Le città dell’anima. I luoghi dei poeti

AA.VV. Le città dell’anima. I luoghi dei poeti. Pellegrini editore, Cosenza 2016

Sedici voci, tra le più autorevoli oggi in Italia, raccontano la loro Patria poetica in questo libro, a cura di Tiziano Broggiato, ricco di immagini, profondo, aperto ad una lingua di poesia autentica ed originale.
Qual è il luogo, la città dell’anima? Cosa genera continuamente? In quale rapporto si pone con i sensi, la fantasia, il corpo del poeta?
Non si tratta solo del luogo della memoria trasmessa da testimonianze e ricordi, o del riconoscere il passato che resta nei posti, nei gesti, nelle parole comuni.

La città dell’anima sembra essere qualcosa di più: un Altrove, cioè uno spazio, un tempo sospeso, quasi indefinito, fatto di apparizioni, ritorni, sogni, ma anche di presente, di smarrimenti dolci e malinconici, la  Bolla dove il perdersi diventa in fondo un fugace ri-crearsi e ri-trovarsi.

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Rai Storia e il femminismo islamico

Umberto Piersanti

Apprezzo Rai Storia, ma la puntata sul femminismo islamico è stata assurda. Come ultimo esempio di femminismo islamico una martire fallita rigorosamente vestita di nero e con il niqab che le lasciava scoperti solo gli occhi. Fallita perché la polizia israeliana l’aveva arrestata prima che potesse farsi esplodere. Essendo la polizia israeliana un po’ meno dura di Hamas che avrebbe sicuramente ucciso un’israeliana trovata nella stessa situazione, la palestinese si era salvata. Intervistata da un’ occidentale progressista con pantaloni e occhiali da sole, aveva potuto confermare la sua disposizione al martirio che non annullava il servaggio verso il maschio simboleggiato da quello stesso niqab.

Amici di Rai Storia attenzione al politicamente corretto che si trasforma in ridicolmente corretto.

Umberto Piersanti

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Quando stalinismo fa rima con fascismo

Umberto Piersanti

Ve lo ricordate Diego Fusaro, il ragazzetto infiocchettato e ultrafirmato disquisire alla televisione e altrove dei grandi meriti di Stalin e della tragedia causata al mondo dalla caduta del muro di Berlino? Bene, l’odio anti borghese del piccolo filosofo lo porta a preferire la vittoria della Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi. Non importa l’origine petainista, il nazionalismo esasperato, il rifiuto dell’identità e della tradizione europea: l’importante è essere sempre e comunque contro il “capitalismo” e la “democrazia borghese”. I venti e più milioni di morti procurati dalla tirannide staliniana, gli orrori dei Khmer rossi, la spietata dittatura nordcoreana, sono ben poca cosa rispetto al capitalismo e ad un’ambigua ed ingannevole incarnazione dello stesso come la socialdemocrazia.

Fusaro è degno erede di quella intellettualità italiana che è stata prima fascista, poi stalinista ed infine innamorata di quella rivoluzione culturale cinese che, secondo gli stessi dati del ministero degli interni cinese, ha procurato all’incirca settanta milioni di morti. La differenza sta nel fatto che Fusaro si presenta meglio, usa un eloquio aggiornato e confuso tipico del populismo contemporaneo, si affida alle mode dell’eterodossia e dello stupore purché queste abbiano un impatto su un pubblico o incolto o tendenzialmente snobistico.

Ho discusso con lui al Festival Futura di Civitanova: si parlava dell’Africa. Fusaro parlava dell’asservimento dei nuovi leader africani al capitalismo europeo e americano, ma non sapeva nulla della presenza sempre più importante, massiccia e pervasiva della Cina nel continente nero. Le sue erano verità ideologiche fisse e precostituite.

Difendere lo stalinismo e il muro di Berlino significa offendere le vittime del despota georgiano e la memoria di tutti quelli che sono stati falciati nel tentativo di oltrepassare quel muro.
Non è poi così banale dire che gli estremismi si congiungono: il fatto che un filosofo della sinistra modaiola venga a preferire Le Pen su di ogni altro candidato “borghese” o “revisionista” lo dimostra.

Quel che fa specie è il peso che questo infiocchettato ragazzetto sta avendo in vari programmi televisivi e in alcuni festival culturali. In particolare tra la Romagna e le Marche, da Misano a Civitanova: i vari direttori, tutti rigorosamente di sinistra, alcuni magari apparentemente riformisti del Pd, fanno a gara nell’invitarlo ogni anno. Si tratta di un provincialismo mediocre, attratto dai fenomeni più banali e modaioli dei nostri anni.

