Recensione di Foglie altrove

Michele Paoletti, Foglie altrove
Arcipelago Itaca 2020

Nelle poesie di Foglie altrove, il dato percettivo-sensoriale è integrato a fondamento del processo mnemonico atto a ricostruire l’altrove della parola. Attraverso una narrazione piana e lineare, Paoletti ripercorre le trame degli eventi per individuarne la radice profonda, quella dell’infanzia che, grazie alla mediazione del canto, si ripete ancora, in un altro tempo. E infatti, Maria Grazia Calandrone, nella prefazione, osserva:

E allora il fiume è «di carta stagnola» e «le montagne sembrano sagome dure, / cartone tagliato da mani piccine/usando la scatola del panettone». Paesaggio da presepe che è, insieme, finzione e introduzione all’infanzia, ovvero al sentimento del tempo, alla perdita e allo slancio – anche malinconico- verso un indefinito luminoso che sarà (forse ormai è) questa età adulta, impastata al tempo e alle cose come un minerale, che pure brilla, soprattutto quando cede il passo all’immobilità di un’altra infanzia. Non più memoria, adesso, ma infanzia che si ripete in un altro corpo, nella «parte di me che da me già si separa» e fa scoprire che l’infanzia non ha lingua, se non quella del corpo, ma ha voce, «tutte le voci del mondo».

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Un carnale misticismo

Una sensualità totale, ma sempre alta, panica e priva di qualsiasi orpello attraversa la raccolta Nomadesimo di Valentina Neri edita da puntoacapo. “Lo spessore era quello del sogno / dove sussurri e sussulti della carne / sembravano lo spartito musicale dei palpiti”.
Questa dimensione panica è costante, il corpo è congiunto all’Universo. Nel giorno di Saturno ci si imbatte in una deviazione del destino.

Nessuna regola e nessuna pausa nel nomadesimo della poetessa, un nomadesimo che l’eros amplifica e allo stesso tempo porta a un senso di abbandono, meglio ancora all’estasi: “Arpeggiami come un liuto / per essere la tua musica […] Divorami una leccornia / e offrimi pure come un tuo possesso”.
Da sempre si è detto e scritto che il misticismo e l’eros sono strettamente imparentati: in genere, però, in questi casi di connubio, l’eros scarta i toni più “carnali”. Niente di tutto questo in Valentina Neri. Sì, ci sono momenti in cui bisogna pregare una mistica e inafferrabile bambina santa: e questa bambina santa è una figura primordiale, arcaica che viene prima di ogni religione. Il Bene e il Male, anche su di un piano assoluto che esito a chiamare metafisico, si incontrano e si scontrano: ci sono angeli neri che piacciono a Dio.
Non credo ad un’intenzione provocatoria, meno che meno a una polemica antireligiosa: solo questa comunione del Tutto. Un corpo fremente ed estatico, solcato da una gioia sconvolta e spesso sofferta, si fa misura del reale.

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Campi d’ostinato amore di Umberto Piersanti

È uscito da poco per l’editore La nave di Teseo il nuovo libro di poesie di Umberto Piersanti: “Campi d’ostinato amore“.

La scrittura in versi di Umberto Piersanti è poesia civile, confessione dell’anima e pensiero critico sull’oggi. Nei “campi d’ostinato amore” che le sue parole attraversano, il dolore della storia e quello quotidiano si intrecciano, mentre lo sguardo del poeta si posa sulla grazia che, inaspettatamente, deposita il suo germe. Alla vitalità della natura, nello scorrere dei suoi colori e delle sue stagioni, affidano le proprie speranze tanto il soldato in guerra quanto il genitore che ascolta i silenzi del figlio. L’amato altopiano delle Cesane, luogo dell’anima e motivo ricorrente della poetica di Piersanti, diventa una terra leggendaria, trasfigurata fino a “sconfinare con la Galassia”, rifugio sicuro in cui perdersi per ritrovare se stessi. Umberto Piersanti, tra i più celebrati poeti italiani contemporanei, torna, a cinque anni dalla raccolta “Nel folto dei sentieri“, con versi luminosi che celebrano la vita e l’umanità, una scrittura dell’attenzione che emoziona e suggerisce sentieri “che non sai dove conducono”.

