Tre poesie inedite di Eliza Macadan

Pubblichiamo tre nuove poesie inedite di Eliza Macadan.

Eliza Macadan

 

gocce di vino
e pioggia
cadono dall’orologio
che non vuole esplodere
sotto i portici di questa
città che sanguina
ancora in alcune vie
vicino alla stazione
scoppiano pianti
e spaventano i cuori
dal troppo sentire
Joyce sarebbe geloso
di te o di me
per le ventiquattro ore
strappate al tempo
che ci inchioda
Keats guarda un’altra volta
dalla sua finestra romana
poi si sdraia sul letto
con te e ti bisbiglia all’orecchio
Eminescu mentre ti dice
dopo ogni singola strofe
che è più bravo di lui
ma è nato nella parte sbagliata
del mondo
poi butti giù una sequenza
del film nel film dentro al film
di questi attimi numerati

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Un po’ di nuvole per i “Cieli celesti” di Claudio Damiani

Un po’ di nuvole per i “Cieli celesti” di Claudio Damiani (Fazi editore, 2016)

 Quante volte hai rivolto lo sguardo in alto? Non tanto in senso di elevazione quanto per ammirare quello che succede, meraviglia o ferita che sia. Quante restando di tanto in tanto in silenzio o imprecando il lampo improvviso che ci impedisce l’impensata passeggiata

(dove in altre terre al contrario è una benedizione)?

 Ecco, all’inizio di questo libro, l’autore disteso su di un terrazzo ma non è un crimine, come fosse un albero carezzato dalla brezza, colloquia con il cielo, lo stesso, immancabilmente diverso ogni secondo, poi dialoga con i pianeti, le stelle, i gatti (che sono belli ma a in certe circostanze scassano), confabula colla luna, il Monte Soratte e questo (come gli altri oggetti delle conversazioni) gli risponde facendo riaffiorare la coscienza del poeta, la sua-nostra percezione, un discernimento un’ampiezza sproporzionata e l’immaginazione arriva a vedere quello che era è e sarà…

e a me è venuta voglia di partire per andare a vedere quello che è Sant’Oreste.

Damiani così si specchia nel cielo e diviene esso stesso volto nella volta, occhi scintillanti, chiome di nuvole, bocca di stelle e noi stessi, lettrici e lettori, anche se non stesi, ora, possiamo baciarci. Perché nonostante tutto “stiamo qui, non ci muoviamo”, noi e la natura, “due oziosi difficili da scalzare”, se non teniamo conto del tempo o lo vediamo da un altro punto di vista… il tempo come fatto di respiri, come una montagna che si muove, adatto per essere rincorso invano. Noi doniamo il tempo a qualcun altro, fosse anche una sconosciuta, così di noi resta sempre qualcosa, nulla scompare anche nell’oblio, ciò traspare da tali rivelazioni. Pertanto la continuità è il tema ricorrente dell’opera o come dir si voglia, la persistenza, e tutto questo mi ricorda “Il canto della durata” di Peter Handke, l’autore che contribuì al successo del film “Il cielo sopra Berlino” e il sinonimo del firmamento torna incessantemente in ciò che definirei pure “caro canto”, colle stesse iniziali del titolo del libro.

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Poesie di Anna Maria Carpi

Pubblichiamo tre poesie di Anna Maria Carpi.

Anna Maria Carpi

IL MARE
qui sotto la casa: ascolta,
ha come mani e dita,
sembra scartino e incartino – che cosa?
un messaggio, un regalo?
Di tanto in tanto un tonfo ed un singulto
e sullo scoglio l’onda
schiuma e si spande, poi ritorna indietro.
Che ci voleva dire?
Che è per lei la sponda?
Il senso è al largo, e intanto cala il buio,
e verso terra in fretta con un ultimo
volo prima di notte
anche i gabbiani cercano un rifugio.

