La convenienza di essere nati

di Davide D’Alessandro

Davide D'Alessandro

Cioran è morto nel 1995. Vent’anni fa. Ma non è vero che è morto. “Ho tutto dell’epilettico, tranne l’epilessia” è il tratto tipico e aforistico di un uomo che ha tutto del malato, tranne la malattia. Leggere i “Quaderni” di Cioran è un’esperienza unica. In tanti, nelle 1103 pagine dell’edizione Adelphi, hanno trovato scetticismo, noia, pessimismo, depressione, delirio. Io continuo a trovarvi una malattia… vitale, la sola in grado di rendere possibile la vita. Non la vita letteraria o filosofica, ma la vita, il respiro della vita, l’essere, non l’essenza, della vita. “La notte mi circola nelle vene” dà il senso del buio, del nero, di un uomo perennemente insonne, che non si è suicidato perché l’idea del suicidio ha finito per tenergli compagnia, perché l’ombra lo chiamava e lo legava, mentre amava immensamente la vita. Leggo a pagina 472: “8 novembre 1966. Sala Gaveau. Recital della clavicembalista Zuzana Ruzickova. Le Variazioni Goldberg. La prima volta in cinque mesi che vado a un concerto. Entusiasmo e pienezza”.

Sono contento che Cioran abbia provato entusiasmo e pienezza proprio nel giorno della mia nascita, l’8 novembre 1966. Per lui c’era soltanto un inconveniente: essere nati. Eppure, se non fossi nato, non potrei leggere Cioran, autentico fuoriclasse del pensiero. E non leggere Cioran sarebbe come morire prima di morire. Peggio, sarebbe come non essere nati.

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Giorgio Saviane e il Dio di tutti

Giorgio Saviane

Giorgio Saviane, nato a Castelfranco Veneto nel 1916, morto a Firenze (la sua città d’adozione) nel dicembre del 2000, può considerarsi solo erroneamente un minore della narrativa italiana secondo-novecentesca. In realtà è stato e rimane uno degli scrittori più complessi e significativi. Dopo anni di colpevole silenzio dell’editoria italiana, Guaraldi, grazie all’impegno della moglie Alessandra Del Campana, ripubblica degli stralci di quattro romanzi di successo: Il Papa (1963), Il mare verticale (1973); Getsèmani (1980) e Voglio parlare con Dio (1996). Saviane viene rivisitato in un romanzo autonomo, Mio Dio (2014), che ne racchiude ben quattro. Raggiunse il successo di pubblico (Eutanasia di un amore vendette un milione di copie a partire dal 1976) e una confluenza di giudizio esaltante di critici niente affatto indulgenti come Natalino Sapegno, Carlo Salinari e Geno Pampaloni, soprattutto perché pose al centro della sua produzione letteraria affascinanti tematiche filosofico-religiose con l’assillo della tenuta psicologica, azzardata. Un caso pressoché unico quello di Giorgio Saviane: gli americani lo definirono “il narratore di idee” del romanzo europeo.

Ripercorrendo a ritroso tutti i libri che ha pubblicato, in un arco temporale che va dal 1957, con Le due folle, al 1996 con Voglio parlare con Dio, l’utopia consapevole appare un concetto onnipervadente. Non è forse utopia cercare di scalfire, come avvenne ne L’inquisito, la convinzione che un imputato sia già colpevole e condannabile per l’opinione pubblica? Non è utopia voler evitare l’infamia pubblica anche se l’imputato viene assolto da un reato di omicidio attribuitogli per errore? E ancora, non è utopia pensare che proprio l’errore giudiziario sia eclissabile per una giustizia superiore? Saviane sapeva di cozzare contro un mondo dalle regole sociali predeterminate, per questo difese il valore di vittima nel significato morale della parola (non dimentichiamoci che era avvocato di professione). Inquisito fu perfino Gesù, diceva, e la storia ci ha consegnato Galileo Galilei, Girolamo Savonarola e Giordano Bruno. E’ utopia, certamente, cercare di insegnare Dio “attraverso le stelle”, come nello splendido romanzo Il Papa, ribaltando, nelle convinzioni di un sacerdote coraggioso, ordinato sul soglio pontificio, concetti tradizionali di ogni religione oppressa dalla paura e dalla solitudine. E’ utopia proclamare attraverso le parole di un Papa, la negazione dell’inferno e una fede che ponga al centro del suo credo l’uomo. Il Papa fu il romanzo che pose all’attenzione di un farraginoso dibattito culturale questo scrittore dalla forza spirituale e immaginifica, del tutto fuori dalle correnti di pensiero dell’epoca (eravamo agli inizi degli anni Settanta).

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Poesie di Antonio Malagrida

Maggio, ti guardavo quando al tramonto
camminavi sul viale; ti facevi conseguenza.
Entravi uscivi da un foulard, né lontana né vicina.
Concedevi il volto lentamente, intorno separavi sfumature.

