Poesie di Donatella Bisutti

Pubblichiamo tre poesie di Donatella Bisutti.

Mendicante

Lui – un mendicante qualsiasi
un ingombro che avanza con la sua sporcizia
otturando lo spazio libero sul marciapiede
un ingombro sulla via
uno in più – dei tanti
non bastano? già?
Le zecche il contagio
il lezzo il corpo invaso
dal sentore dell’indicibile indigenza
Come potrò evitarlo mentre mi viene
incontro, lì, sullo stesso marciapiede
e già mi fronteggia nella sua infinita miseria
cui sono del tutto inadeguata?
Lui, eccolo, l’attimo della rivelazione ultima,
l’apparizione che toglie il fiato e fa tremare le gambe,
ti fa scricchiolare le ossa
Resti stupefatta e trattieni
nella tua mano uncinata
la moneta
L’unica moneta che ancora possedevi
Tutto si è illuminato d’un tratto
sulla strada di Gerusalemme
le cui porte – ora lo sai – ti saranno
per sempre precluse.

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Primavera 1968

Primavera 1968

Il volo di tordi
infrascati sugli orli dei fossi
per l’aria memore di ghiacci
in quella primavera stentata
presso la gora morta
fradicia di scorie
lì dove il peso eccessivo del fiore
curva rami di biancospino
quindi più tardi
ma prima del meriggio
nei greppi di grano verde
divisi a cerchi larghi
invano per i tulipani.

Eri ancora più scura nella chiesa
per il bianco degli occhi
il riso della bocca largo
estranei agli architravi
alle nicchie alle cose
da sempre familiari.

Il suono dell’organo era
nella penombra
tra profumi marci
di gigli dalla sacrestia.

Ci commosse il sacro dell’incenso
la bravura scontrosa
del solitario maestro.

Disse di pietre e massi
trascinati dalla cava interrata
costretti in fabbrica romanica
di due archi gotici
centrali nella navata di destra
abbozzata solo, per lo scarto.

Estraneo all’anno
di gente rovesciata nelle piazze
dei giovani serrati
coi drappi rossi negli edifici
fermo nell’Appennino remoto
immemore del tempo
sciolto dalla catena.

Compagno d’una fuga
a lui da sempre acquisita
mia, di un pomeriggio.

Umberto Piersanti

(dicembre 1971)

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Alle ragazze degli anni ‘60

Pubblichiamo un intervento di Davide d’Alessandro uscito su Il Foglio, che ricorda il ’68 attraverso lo sguardo di Umberto Piersanti e della sua poesia.

Beat Girls (Joost Evers, Wikicommons)

1968-2018. Cinquant’anni. Ricorrenza speciale. C’è una deliziosa battuta che Woody Allen mette in bocca a Ian Holm nel film “Un’altra donna”: «La sola cosa bella di fare i cinquant’anni è che non li rifai». Neppure il ’68 li rifarà. Allora, questo è il momento. Tutti scrivono, ricordano, celebrano, rimpiangono, criticano, rivisitano, approfondiscono. Io non posso. Sono nato nel 1966. Avevo appena due anni. Umberto Piersanti, il poeta d’Urbino, di anni ne aveva ventisette. E a quegli anni ha dedicato una poesia, tra le più belle. Riproporla è un modo, anche per me, di accostarmi a una stagione non vissuta, di misurare il tempo ch’è passato, il tempo che tutto devasta.