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Fuoristagione di Antonio Malagrida

Vivere Fuoristagione – Il nuovo libro di Antonio Malagrida

In questa nuova raccolta di Antonio Malagrida, intitolata Fuoristagione (Raffaelli editore, Rimini 2016), si evolve e si affina il percorso dell’autore, che porta a compimento una ricerca poetico filosofica iniziata con le sillogi precedenti, dimostrando maturità di scrittura e consapevolezza letteraria.

Quattro sezioni nelle quali si affrontano altrettanti temi: l’amore, il rapporto con la morte, il tempo, la memoria. Luoghi classici della poesia, visitati però con lingua moderna, costruita con un vocabolario quotidiano ma nello stesso tempo lirico, raffinato.

La prima sezione è dedicata all’amore, passione presentata quasi con tono di sacralità: << L’amore non si cerca/ l’amore non si chiede l’amore non si fa. / L’amore cade addosso. E sta >>, anche se poi viene raccontata attraverso esperienze di vita: << Questa mattina, saranno state le 7 e 50 / fuori la rotonda, quella con lo sponsor delle calzature / ho incrociato dopo mesi il tuo volto dal retrovisore >> e con efficace uso di metafore e similitudini: << ha capelli fuoco e polveriera …  è una scintilla … Faceva un freddo bello come l’amore >>.

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Romana Petri e il mito del Padre Ciclone

Romana Petri

“Il ricordo è un modo d’incontrarsi”, diceva Kalhil Gibran. Se non ricordiamo non possiamo capire in una temporalità declinata al passato. La stessa ricordanza leopardiana unisce piacere e dolore in un unico sentimento che fonda il carattere del soggetto, l’ombra familiare e una trama di senso. La continuità tra passato e presente, o meglio di un passato al presente, suggella l’inestricabile aggancio tra “era” ed “è”.

Romana Petri è una scrittrice che con Le serenate del Ciclone (Neri Pozza 2015) ha fatto di più: ha elevato il senso del mito, dell’epico in chiave attuale. La sua è una narrazione investita di sacralità e di una verità di fede. Il protagonista è nientemeno che il padre, non un padre qualunque, ma Mario Petri, il celebre cantante lirico, basso e baritono, nonché attore di film à la page (nel ruolo di Ercole, Golia, Achille ecc.). Quando morì, nel 1985, “Repubblica” lo salutò come “il cantante che le signore si mangiavano con gli occhi. Fra gli anni Cinquanta e i Sessanta, Petri interpretò un mucchio di film, diventò un vero e proprio divo del genere. Non passava settimana senza che una sua fotografia apparisse sui settimanali rosa”. Definito un “cattivo con stile e garbo” per le parti cinematografiche di antagonista, di personaggio violento, nel libro viene riscoperto non solo nella veste filiale di chi vuole riappropriarsi dell’affetto privato, ma nella caratura di persona che si è fatta da sé, provenendo dalla rustica campagna umbra, che si è pagato le lezioni private di canto con gli incontri di pugilato fino a diventare famoso al cospetto del grande pubblico non solo italiano.

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Poesie di Anna Buoninsegni

Anna Buoninsegni

(quel brivido oltre la porta)

quel brivido oltre la porta
in fondo a Rue Mohammed V
nel cimitero musulmano di Rabat

aspetta
l’odoroso fragore dell’oceano
la bianca discesa di tombe nude
senza fiori
tra la Medina e il blu cielo d’acqua
e lontana Salè

i morti altrove
volgono la faccia alla Mecca
segnale d’addio alla terra

presagi
in appello chiamati
prima dell’inizio del tutto
nella trappola già seminata

battono i becchi
le cicogne di Chellah
lente nel volo del lugubre richiamo
fino al tetto indisturbato della kubba

a segnare i giorni del dolore in agguato
già presenti già così miei

(l’estate è in lutto)

l’estate è in lutto
il sole è un muro bianco
sui tetti spenti
il cielo si disfa piano

l’estate asseconda intontita il vento
segue i passi sottili del rimpianto

dice che lui è un’apparizione
non è più qui ma ovunque

l’estate non scende
il passo è senza folla
si fa lento il silenzio

aspetto la pioggia
aspetto la perpetua notizia

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