Romana Petri e il mito del Padre Ciclone

Romana Petri

“Il ricordo è un modo d’incontrarsi”, diceva Kalhil Gibran. Se non ricordiamo non possiamo capire in una temporalità declinata al passato. La stessa ricordanza leopardiana unisce piacere e dolore in un unico sentimento che fonda il carattere del soggetto, l’ombra familiare e una trama di senso. La continuità tra passato e presente, o meglio di un passato al presente, suggella l’inestricabile aggancio tra “era” ed “è”.

Romana Petri è una scrittrice che con Le serenate del Ciclone (Neri Pozza 2015) ha fatto di più: ha elevato il senso del mito, dell’epico in chiave attuale. La sua è una narrazione investita di sacralità e di una verità di fede. Il protagonista è nientemeno che il padre, non un padre qualunque, ma Mario Petri, il celebre cantante lirico, basso e baritono, nonché attore di film à la page (nel ruolo di Ercole, Golia, Achille ecc.). Quando morì, nel 1985, “Repubblica” lo salutò come “il cantante che le signore si mangiavano con gli occhi. Fra gli anni Cinquanta e i Sessanta, Petri interpretò un mucchio di film, diventò un vero e proprio divo del genere. Non passava settimana senza che una sua fotografia apparisse sui settimanali rosa”. Definito un “cattivo con stile e garbo” per le parti cinematografiche di antagonista, di personaggio violento, nel libro viene riscoperto non solo nella veste filiale di chi vuole riappropriarsi dell’affetto privato, ma nella caratura di persona che si è fatta da sé, provenendo dalla rustica campagna umbra, che si è pagato le lezioni private di canto con gli incontri di pugilato fino a diventare famoso al cospetto del grande pubblico non solo italiano.

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Poesie di Anna Buoninsegni

Anna Buoninsegni

(quel brivido oltre la porta)

quel brivido oltre la porta
in fondo a Rue Mohammed V
nel cimitero musulmano di Rabat

aspetta
l’odoroso fragore dell’oceano
la bianca discesa di tombe nude
senza fiori
tra la Medina e il blu cielo d’acqua
e lontana Salè

i morti altrove
volgono la faccia alla Mecca
segnale d’addio alla terra

presagi
in appello chiamati
prima dell’inizio del tutto
nella trappola già seminata

battono i becchi
le cicogne di Chellah
lente nel volo del lugubre richiamo
fino al tetto indisturbato della kubba

a segnare i giorni del dolore in agguato
già presenti già così miei

(l’estate è in lutto)

l’estate è in lutto
il sole è un muro bianco
sui tetti spenti
il cielo si disfa piano

l’estate asseconda intontita il vento
segue i passi sottili del rimpianto

dice che lui è un’apparizione
non è più qui ma ovunque

l’estate non scende
il passo è senza folla
si fa lento il silenzio

aspetto la pioggia
aspetto la perpetua notizia

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Tiziano Broggiato, Preparazione alla pioggia

Tiziano Broggiato, Preparazione alla pioggia

Torna alla nona edizione del Premio “Città di Fabriano” Tiziano Broggiato, Vicenza, classe 1953, già segnalato dalla giuria tecnica del premio l’anno della sua stessa inaugurazione, quando presentò Anticipo della notte (Marietti, 2006). Con Preparazione alla pioggia (Italic Pequod, 2015) ci proietta in quello che è stato definito l’archetipo del viaggio, ma che potremmo meglio spiegare evitando tutto ciò che di turistico o avventuroso suggerisce anche involontariamente questa parola, piuttosto come percorso, o personale ricerca, quella quete per eccellenza, che è l’«ossessiva ricerca dell’enigma dell’esistenza» per usare le parole di Francesco Napoli, autore della scheda critica che conclude il libro. Ora, questa ricerca non è condotta per luoghi d’eccellenza, siti spirituali o bei paesaggi, ma nei tipici spazi del contemporaneo, dove non si viaggia ma piuttosto si transita, squallidi o anonimi locali che sono in sostanza privi delle qualità del luogo, o per lo meno dotati di un genius loci minore, perché sono situazioni di passaggio, dove le presenze umane scorrono senza calore, come i luoghi aridi di alcune poesie di Mario Luzi, stanze d’albergo o d’ospedale, treni o moli, automobili, aeroporti e altri angoli cittadini. In questo paesaggio che potremmo definire nordico, non solo per geografia ma anche per una certa temperatura dei sentimenti, estrema nel senso di collocabile ai limiti della rarefazione, con la chiarezza stilistica senza stilemi avanguardistici che felicemente lo contraddistingue, Broggiato racconta quella particolare affezione dell’intelletto per la quale, proprio in simili situazioni apparentemente vuote di senso, viene folgorato da improvvise intuizioni circa il vivere, il suo significato o la sua insensatezza. Il tono che ci rende conto di queste intuizioni è lievemente distaccato, è un tono maturo e nemmeno troppo amareggiato d’essere quasi disciolto dai legami col mondo che la sua coscienza continua tuttavia a rappresentargli. Non è tuttavia un disinteresse cinico che lo orienta, ma la tranquilla consapevolezza che prima o poi, pur nel buio più cupo, dovrà appunto manifestarsi una «luce improvvisa/ di cui non è individuabile la sorgente», cui il poeta non potrà fare altro che abbandonarsi, con la mite certezza dell’inevitabile.

