distensione narrativa permette di fissare alcuni punti chiave e preparatori del lavoro del poeta, come la funzione dello sguardo nell’impulso di affacciarsi ad una finestra, o la felice ossessione dell’inquadratura di un albero, quasi fosse una ripresa cinematografica da un rettangolo, da quella geometrica forma come è appunto una finestra. E quindi il ritorno immediato alla poesia, come nella bellissima L’orologio comunale: “Finché ci chiesero di riparare / l’orologio antico che era rotto / e fuori uso da quarant’anni almeno. / Così andammo per le scale strette, fino alla torre campanaria, / un’altezza che vedi / le vie come spacchi con / le persone piccole…”. “Il serpente di ferro” della lancetta scandisce l’ora, la mezz’ora e il quarto. Ecco la dimostrazione che l’archetipo del tempo scopre l’inesorabile perdita, una dissipazione, ma anche il desiderio, illusorio, di bloccare una sequenza monotona e scandita dal suono. Forse è proprio il tempo lo straniero della strada amica dalle parti di Urbania, un’identificazione che scompagina l’ordine delle cose, che affligge silenziosamente la coscienza. Non manca la dilatazione paesaggistica, l’impressionismo contemplativo, l’occhio sdoppiato tra vista e immaginazione, visione. Priva di ogni intellettualismo, la poesia di Feliciano Paoli si svela dunque in una presenza discreta, nel nutrimento scrupoloso dell’osservatore: “Come ci stavano attenti a non dar fastidio / alla sorgente, l’acqua ne veniva poca e se / ci si arrovellava per aumentarla, per meglio / incanalarla, per lavorare intorno alla sorgente / ma ci si stava attenti memori del cauto avviso / di quanti si accostavano alla flebile sorgente / come se fosse un animale che / disturbato può per sempre sviare, ed erano sospesi / nella mente se scegliere il poco o il niente”. Fuori da ogni artificio linguistico, la consapevolezza poetica di Paoli rimane orientata ad un confronto aperto scandito da una dimensione fisica e spirituale, da una cartografia dell’anima nei luoghi più amati e segreti.

Alessandro Moscè

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