L’amore non si cerca l’amore non si chiede l’amore non si fa.
L’amore cade addosso. E sta.

*

Mi rimani sulla pelle come il tempo.
Mentre ti abbatti sulla scena come un falco
mi viene da sfilare ogni quinta dietro al palco:
farne seta, laccio di colore, firmamento.

Sono felice quando scavalchi il mondo.

*

Tra la copiosa neve che aspetti
sarò clandestino nella tua canzone.

La stessa che sillabavi piano quando, muovendo
dal mare calmo d’Agosto, cantavi sbuffando la sabbia
col piede, gradualmente stonata.
Sollevata dal tempo come piuma. Come volto fuori stagione.

*

Quel giorno che finiva l’inverno
Tra l’erba nuova e diffidente su in collina
lanciavo con forza dei sassi più in là. Ridevo.

Tu giravi lo sguardo fuori, indicavi il mare
e tornando indietro dicevi piano una parola, due, tre.
Chiedevamo nient’altro che il vento.

*

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Il pugno del Papa

di Davide D’Alessandro

Davide D'Alessandro

Papa Francesco ha sperimentato che a un pontefice non è consentito parlare in libertà. Deve misurare virgole e respiri. Se dice che darebbe un pugno a chi dovesse offendere la madre, concede inesorabilmente spazio all’ambiguità e alla polemica. Non bastano le parole del Vescovo Bruno Forte per spiegare che il Papa non voleva incitare alla violenza, ma invitare al rispetto di tutte le religioni. La satira è o non è. Non la si può accettare con i se e i ma e le religioni, tutte le religioni, possono essere prese in giro senza che alcuno possa sentirsi in dovere di vendicare alcunché. Non c’è alcun Dio da vendicare. Non si vendica l’amore, se è amore. Chi è morto ammazzato dentro quella redazione parigina non è andato a cercarsela, come non vanno a cercarsi la violenza le donne che indossano minigonne mozzafiato. Attenzione a concedere alibi e sponde. Tra l’altro, se non fossero state parole in libertà, il Papa avrebbe dovuto dire che alle offese, alle ingiurie, si risponde con il diritto, affidandosi alla Legge, mai con un pugno, mai con la giustizia fai da te. Il vignettista Vincino non si è fatto scappare l’occasione e sul “Foglio” ha disegnato Papa Francesco che, dal balcone di San Pietro, dice alla folla: “Quando tornate a casa, date un pugno ai vostri figli e ditegli: questo è il pugno del Papa”. Quereliamo, spariamo o diamo un pugno anche a Vincino? Noi ridiamo. E basta.

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Sottomissione

di Davide D’Alessandro

Se “Cosa può un corpo?” è il titolo di un libro di Deleuze su Spinoza, “Cosa può uno scrittore?” è la domanda da porsi mentre esce “Sottomissione”, l’ultima attesissima opera di Michel Houellebecq. E se un libro non ci sveglia come un pugno sul cranio, per dirla con Kafka, a che serve leggerlo? Nessuno può arrivare dove arriva lo scrittore, se ha intelligenza, spirito, visione. Non è importante se nel 2022 la profezia di un Presidente musulmano della Repubblica francese, eletto da gollisti e sinistri per battere la Le Pen, si avvererà o no. Conta una riflessione ineludibile su un domani che è già oggi per chi, come Houellebecq, ha saputo guardare i nostri giorni, così disperati e così vuoti, ha saputo meditare, senza giudicare, sulla decadenza, su ciò che decade per debolezza, per insipienza, per rinuncia, per mancanza, per paura, ma anche su ciò che finisce perché tutto finisce, presunto dominio occidentale compreso. Chi ha venduto vestiti per anni e parcheggiato il furgone tutte le settimane davanti al Tempio di via Portico d’Ottavia, nella città eterna, conosce l’ansia, il sospetto, il volto di chi è definito ebreo e non s’arrende, pur essendo perseguitato da sempre. Ha ragione il rabbino capo Giuseppe Laras: “A una certa politica miope gli ebrei piacciono solo in quanto morti da ricordare e non come soggetti con cui confrontarsi”. Il mondo ha concesso più spazio, più parole, più lacrime per il massacro all’interno del giornale e, giustamente, siamo tutti “Charlie”, ma dentro il supermercato si è ripetuto qualcosa che mai ci abbandona. La persecuzione di chi non vuole sottomettersi. Perché sottomettersi, anche solo con il pensiero, vuol dire perdere e morire, ancor prima di tentare di vivere.

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Papa Francesco e Charlie

Tra Papa Francesco e “Je suis Charlie” dobbiamo scegliere “Je suis Charlie”.

Umberto Piersanti

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