Alle ragazze degli anni ’60

ah! le acerbe primavere
di quegli anni,
le ragazze sui ponti
e nelle strade,
scende il vento dai monti
alza capelli e sciarpe
ridono le ostinate
dentro l’aria,
sciamano le altre
ai portici,
siedono nelle scale
e sopra i muri

friggono le cresciole
è carnevale,
un carnevale povero
tra i monti,
giovane professore sento le vesti
strisciarmi e il caldo
tocco delle mani,
le mascherine bussano alla porta
reggono grandi canestri
per radi doni

per altre prode il tempo
vi trascina
il tempo che devasta
le figure,
ma io vi scorgo ancora
camminare,
ridere sopra i ponti
lievi svanire

il tempo ch’è passato
lo misuri
dall’occhio che ti lacrima
e non sai
e il cuore ti trema
se l’aspetti,
ti tremano le mani
se la spogli

Umberto Piersanti

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Capitolo ’68

In occasione del cinquantesimo anniversario del ’68, intendiamo aprire un dibattito su Pelagos Letteratura sul momento più significativo della nostra storia dal dopoguerra ad oggi.

Umberto Piersanti

Non c’è stato nessun periodo più esaltato o condannato: mancano, a nostro parere, ricostruzioni e giudizi equilibrati.
Ho vissuto il ’68 e gli anni attorno nella piccola Urbino, che costituiva però un punto di riferimento per un’area molto vasta che andava da Rimini a Pescara e comprendeva larghe zone dell’entroterra toscano-appenninico, marchigiano ed umbro. Allora non esistevano facoltà distaccate da Bologna, Firenze, Siena. L’Università di Urbino aveva una sua precisa importanza ed era meta di delegazioni studentesche di tutta Italia.
Mi ero laureato da poco, insegnavo alle magistrali, a avevo un rapporto continuo con l’Università come collaboratore di varie cattedre umanistiche. Alle mie spalle una serie di iniziative di tipo sia politico che culturale. Nei primi anni Sessanta ero stato fra i fondatori del Circolo Luglio ’60 che aveva organizzato una serie di manifestazioni a sostegno dei movimenti democratici spagnoli, contro la guerra in Vietnam e tanto altro.

Essendo stato in delegazione in diversi paesi dell’Est, avevo potuto costatare con i miei occhi non solo le “lacune”, come allora si diceva, ma il fallimento pressoché completo del socialismo reale. Dunque ero immunizzato da ogni fede verso quella dittatura del proletariato alla quale si rifaceva la contestazione.
Gran parte del Movimento Studentesco riponeva una totale fiducia nella Cina, in Cuba, nel Vietnam: l’URSS veniva contestata, ma si era pienamente riabilitata la figura di Stalin sulla scia delle posizioni cinesi. I ritratti di Lenin, Stalin e Mao campeggiavano nel più duro dei Movimenti Studenteschi, quello milanese di Capanna e compagni. Anche Cuba era un punto di riferimento importante: Che Guevara vissuto come rivoluzionario, libertario e martire, ancora più di Fidel.
Altro mito era il Vietnam di Ho Chi Minh e i piccoli guerriglieri Viet Cong, mito amato anche dalla sinistra tradizionale. La politica vietnamita oscillava tra Cina e URSS.

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ESsere scritto

ESsere scritto di Roberto Marconi

 

Stanno le colline e m’apprendono
di là dal finestrino, e le coperte
banchine gli sbiancati furgoni le
fabbriche assonnate rivanno via,
dall’altra parte… È sì uno specchio
allagato e mi pone pure accanto
le discenti che carezzano scuri
corti piani ed il colore del mare,
così i pensieri miei si scambiano
con il respiro e mi ridomandano.

 

L’Es gioca tiri straordinari,
guarisce, fa ammalare,
costringe ad amputare arti sani
e fa correre la gente incontro
alle pallottole. In breve, è un
essere lunatico, imprevedibile e
spassoso.

Georg Groddeck

 

Quella appena letta, in corsivo, è la prima citazione dell’atipica raccolta (in qualche modo atavica) curata dallo psichiatra e poeta cremasco Giancarlo Stoccoro (poeti e prosatori alla corte dell’Es, AnimaMundi Edizioni, Otranto 2017) e non poteva essere altrimenti per un tema così articolato e intricato, per una forza travolgente e imperscrutabile che ci vive appunto dentro, di noi, in chi scrive e opera trascrivendo (oggi anche digitando) ciò che viene dettato (di dantesca memoria) da una zona “altra” della mente, abitata da qualcosa di abissale. Un’immaginazione in più che per essere vera, come scriveva la Weil, non deve colmare vuoti per non essere falsa, al più elevare corpi, come descriveva Keats.