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Tre poesie di Raffaella Bettiol

Pubblichiamo su Pelagos Letteratura tre poesie di Raffaella Bettiol.

S’inazzurra il cielo

S’inazzurra il mattino

non c’è nube ad insidiare

la chiarìa d’un giorno

che s’accende perfetto

dopo pioggia su pioggia.

Riluce ora l’ansa del fiume

da sontuosi platani cinto

e s’affolla nella mente

un brusio d’anni

ad ubriacare ricordi,

ineludibili affiorano

trame d’una tela che appare

inesauribile sui giovani volti,

sulla loro freschezza di risa.

 

Nel sole alto passano veloci.

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Umberto Piersanti su La7

La7

Un editore che ha fatto fortuna con il gossip e gli amorazzi delle star.

Un direttore ambiguo e astuto che non si è mai esposto, ma che non ha mai cercato di dare una parvenza di equilibrio ai suoi programmi.

Giornalisti bravi come Formigli o scadenti come Paragone accomunati da uno spirito di totale faziosità, alla quale si accodano anche le trasmissioni del mattino e le pseudo satire di Crozza.

L’unico obiettivo: l’attacco totale e indiscriminato al PD e l’invettiva anti Renzi. Con il Fatto Quotidiano La7 rappresenta la punta avanzata della propaganda grillina.

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Incantesimi

Incantesimi

Un racconto di Lorella Cerquetti

Ieri al supermercato ho chiesto al ragazzo tutto indaffarato del reparto verdura dove fosse quella cosa per pesare, si, insomma, la cosa che pesa le altre cose, gesticolavo e puntavo le dita e lo sguardo qua e là, e lui aggrottando la fronte: “Intende la bilancia?”.
Era solo l’inizio.
Intanto che tornavo alla macchina, una ragazza con una custodia enorme che le pesava sulle spalle, una custodia rigida e sagomata, da musicista, si è avvicinata sorridendo chiedendomi dove fosse il conservatorio. Facile. Proprio qui dietro, pensai, “allora fai così, vai avanti altri duecentometri metri fino lì, poi giri subito a sinistra..” facevo segno con la mano ancora aggrappata alla busta della spesa; guardai la ragazza per assicurarmi che avesse capito, quando mi accorsi del suo sguardo tra il sorpreso e il divertito: un uomo le gesticolava davanti, le mani tese ai quattro venti senza emettere suono. Non era uscita una sola parola dalla mia bocca. La ragazza se ne stava ferma e diritta davanti a me con le labbra schiuse. Mi guardava, i suoi occhi neri o forse d’altro colore, magari verdi o blu scuro, continuavano a sorridere ma lo sguardo era un altro. Intanto io avevo la fronte tutta bagnata, la camicia azzurra che via via s’inzuppava, mi si afflosciava sulla pelle: e in me cresceva a vista d’occhio un senso di fastidio. Almeno non avesse fatto così caldo! La ragazza, sembrava divertita, cercava il mio sguardo: “è dietro l’angolo?”; mi guardava negli occhi ed esagerando con il labiale, ripeteva come si fa con i sordi pronunciando lentamente “è dietro l’angolo???…”.
Adesso aveva qualcosa di felino nell’espressione. Mi guardavo intorno ma, nemmeno una parola si presentava all’appello. Niente. Le pensavo, le parole, le invocavo, le supplicavo…..niente.
Posa con un sospiro l’enorme custodia, senza alcuna esitazione allunga la mano verso di me, con il gesto di chi si presenta e rimane in attesa con le dita energiche ed eleganti distese e aperte: “mi chiamo Alice, anch’io balbettavo da piccola, è per questo che ho cominciato a suonare..”.

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