Francesca Bonafini: l’amore fatto di carne e reputazione

Francesca Bonafini

Francesca Bonafini è una narratrice che utilizza lo slang giovanilistico per imprimere una spinta decisiva alla sua produzione narrativa. Specie nell’ultimo romanzo, appena edito da Avagliano, dal titolo La cattiva reputazione, che ha delle assonanze con un libro cult degli anni Novanta: Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi, quella “maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale” uscita da Transeuropa esattamente nel 1994. Si ha la netta impressione che Francesca Bonafini abbia compiuto un’escursione nel mondo sterminato del linguaggio d’invenzione, tardo-adolescenziale e della prima maturità, pur, di tanto in tanto, con l’aggiunta di stilemi letterari di derivazione dantesca e ariostesca. Infatti, la storia, che potrebbe essere ascritta al romanzo di formazione, è tutta avviluppata intorno alla parola pirotecnica, scoppiettante e arsa dal fuoco della nominazione, dell’appellativo, della definizione contro l’ipocrisia del mondo.

Paola, che le amiche chiamano Pillo, manda improvvisamente all’aria il suo matrimonio con Pinuccio, che gli amici chiamano Nuccio. Il colpo di coda si deve all’innamoramento folle per il bel Pierluca, un chitarrista biondo ed enigmatico, e si interseca con un’altra “perdita di testa”, quella dell’amica Nina per Luigi, pianista nella stessa band in cui suona Pierluca. Le ragazze iniziano un’avventura on the road in compagnia di altre due giovani inquiete quanto loro. Un matrimonio “mandato in vacca” con lo spettacolo isterico della cremazione dell’abito nuziale, è il preambolo del romanzo.

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Il ’68, la propaganda e il vero, questo sconosciuto

di Elisabetta Baleani

Con l’acume tipico del conservatore, Churchill, tra un Johnny Walker e un Romeo y Julieta, battezza “la democrazia come la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme sperimentate”, che si sono rivelate decisamente peggiori e la Costituzione Italiana, figlia della Resistenza, ma anche della tradizione liberale, sancisce una solenne rottura con il passato, sposando l’ideale di una Repubblica democratica basata sul parlamentarismo.

Andrea Benci, alias Umberto Piersanti, il protagonista di “Cupo tempo gentile”, attraversa il nostro tanto rosso quanto ambizioso e velleitario ’68, come l’epigono isolato e scomodo di una cultura di cavouriana-einauidiana memoria a cui in realtà, o perché poco nota, o perché in posizione di netto svantaggio rispetto a facili slogan di destra o di sinistra, molto devono i pur imperfetti ma comunque operativi principi di libertà, di cui gode oggi quella parte di mondo che può, proprio per questo, definirsi civile. Andrea Benci è come gli altri, un giovane che vuole cambiare le cose, o meglio, alcune cose, ma, a differenza degli altri, non condivide né i mezzi né poi tutti i fini del movimento di cui pure fa parte, più per ragioni sentimentali che non ideologiche; per lui, convinto antimachiavellico, la rivoluzione non può prescindere dalle modalità attuative, importanti, anzi dirimenti, né può promuovere una dittatura, anche se del proletariato, perché, quando vince l’autoritarismo, la prima a morire, è la libertà. E se corrisponde al vero che la maggior parte dell’intelligentia italiana si è storicamente contraddistinta per la clamorosa sbornia del ’68, non va tuttavia dimenticato che alcuni –pochi per la verità-, e tra i pochi lo stesso Pasolini, a cui Andrea/Umberto fa riferimento soprattutto come poeta, non mancarono di denunciare gli scontri di Valle Giulia tra studenti e poliziotti, prendendo netta posizione a favore di questi ultimi. In tale clima infervorato, Andrea intravede immediatamente il dispotismo di capetti quali Cavani o Vanni, che si rivelano carismatici non per il valore intrinseco dei propri convincimenti, che poi tanto propri non sono perché è gente questa, che comunica esclusivamente per battage di terza classe, ma che è tuttavia ben portata ad alzare l’audio, come se a sì portentoso volume possa poi corrispondere sì portentosa dottrina; perché, se un popolo si trova ad avere a capo siffatti coppieri, per dirla con Platone, in mezzo a tanta licenza non può non dispiegarsi la mala pianta della tirannia, come ben hanno dimostrato le dittature di ogni colore. Continua a leggere →

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Emanuele Ponturo: l’amore e le sue ombre