Mentre censisco non posso far a meno già di scrivermi,
il miglior contenitore è quello che sfugge.

Stoccoro argomenta, nelle prime (tre) parti introduttive, con ampie esposizioni, su come si muove il linguaggio, su chi si approccia a distenderlo, chissà quanto o in quale modo consapevole sul foglio.
La scrittura di un mondo profondo nei suoi generi.
E cita Bollas, il quale vede la poesia strutturalmente più semplice e vicina a un linguaggio orientale che cattura il sé con esperienze intense che coinvolgono tutto l’essere, distinguendosi dalla prosa, più occidentale, con periodi maggiormente articolati, che puntano più all’esposizione a discapito dell’invenzione. Insomma, una prosa che persuade contro una poesia che rischia.

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Mauro Carlangelo: tra tradizione lirica e poeti del Sud

È sempre più complesso, nel terzo millennio, individuare un canone che possa far rientrare nella poetica dei singoli autori il meglio del meglio seguendo l’etimologia della parola (dal greco scelta dei fiori). Molti lavori critici, pertanto, risultano solo delle direttrici, mere interpretazioni, spunti in un contesto complesso, se non confuso dalla forza della dispersione, dove le mappe orientative di tipo geografico (Carlo Dionisiotti), potrebbero tracciare una coordinata spazio-temporale attendibile. Oppure può essere individuato un percorso accidentale che accomuni i poeti sulla base di una tendenza vera e propria, senza la pretesa di avviare un discorso definitivo, sistematico. È esattamente ciò che ha fatto Carlangelo Mauro (collabora con la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea dell’Università “L’Orientale” di Napoli) nel suo libro di saggi Liberi di dire. Saggi sui contemporanei (Sinestesie 2017): il secondo della serie, in cui viene dato spazio ad Aglieco, Cipriano, Cucchi, Di Spigno, Fontanella, Fresa, Frungillo, Pagliarani, Piersanti, Piscopo, Pontiggia, Rafanelli, Spagnuolo, Sorrentino. Come riportato nella nota introduttiva, ciò che accomuna i poeti “è la libertà espressiva, di temi e di contenuti, per essi che si collocano, che vogliono collocarsi, al di là del dato anagrafico generazionale, dopo la neoavanguardia”. La dimensione classica, la tradizione, il canto, l’esperienza, l’io che interagisce con il noi, i luoghi, i sentimenti tornano al centro dello studio ripudiando per lo più l’avanguardia e lo sperimentalismo, l’egemonia di una formula spenta, legata a formalismi di maniera, ad un gergo chirurgico e asettico che sopprimeva il tentativo di rappresentare una realtà. Qui, viceversa, si fa leva sulla condizione umana di chi consacra qualcosa dalla propria specola, da un posto alienato come tutti gli altri (se si eccettua Pagliarani, il cui percorso creativo, però, è del tutto singolare, specie stando alla sua opera maggiore La ragazza Carla, che risulta un poemetto aperto, “neoveristico”, con “diverse spinte linguistiche e stilistiche”). Ciò che differenzia il libro di Mauro Carlangelo da altri, è che la maggioranza dei poeti provengono dal sud dell’Italia, in particolare dall’area campana. Se finora si era ritenuto pregiudizialmente che la letteratura meridionale facesse prevalere la componente sociale, i poeti monitorati da Carlangelo sfatano questa convinzione: risultano permeati da una visione esistenziale, anche contemplativa, ragionativa sui temi assoluti: si attesta una weltanschauung, una visione figurativa, una certificazione personale che allarga l’orizzonte conoscitivo e intuitivo, rispetto ai quei poeti che vivono e operano nel nord-centro dell’Italia, settore più foriero di discernimento, storicamente, da parte della critica.

