Nel folto dei sentieri. Le recensioni

Pubblichiamo le recensioni dell’ultimo libro di poesie di Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri, uscito il 26 marzo scorso per l’editore Marcos y Marcos.

La prime recensione, a cura di Roberto Pazzi, è uscita sul Resto del Carlino domenica 10 maggio. Mentre la seconda, a cura del poeta Davide Rondoni, è stata pubblicata sull’Avvenire di venerdì 15 maggio.

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L’autoritratto e il fantasma d’amore di Giancarlo Sissa

Giancarlo Sissa

Giancarlo Sissa è un poeta tra i più interessanti della sua generazione. Nato a Mantova nel 1961, vive a Bologna dove è conosciuto anche come francesista e traduttore (ha tradotto, fra gli altri, Lautréamont, Daumal e Michaux). Ha da poco pubblicato Autoritratto (Poesie 1990-2012) edito dalla casa editrice di Ancona Italic peQuod: una sorta di antologia dove i mutamenti personali e sociali appaiono in un mai sfibrato campionario. Alberto Bertoni, critico e sodale di Sissa, nella postfazione scrive di un maestro dell’immaginazione acustica. “Autobiografia e desiderio si saldano dentro una cornice di ascendenza trobadorica, ove lo scacco e il fantasma d’amore vengono trasferiti a una dimensione rituale e talvolta mitopoietica”. Questa poesia assume su di sé alcuni personaggi un po’ strampalati muovendoli nottetempo (come nella migliore tradizione romagnola ed emiliana del Novecento), bar e osterie, borghi e comportamenti domestici nella Mantova dell’infanzia e adolescenza e nella Bologna di oggi. Non mancano improvvisate visioni paesaggistiche: “Cosa importa / che il vento padano / di polvere e fieno / monotono strappi / un grido, un insulto / ai campi di grano?”. Giancarlo Sissa sfida il presente e lo incastona in un clima di pioggia, nel gelo invernale, nella strada dove “Bologna sgomma via”.

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Perdersi. Nel folto dei sentieri

 Perdersi. Nel folto dei sentieri.

A colei che sovente mi fa peregrinare

Fedele a se stesso e al suo canto in questa nuova opera Umberto Piersanti ci guida nei suoi indimenticabili cammini nel folto dei propri sentieri vitali, come ci suggerisce la scelta del titolo, piersantiano, peraltro, più che mai. Così egli prende per mano chi vuol intraprendere un’avventura autentica e lo lascia quasi subito, tra i passi, d’altronde “chi non sa dove andare / meglio cammina”, per poi magari dire, da lontano, “godi l’aria / dimentichi la strada del ritorno”, anche perché se ci pensi un poco “quant’è dolce / perdere la strada”.

.. Fatte tutte le dovute differenze, l’andamento e il contenuto di tale libro ricorda alcune prose di Robert Walser, dove egli stesso, teneramente, descrive e si abbandona alle sue puntuali e sterminate passeggiate salutari, come ribadiva Walter Benjamin, facendo fare lo stesso effetto, del perdersi, a chi lo leggeva dopo poche frasi; poiché le storie walseriane erano e sono “di una delicatezza del tutto inconsueta” e in esse c’è sempre “l’aria pura e forte della vita che guarisce”.

… Fare esperienza della natura (corredata da minuziosi bestiari, diversità botaniche, personaggi mitici, soffi universali), della storia (non c’è discorso con Umberto che non ci sia cronaca), dei cari (tra tutti il figlio: “perfetto e disegnato / che il” “male offende / ma non piega”), questa è la circostanza amata e che vuol trasmettere il poeta, da sempre indagatore d’aree topiche e cruciali figure ormai riconosciute da lettori attenti.

 :.. Fuor di dubbio il nostro autore dipinge con le parole i luoghi trascorsi, per lui non potrebbe essere altrimenti, giacché la memoria, quella ostinata, “nutre la giornata” ed è “tenace a dare un senso / ad ogni cosa”. Riversa con cura, quasi meticolosa, la sua scrittura nelle pagine, cercando di non far scappare situazioni sostanziali, dal momento che “un giorno non” è “come un altro della vita”. Non ha affatto fretta, tutt’altro, ritorna sui suoi passi, rallenta, a volte “il piede / lo costringe”, si ferma, riflette, va avanti e indietro nel ricordo (in quasi tutte le composizioni) deve necessariamente fissare la durata, contrastare con le reminiscenze l’ansia di ciò che scorre travolge e conduce all’oblio; anche perché i giorni più frenetici lasciano meno ricordi e lui trova tutto il tempo possibile per registrare le sue visioni, i suoi siti rassicuranti ben stampati negli occhi.