E’ vero che nei nostri giorni chi trova il modo di stupire viene sempre ossequiato dagli incolti potenti di turno. Chissà se basterà il pronunciamento di Fusaro a favore della Le Pen a fare aprire gli occhi agli assessori e ai direttori di festival della sinistra sulla vera natura di questo contemporaneo “rivoluzionario marxista”?

Umberto Piersanti

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Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990 – 2015)

LA STRUTTURA DELL’ANTOLOGIA POETICA CONTEMPORANEA: VERIFICA DEI CRITERI SELETTIVI IN PASSIONE POESIA, A CURA DI AGLIECO, CANNILLO, IACOVELLA (2016)

di Mario Buonofiglio

Agli inizi del Novecento le antologie poetiche, note fin dall’antichità sotto varie forme, assumono le caratteristiche attuali diventando forma letteraria, un genere che presenta norme e criteri di selezione propri. La struttura dell’antologia novecentesca è complessa e non può essere confusa né con il classico florilegio né con una semplice raccolta di dati più o meno organici in base ai contenuti (tematici, temporali, geografici ecc.) o alle strutture formali utilizzate (poniamo, solo ciò che è o non è verso libero o sonetto, haiku ecc.).

Sfogliando Passione poesia, a cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, Edizioni CFR, 2016 (d’ora in poi PAS) in questo articolo faremo riferimento a uno degli ultimi studi organici sulle antologie novecentesche, L’antologia, forma letteraria del Novecento, a cura di Sergio Pautasso e Paolo Giovannetti, edita da Pensa Multimedia nel 2004 (d’ora in avanti ANT, cui segue tra parentesi il nome dell’autore dell’articolo e il numero di pagina), che sintetizza in maniera efficace, con un approccio specialistico, gli elementi costitutivi, sia strutturali sia ideologici di questa forma letteraria.

Il titolo

A proposito del titolo in ANT viene segnalato che «Tra le antologie generali del Novecento contiamo una prevalenza dei titoli incentrati sulla [parola] “poesia” […]» (Giusti, 100). Con una suddivisione: «Per quel che riguarda la parola poesia occorre distinguere almeno tra due significati: [1] poesia come categoria generale (sia essa formale, generica o idealista) e [2] poesia come testo poetico, con connotazione quindi decisamente formale-generica» (Giusti, 102).
Il titolo dell’antologia curata recentemente da Aglieco-Cannillo-Iacovella è: Passione poesia; composto da due sostantivi astratti giustapposti, il titolo è un’endiadi che rispettata la “regola” generale formulata in ANT. Relativamente poi all’ulteriore sottodistinzione, in PAS il termine poesia ricade sotto il primo caso [1] (poesia come categoria generale), ma ovviamente è valido anche il secondo [2] (serie di singole poesie particolari).

Il sottotitolo

In PAS troviamo il sottotitolo: Letture di poesia contemporanea, 1990–2015. Sul ricorso a “contemporaneo” in ANT è esplicitato che nel secondo Novecento «[…] ritorna la volontà di distinguere le antologie più militanti, quelle che vogliono dare una lettura della contemporaneità, dalle storicizzanti» (Giusti, 104). Tra le antologie citate da ANT troviamo: La poesia contemporanea, 1945-1972 (Basile 1973); Poesia italiana oggi (Lunetta 1981); 1945-1975. Poesia in Italia (Bonoldi 1977); Poesie e realtà, ’45- ‘75 (Majorino 1977). ANT, pubblicato nel 2004, non riporta ovviamente le antologie edite dopo tale data (p. es., Il fiore della poesia italiana, tomo II, I contemporanei, seconda edizione aggiornata, a cura di M. Ferrari, V. Guarracino e E. Spano, dell’editrice Puntoacapo, 2016, dove troviamo, tra gli altri, 24 poeti presenti anche in PAS).
In PAS non c’è quindi, accogliendo i criteri selettivi adottati in ANT, la volontà di storicizzare né gli autori né il periodo preso in esame. Uno dei curatori spiega: «Passione poesia non intende essere un’antologia museo (dalla definizione di Edoardo Sanguineti) né un’antologia manifesto, tantomeno di un gruppo. Nemmeno può essere considerata una mappa assoluta degli autori presenti sulla scena» (Cannillo, 6).