L’uomo ombra, l’uomo isola, o l’uomo solitario, vive in un camping che gestisce personalmente durante i mesi estivi. Quando può si diverte a chattare, a contattare le ragazze attraverso il web. Lei, Martina (ma si farà chiamare Alice) è una precaria nel mondo della scuola (“Io sono nella stessa gabbia, siamo tutti in uno zoo”), una giovane donna svuotata dalla ritualità romana nei pressi della stazione Termini. Ma come sempre, dietro l’apparenza, si nasconde ciò che Alberto Moravia definiva il vero viatico di ogni esistenza, la nostra interiorità, il nostro inconscio. Alice potrebbe essere proprio quella farfalla libera e creativa che Lorenzo catturerebbe per addestrarla ad essere “donna”, “ragazzina”, “puttana”. Ma il gioco delle parti, poco a poco, si capovolge. È lei che insegue lui, fino a presentarsi in quella terra sconosciuta. Isola Piccola è un posto magico, ma oscuro. Si percepisce l’energia di un vulcano, la sabbia in un deserto di lava. È un’isola figlia del fuoco, dice Lorenzo, che nel suo lavoro stagionale organizza le escursioni in barca, la pesca, la cucina. Assiste all’arrivo e alla partenza dei turisti, alle coppie che in estate si dividono sospinte dalle onde del mare che sbattono anche impietosamente sulla costa dell’isola come per provocare, sinistramente, un naufragio. Continua a leggere →

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Alessandro Moscè nelle città e nei luoghi letterari

Alessandro Moscè, poeta e narratore, ha dato alle stampe Galleria del millennio. Viaggi letterari 2004-2014 (Raffaelli 2016) dove è contenuto molto del suo lavoro degli ultimi dieci anni in veste di critico letterario. Il libro può essere letto anche attraverso l’ambientazione nelle città e nei luoghi vissuti o frequentati dagli autori. La Roma di Luigi Bartolini (quella, poverissima, di Ladri di biciclette), definito “anarchico celeste”, o la stessa Cupramontana collinare, dove il prosatore e incisore marchigiano ha “messo in scena” le opere campestri realizzate con puntasecca e il torchio. La Roma convulsa di Paolo Volponi dopo la fuga da Urbino, capitale del Rinascimento; la Parma e la Casarola di Attilio Bertolucci nell’eco del ricordo dolcissimo di Paolo Lagazzi; l’Emilia di Pier Vittorio Tondelli con la “fauna artistica” degli anni Ottanta. E ancora l’Emilia del passato di Alberto Bevilacqua e di Gianni Celati, tra paesaggi di fiume e case che crollano; L’Emilia dopo la seconda guerra mondiale e la Cuba immaginifica di adesso di Davide Barilli. Marco Lodoli cammina a piedi nelle sue isole romane fissandone gli scorci sconosciuti. Franco Arminio compie un viaggio nel meridione e nella vita di paese che ha un’originalità unica; Andrea Di Consoli ritorna nella sua Lucania dove gli animali hanno la stessa dignità degli uomini. Umberto Piersanti gira tra i suoi colli in una sorta di mitografia nei luoghi naturalistici del Montefeltro.

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Le poesie di Umberto Piersanti al Conservatorio di Santa Cecilia

Si chiama Libro: che Spettacolo!, l’iniziativa dell’Agis che promuove la lettura e lo spettacolo dal vivo, giunta alla nona edizione, che si terrà venerdì 6 maggio al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma.
L’evento prevede la lettura da parte dell’attrice Marina Benedetto delle poesie del nostro Umberto PiersantiNon sei di questo tempo” e “Adolescenza amore”, tratte dalla raccolta Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos). A seguire il Festival della Chitarra con musiche originali eseguite da Simonetta Camilletti.

La sezione dedicata alla poesia, “Verso la Musica”, di “Libro: che Spettacolo!” l’iniziativa dell’AGIS nata per favorire l’interazione fra la letteratura e le arti della scena, propone Umberto Piersanti che, grazie alla collaborazione del CEMAT, l’ente di promozione della musica tecnologica, sarà ospite del Festival della chitarra a Roma.
Il poeta urbinate il 6 maggio alle ore 17.45 presenterà, in un omaggio a Giacomo Leopardi, la sua ultima raccolta “Nel folto dei sentieri” (Marcos y Marcos) poco prima del concerto (ore 18) della chitarrista Simonetta Camilletti, insieme alla voce recitante dell’attrice Marina Benedetto, presso la sala accademica del Conservatorio di Santa Cecilia (Via dei Greci, 18).
Il recital di chitarra, “Romanza. Opera 1 nn 1 – 32”, con musiche originarie in prima esecuzione assoluta, prevede versi registrati e composti dalla stessa musicista in un intreccio di musica e poesia che nel finale vedrà i due artisti duettare insieme.
Il libro “Nel folto dei sentieri” è a disposizione ad un prezzo scontato e l’ingresso al concerto è gratuito.