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Poesie di Luca Raul Martini

Luca Raul Martini

Poesie tratte da “Tra due stazioni”, raccolta di prossima uscita presso Terra d’Ulivi Edizioni.

THE OPENING NIGHT

Per tutti c’è un secondo primo concerto
quello a cui tu sei mancato stasera.
È inevitabile. È accaduto che
questo fosse il tuo. Ogni cosa è andata

come doveva. Il pianista è entrato
e si è seduto come un bambino
davanti al nero totem di legno.
Chopin è volato tra colpi di tosse.
Altri vecchi hanno fatto la fila
ai pisciatoi tra un movimento
e l’altro. Sono gli stessi con cui
ti saresti incolonnato.

                        Tu sapevi che esiste

un Merry Go Round che
non si stoppa mai ed esige vittime
vestite a festa
solo in apparenza stupite e innocenti

Devo dirti qualche cosa che non sai?
Che la musica è un enigma?
Che avevo messo le tue vecchie scarpe?
Che il ragazzo alla fine è stato applaudito
da mani artritiche?

                        All’uscita sotto

i lampioni sfuocati ho guardato
se nella fila di taxi ce n’era stupidamente
uno di più

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Temeraria gioia di Eleonora Rimolo

Eleonora Rimolo, Temeraria gioia

prefazione di Gabriella Sica
Borgomanero, Giuliano Ladolfi editore, 2017

La poesia di Eleonora Rimolo è una scrittura di domande, che ha come oggetto di ricerca la “Temeraria gioia” del titolo, la quale, a sua volta, condensa le quattro anime del libro: le prime due sono tematiche in quanto la “gioia”, connotativamente positiva, è “temeraria”, cioè legata alla lotta, all’ostacolo (ma anche al temus-oscurità) e pertanto indicativa di un ossimoro che si andrà a trovare nelle pagine, con una forza più o meno irruenta ma costante; le altre due anime sono stilistiche perché se “gioia” può essere sia un termine letterariamente marcato che comune, certamente l’aggettivo “temeraria” indica un sostrato tradizionale più forte. Vi è, dunque, un doppio cordone ombelicale che nutre i versi della Rimolo: da un lato la vita stessa, dall’altro la sua esperienza di ricerca e di lettura. E non pare un caso che l’epigrafe sia tratta dal “buio Callimaco”, come diceva Montale nel suo Diario, con riferimenti al fuoco e alla cenere, cioè a quella turbolenza che contraddistingue la distruzione o la lacerazione. Questo accostamento, inusuale, non è un eccesso, ma la caratteristica di una lingua vitale che associa lemmi apparentemente distanti (come il comune “maniglia” e il classico “vaticinio”) e le cui punte di discostamento via via si assottigliano nelle tre parti in cui è composta la silloge.

Non possiamo leggere quest’opera a stralci, ma nel suo ordine costitutivo, perché se, per l’appunto, la gioia ricercata è il fil rouge, è pur vero che essa si presenta, lessicalmente e tematicamente, sotto forme diverse nelle sezioni del testo, è la testimonianza, e qui l’azzardo interpretativo di chi scrive, di un passaggio dalla sofferenza come disagio alla sofferenza come elemento consustanziale all’esistenza: «Lì dove nacqui erano già in cammino / i tuoi passi, ancora e ancora / stritolano speranze / e – solo – il tuo amore fa ruggire / a me dentro tempesta. / Ci riabbracciamo qui sotto il letto, / aiuto, ho buttato via l’asso / di denari, sono stata davvero, ho fatto proprio la mossa sbagliata: tu / batti le mani, vincitore, il vino / ti colora rughe nuove e le Erinni / finalmente / abbandonano l’estate».

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