Per ulteriori informazioni: www.lanavediteseo.eu/item/campi-dostinato-amore

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Per eccesso di visione, recensione di Alogenuri d’argento

PER ECCESSO DI VISIONE
sulle poesie di Marina Baldoni

 

Il “tu” nella poesia di Marina Baldoni è il soggetto/oggetto che si lascia attraversare dal tempo della consunzione e del dolore oppure è lo stesso potere dell’amato che a questo tempo condanna. Lirica della testimonianza frammentata – che gli spostamenti grafici attestano in una sorta di smembramento – la poesia non esercita più alcun potere salvifico se non la mera testimonianza dell’esserci senza scampo. Tuttavia è forse l’altro “tu”, quello del dialogo silenzioso dell’anima con se stessa, quello che, senza garantire lo scampo, salvaguarda la possibilità della fuga o della distanza:

mi metto via dal tuo mondo come
si butta il golfino ormai stramato
[…]

e solo un secondo per aver salva

 la vita

Ci sono stanze, trame, crepe, orme, grumi, nodi, tutto un insieme di elementi di cavalcantiana memoria, che appartengono a un lontano “corpo d’amore” e che assumono se non il ruolo di soggetti almeno quello di intensità singolari e assolute, tese infine a produrre non il canto, perché del canto non hanno più totalità e ingenua certezza, ma lacerti di canto e senso, al limite del mutismo, unico “resto” possibile dell’esperienza d’amore. E la poesia è proprio in questo profondo e rigoroso rifiuto della misura distesa e conciliata.

un’ombra sono,

di qualcos’altro qualcosa

che non lascia traccia

Piuttosto è lo scarto che s’impone, lo spostamento in un angolo della pagina, in un gradino sottostante, o a latere della pagina, in una continua attitudine alla fuga dalla totalità e dalla pienezza:

alla fine a contare
sono gli spazi vuoti
le mancanze

Perché della pienezza il presente non può più nutrirsi.
Analogamente anche il meccanismo della visione (che il fare poetico innesca) si rivela iperdeterminato dall’eccesso che dona in quanto tale cecità e verità.

eri  lì
ad un tratto
dove l’onda fa risacca

la tua risata

o forse era un addio

E pare che le apparenze del mondo e della realtà alimentino un senso di sbigottimento che per eccesso di visione si trasforma in rivelazione. La verità è dentro la ferita, “tu ti riaffacci e / qui si muore ogni volta”, è dentro il difetto d’essere che proprio perché tale è in grado di produrre il senso.
Materialmente e simbolicamente è il difetto ottico, la “diplopia binoculare” della poesia che innesca lo svelamento; il gioco delle rifrazioni degli specchi, delle doppie o triple viste, senza le quali tuttavia la vita coinciderebbe con un deserto sterile.

 

diplopia binoculare, mi hanno detto

ad un perverso gioco di specchietti
da qualche tempo mi sono
consegnata
di echi e di riflessi prigioniera

quasi cieca
per eccesso di visione

Quindi vedere o dire la poesia può solo se accetta questa condizione, il suo essere accecata oppure ferita o anche semplicemente orbata dell’ortottica interezza. Del resto il centro di ogni autentica sovranità non sta nel suo stesso dileguare?

 

Alessandro Cartoni

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DIRE, ANZI RIDIRE

Dire. Basterebbe il titolo.
Essenziale. Immediato. Puro.

«Volevo un libro puro per noi due». Un libro che comincia così.
Non è un semplice dire, è piuttosto un ridire.
Michieli aveva pubblicato il primo Dire nel 2008. Ora ritorna, assassino sul luogo del delitto. Il titolo è lo stesso, il libro è cambiato – non potrebbe essere altrimenti, è cambiato il suo autore.

Più che dire, parlare (se ne può parlare?) dell’assenza. Al centro di questa poesia c’è l’assenza: quella dell’amore finito, del padre defunto, dell’Euridice persa per sempre. E non solo perché, come dice Gianfranco Fabbri nella prefazione, «dalla ‘carenza’ […] nasce e si cristallizza il ‘disequilibrio’, la sofferenza e il dolore: si instaura, insomma, il seme che genera la poesia», ma anche perché la vita stessa è assenza, fino al giorno in cui la morte ci renderà assenti finanche a noi stessi. Michieli lo sa, lo sappiamo tutti. Lui ha il coraggio di dire.

La sua Euridice ha il coraggio di essere assente fino in fondo, di accettare la propria morte e liberare sé stessa e Orfeo dalla decadenza dell’amore. O forse – chissà – l’ha sfidato a voltarsi sperando che lui non si voltasse, che non fosse preda della sconsiderata impazienza. Era una prova d’amore, più profonda dello sfidare l’Ade per riportare in vita un antico amore. Era questa la vera prova. Orfeo non l’ha superata.
La verità è questa: non esiste resurrezione.

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La luce di taglio di Elisabetta Pigliapoco

Una luce di taglio
Vertigine e misura nella poesia di Elisabetta Pigliapoco

 

“ho trovato il mio centro nella goccia
che scavava la vena all’avambraccio”

 

Viviamo da tempo in una stagione di posterità, in Italia come nel resto del mondo globalizzato, e in un’atmosfera sempre più alterata-intossicata, anzitutto a livello linguistico.  Accanto al respiro in difficoltà, la visione è opacizzata, così che la profondità sembra essere sparita a favore di una banalità nelle scelte sociali, produttive, culturali che il non-stile dello standard rappresenta. Ora di fronte a un linguaggio tanto impoverito, poeti di più generazioni sembrano trovare il loro comune orizzonte progettuale: una resistenza (e un rilancio?) dell’energia espressiva, che si accompagna spesso a una sensibilità-pietas per i luoghi e per le parlate.