Venerdì 6 maggio 2016
Sala Accademica Conservatorio di Santa Cecilia (Via dei Greci, 18)

Ore 17.40Umberto PiersantiNel folto dei sentieri”, Marcos y Marcos
Dedicato a Giacomo Leopardi
Voce fuori pagina” di Marina Benedetto
Ore 18.00Festival della Chitarra
Simonetta CamillettiRomanza Opera 1 nn 1- 32
Musiche originarie in prima esecuzione assoluta.

Trasmissione in Live Streaming di Radio Cemat: www.radiocemat.org

Al Conservatorio il libro costa meno!
Il libro “Nel folto dei sentieri” sarà a disposizione degli interessati ad un prezzo ridotto al termine del concerto, presente il poeta.

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Edoardo Albinati: il romanzo degli anni Settanta è il libro dell’anno

Edoardo Albinati (Roma, 1956, da oltre vent’anni lavora come insegnante nel carcere di Rebibbia) ha dato alle stampe un romanzo borghese, ma lo ha fatto non esclusivamente sotto forma di scrittura letteraria, secondo la tipologia di un modello prefigurato che sembra stia esaurendo il suo obiettivo se confrontato con il genere della prosa prima legato all’epos quindi alla dissertazione storica e sentimentale, o al romanzo di formazione (“I romanzi vivono di ciò che non esiste più, è sparito o presto sparirà”, annota in proposito l’autore). Infatti Albinati, in questo caso narratore di idee, si è prodigato in una somma di opinioni ben corroborate per un libro sociologico e marcatamente psicologico, un vero e proprio trattato sugli anni Settanta, con le sue contraddizioni, compresi gli orrori culminati, in un esempio lampante di corruzione che deborda, nel delitto del Circeo, avvenuto sul litorale pontino nel settembre 1975 (anno basico), che costituisce, a tutt’oggi, uno degli episodi più efferati dell’Italia del benessere (“Grazie a quel delitto senza precedenti si era scoperto che sotto l’aspetto del ragazzo perbene poteva nascondersi un assassino, e non vi era modo di identificarlo in anticipo”). Donatella Colasanti di 17 anni e Rosaria Lopez di 19 anni, due amiche residenti nella capitale, furono invitate ad una festa da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira a Villa Moresca, proprietà della famiglia di quest’ultimo, situata sul promontorio del Circeo, in zona Punta Rossa a sud di Roma, vicino Latina.

La scuola cattolica (Rizzoli 2016) è il romanzo ambivalente e ossimorico dell’educazione e dell’inciviltà, del ritegno e della maledizione, del bene e del male incarnati nei giovani di una scuola. Ed è vero che è un libro che nella nostra cultura mancava. Lo si legge anche come un ritaglio sferzante della Roma dei liberi professionisti, dei faccendieri, della capitale del mondo che nascondeva a malapena la sua vocazione nei volti artefatti di insegnanti e alunni del San Leone Magno, la scuola privata, la scuola dei preti ubicata nel Quartiere Trieste, in cui le coordinate spazio-temporali ci consegnano un luogo anomalo, irrequieto, falsificato. L’istituto è tuttora ubicato sulla Nomentana, lungo l’asse alberato all’altezza della Basilica di Santa Costanza (“Proprio qui, nel Quartiere Trieste, in quegli anni si concentrò il più gran numero di omicidi gratuiti, attentati e agguati politici, uccisioni premeditate e per errore, cacce all’uomo, rappresaglie”). In questo ambiente residenziale dei borghesi e della classe media, i figli conoscono e praticano la trasgressione più che la competizione, il cinismo più che l’obbedienza. Albinati trasmigra dal suo animo in quello degli altri per un sentire comune, per un agire collettivo, seppur competitivo. I maschi e le femmine, innanzitutto, nascondono verità negate, sia perché la scuola dei preti si compone di soli maschi, sia perché la femmina è un oggetto sensuale e irraggiungibile. Ma la verità va raccontata, interpretata, capita. E’ stato detto che La scuola cattolica è uno dei libri dell’anno. Lo ritengo “il libro dell’anno”. Non a caso candidato al Premio Strega, si compone di ben 1294 pagine. Un’enormità, un poderoso volume dove all’azione corrisponde immediatamente non una reazione, ma una spiegazione. I protagonisti del romanzo di Edoardo Albinati sono come quei coleotteri messi sotto la lente d’ingrandimento affinché le loro parti anatomiche risaltino meglio, siano un involucro e una fibra da analizzare in una specie di autopsia medica. Il romanzo dà un senso all’emotività irrefrenabile, l’esatto opposto della ragione assennata. Sviluppa una metastatica esplosione di sentimenti (e quindi risentimenti) per l’aspirazione del borghese ad essere altro, a salire di grado, a non perdere una posizione di rendita, uno status symbol, per non scivolare nell’angoscia, nell’invidia, nella disperazione, nel rimorso, nella perversione, nell’infamia.
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