 ::. La data alla fine di ogni testo ci fa intendere al netto l’intervallo in cui le poesie sono state composte (2009-2013, se si eccettuano tre testi tra il 2007-2008), ma inoltrandoci nei brani il periodo si dilata a una vita ed è come se prendesse tutto il Novecento e non solo. Oltre un secolo di sola terra che è sinonimo di umanità: “l’eden che ci è concesso / è sempre” quello dei luoghi persi (aggiungo io e poi continua) “dopo lo riconosci / ma perché vive / nelle plaghe della memoria”. Ma in quel territorio della mente che trovano naturale rifugio, nelle carte, le occasioni (montaliane) “il tempo che procede / non porta quiete, /… / solo sgomento e rabbia / per la fuga degli anni, / per la rapina dei giorni / che ogni ora stride / più furiosa”, dato che “il tempo… / quello sempre bara / e la fuga dei giorni / sposta il traguardo in avanti”, verso nuove ricerche, verso il travisamento dell’istante che si applica con il congegno-libro. In merito conto almeno 50 volte il termine tempo e con altrettante frequenze ulteriori terminologie sinonimiche (ore, giorni, anni, stagioni, ecc.). Per l’autore solo la natura non sa tanto cosa voglia dire il trascorrere, per lui invece dal tempo che precede (degli scritti passati, tempo differente, tempo anche dell’assoluto, dell’epifania e dell’amore) arriva, con questo attuale libro, al tempo nuovo, difficile, brusco (dove apparentemente si staglia un po’ più lontano dalla sua terra d’origine, ma sempre fermo nelle impressioni), con cui bisogna fare i conti, chi in un modo chi in un altro.
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L’abisso

di Davide D’Alessandro

Davide D'Alessandro

L’essere umano, quando si verifica una tragedia, va immediatamente a caccia di risposte, di soluzioni, di giustificazioni. Vuole razionalizzare l’irrazionale. Chiede, in fondo, di essere rassicurato. È accaduto anche la settimana scorsa, dopo la notizia dell’aereo precipitato a causa del suicidio di Andreas Lubitz, il copilota che ha deciso di farla finita trascinando con sé altre 149 persone. Risuona un gigantesco perché. Com’è stato possibile? Era un terrorista? Era malato? Era depresso? Era psicopatico? Diteci che era qualcosa, perché altrimenti l’essere umano resta sconvolto, paralizzato. Così, i giornali hanno ospitato e continuano a ospitare interviste a psichiatri, psicologi, psicoanalisti, medici della mente, tutti a dare risposte al gigantesco perché. Sono risposte che tentano di dare spiegazioni, di rassicurare, ma non soddisfano. Perché, con l’essere umano, a quel gigantesco perché non c’è alcuna risposta. L’abisso dell’essere umano è insondabile, un enigma avvolto nel mistero. L’essere umano lo sa ma finge di non saperlo. Uno psichiatra dice che il depresso può uccidere, un altro lo smentisce e dichiara che il depresso si uccide senza condurre altri alla morte. Tutto e il contrario di tutto. Le parole più giuste le ha trovate Marcello Veneziani che, non essendo per fortuna psichiatra, è un semplice giornalista-scrittore, un uomo abituato a lavorare con le parole. Ha scritto del dolore, del dolore del padre di Andreas. Un dolore insostenibile. Il resto è silenzio. Ci sono domande ma non ci sono risposte. L’uomo, io-tu-egli-noi-voi-essi, è problema senza soluzione.

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Nel folto dei sentieri

“Chissà se ognuno porta nella mente il suo giardino chiaro e luminoso se c’è chi ne fa a meno nel cammino” (Umbeto Piersanti)

Esce oggi per Marcos y Marcos sditore il nuovo libro di poesie di Umberto Piersanti, “Nel folto dei sentieri”

Si legge nella scheda: Questi versi sono densi di profumi, selvatiche visioni, e hanno il ritmo e il respiro del cammino. Passo dopo passo, il vento entra nella gola e apre il cuore. Sentieri salgono tra chiare chiazze di lichene, scendono tra pini intrisi di sale e mare; e l’acqua è così azzurra e trasparente a Sirolo, tra lecci e bianchissime rupi. Piersanti chiama tutte le erbe e gli alberi con il loro nome, ha confidenza con le ore e le stagioni, ma “di rado, molto di rado, / la voce dei non umani / è la più forte”. La terra troppo spesso è profanata, e quando incalza “il tempo nuovo”, lo sente così distante, da sé e ancora di più dal figlio Jacopo, che “abita una contrada / senza erbe e senza fiori”.

Sul sito dell’editore, cliccando sull’immagine animata del libro si può sfogliarlo e leggerne un’anteprima: a questa pagina.

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Canzonette mortali

di Davide D’Alessandro

Patrizia Valduga e Giovanni Raboni

Prendetevi qualche minuto di pausa, lasciate ogni incombenza e andate a leggere Giovanni Raboni. Le sue “Canzonette mortali”, scritte pensando alla compagna Patrizia Valduga, dicono della poesia e di un incanto, dell’incanto della poesia. È la stessa Valduga a recitarle (basta andare su youtube) a oltre dieci anni dalla scomparsa di Raboni, poeta autentico e finissimo. “Le volte che è con furia che nel tuo ventre cerco la mia gioia è perché, amore, so che più di tanto non avrà tempo il tempo di scorrere equamente per noi due e che solo in un sogno o dalla corsa del tempo buttandomi giù prima posso fare che un giorno tu non voglia da un altro amore credere l’amore. Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno dopo l’altro ti lascio, anima mia. Per gelosia di vecchio, per paura di perderti – o perché avrò smesso di vivere, soltanto. Però sto fermo, intanto, come sta fermo un ramo su cui sta fermo un passero, m’incanto…”. La poesia è arrivare sul punto più alto della montagna, sfiorare il cielo con tutto te stesso e ripensare a quando, fermo ai suoi piedi, temevi di non farcela. La poesia disseta, rigenera, disvela misteri. Talvolta, però, la poesia è la denuncia di un dolore atroce e aiuta a morire. Prepara la morte. Ma non è lei che la dà. Rende solo meno amaro il finale. Lenisce l’ultima pena.

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