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Leonardo Sciascia, ci ricorderemo di questo Maestro

di Davide D’Alessandro

Leonardo Sciascia

Il denaro e, ancor meglio, la roba scatenano da sempre analisi  socio-psicologiche; ma dopo  Giovanni Verga, è Leonardo Sciascia con un racconto, Il lascito, contenuto  nella raccolta adelphiana Il fuoco nel mare, a dirci molto di più su un sentimento antico e tragico: l’attaccamento. È la storia di Calcedonio Fiumara, uno zolfataro che diviene ricco, ricco di ricchezza e di nient’altro. Lascia tutto a un manicomio, non certo ai nipoti, perché nessuno dovrà goderne. Adesso che la Sicilia, l’isola “bedda”,  anzi “beddissima”, si mostra come un vulcano apparentemente spento, dopo decenni di eruzioni violentissime, è possibile tentare una riflessione su quanto ci ha dato (e lasciato) Sciascia, uno dei suoi uomini migliori, a circa trent’anni dalla morte?

«Gli occhi di Sciascia sono monadi chiuse che hanno  visto tutto», esclamò Gesualdo Bufalino, l’altro scrittore finissimo e sicilianissimo. Sciascia non ha mai abbandonato la Sicilia, se non per brevi periodi. La sigaretta perennemente  accesa tra le dita della sinistra, la biro tra quelle della destra, il quaderno su un tavolino scarno, ne ha raccontato le trame più oscure con una scrittura lucida, essenziale, ma piena di sapori, esaltandone le ombre e i dolori, gli inganni e i disinganni, svelando i volti e le maschere degli uomini e del potere, degli uomini di potere, così ben dipinti con quel gusto amaro che attraversa le sue pagine, come la vita.

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“Genesi e varianti delle Operette Morali” di Francesco Capaldo

Recensione di Rossella Frollà

Francesco Capaldo
Genesi e varianti delle Operette Morali
premessa di Vincenzo Placella
GESP Città di Castello, 2016

«Un libro difficile ma appassionante,  questo di Francesco Capaldo». Un esempio ben riuscito che coniuga filologia e critica. L’intento è quello di ricostruire l’officina del poeta Leopardi attraverso il suo sistema correttorio fatto di sostituzioni sinonimiche, di aggiunte interlineari e di un’analisi finissima dei testi che riferiscono il file rouge di tutta la produzione del 1824. In effetti, l’autografo A conservato presso la Biblioteca  Nazionale di Napoli contiene il primo nucleo (20) di quelle che il Poeta denominerà le Operette Morali. Sembra che sia stato composto tra il 15 gennaio e il 13 dicembre de 1824. E gli stessi interventi correttori apportati ad A fanno parte «dell’usus scribendi» del Poeta e non già si costituiscono progettualmente come vera e propria minuta di A. Dopo una lunga «autopsia del codice» e, quindi, confortato  da elementi codicologici, Capaldo giunge alla convinzione che  i singoli testi contenuti nel codice napoletano restino singoli, non facciano parte di un macrotesto e che soltanto in seguito nel loro complesso Leopardi li definirà Operette Morali. Da queste sorprendenti indagini, Capaldo, scrive Vincenzo Placella, «dimostra inconsistente la vecchia credenza che lo Zibaldone fosse un “serbatoio” per le Operette: lo studioso indica, invece, una circolarità tra l’officina dello Zibaldone all’altezza del 1824 e il contemporaneo manoscritto A delle Operette: ciò anche in base ad attento esame  degli inchiostri e delle date. Ne risulta un continuo e reciproco intersecarsi di tematiche, talora nella medesima giornata, fra i rispettivi testi». La luce che ne viene fuori è la circolarità che crea tra lo Zibaldone e le Operette Morali un’aria chiara nella lettura delle opere e nel progetto di edificazione della letteratura italiana. Negli anni  che vanno dal 1819 al 1821 Leopardi matura la convinzione di indagare sulle cause della decadenza dell’Italia come nazione. Urge in lui una sorta di riedificazione che parta dalla letteratura. Il Disegno letterario si va sviluppando con l’idea di una prosa satirico-comica sull’esempio di Luciano:

Così a scuotere la mia povera patria, e secolo, io mi troverò
avere impiegato le armi dell’affetto e dell’entusiasmo
e dell’eloquenza e dell’immaginazione nella lirica, e in quelle prose letterarie
ch’io potrò scrivere; le armi della ragione, della logica, della filosofia,
ne’ Trattati filosofici ch’io dispongo, le armi del ridicolo
ne’ dialoghi e novelle Lucianee ch’io vo preparando. [ … ]

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