Elisabetta Pigliapoco, dei nati negli anni ’70, ci offre, in questo contesto transgenerazionale, il suo contributo con “La luce di taglio” (Archinto, Milano,2018).  E tanto più risulta interessante il “libro” quanto più, nel contesto di cui si è detto, appare “parco e meditato” (G. Pontiggia, nella Prefazione). Un libro sì d’esordio, ma frutto di un “ventennale lavoro sulla parola e sul linguaggio” (Pontiggia).
Alla qualità, alla concentrazione punta questo “libro”; ed è questo che conta per un’azione di contrasto alla deriva mass-mediatica, e nella ricerca di riattivare la forza creativa del linguaggio. Nelle diverse sezioni del libro ritorna uno stile e un nucleo tematico. Sobrietà linguistica e controllo del pathos sono segno di una pazienza e una consapevolezza circa i limiti intrinseci al dire-essere: “noi che restiamo a terra/ affidati alla pazienza della risacca/ al lento movimento del ritorno” ( p. 41).

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Una camera in fiamme. I versi per sottrarsi a Itaca di Marina Baldoni

Recensione di Alogenuri d’argento

La terza raccolta di Marina Baldoni spicca per il modo particolare con cui dà forma lirica a un tema difficile da interpretare con una chiave estetica originale: il conflitto emotivo. Invece di scantonare o riparare in moduli precostituiti, con i suoi Alogenuri d’argento (Arcipelago Itaca, postfazione di Umberto Piersanti, pp. 72, € 13) Marina Baldoni pone la questione al centro – a fuoco si sarebbe tentati di dire – a soggetto profondo di una scrittura che trasporta il lettore negli interstizi di un dramma esistenziale, dentro un intreccio intimo ed essenziale in cui prevalgono le tinte scure e le superfici ruvide delle parole, dando luce così a una poesia al contempo interrogativa e in sviluppo.

La fonte di questa attitudine è svelata direttamente dall’autrice con la citazione di alcuni versi di Villalta in una epigrafe dalla natura metapoetica: ma se la scissione tra scrittore e vivente ha lunga tradizione, Baldoni dimostra il merito di non esaurire il suo caso negli alveoli minori, seppure calligrafici, di una poetica già solida, bensì di prendere questa quale abbrivio per sondare una ulteriore praticabilità e biforcazione. In risposta alla citazione d’apertura, la raccolta prende le mosse ponendosi immediatamente dalla parte della scrittura:

un’immagine del tutto disonesta
luce attinica e alogenuri d’argento

ma quando sarà tutto quel che resta
qui, guarderanno e non vedrà nessuno
realmente quanto gioco e quanto vero
in quelle linee sparse c’è di te
per prima, lì, in tutta quella vita
a chiederti in che cosa sconfinavi

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La sposa vestita di Angelo Lumelli

di Rossella Frollà

La sposa vestita
di Angelo Lumelli
Edizioni del Verri
Milano, 2018

 

“A pranzo avanzato ero stanco di fotografare il vestito della sposa, impenetrabile.
L’ho fotografata di spalle, per puro caso, mentre teneva la mano sinistra, adorna della fede nuziale, appoggiata sulla tovaglia, inerte, misteriosa, al punto da pensare che potevo toccarla, o addirittura, portarla via. Fu in quel momento che vidi il corpo della sposa muoversi sotto il vestito. Se l’avessi detto a Vale avrebbe fatto una risata da fare voltare tutti.”

Il motore di questo libro non è il plot che qualche volta distrae dalla verità delle cose, ma sono le cose stesse che richiamano il protagonista e i suoi compagni di viaggio: Vale, Helmut, Elisabeth, Moses, Oscar, Matilde, Confù, Fu Giuseppe, Clementina, Franzi, Fulvia. Le cose chiamano lì, dove la loro essenza parla della vita e del mondo. Così l’occhio del fotografo, protagonista di questo racconto, si fa tenero e rapace, prensile di fatti e immagini che diventano detriti e prospettive. Raccolgono le piccole gioie, le ferite della vita a volte dolorose, a volte incomprensibili, ma sempre fertili se guardate sotto la giusta luce. Le immagini sono il vestito del mondo e delle spose. Sono tutte quelle erbe che nomina Confù, i «semprevivi» che trovano «l’estasi nel buio, dentro la polpa. Più il sole picchia, più il semprevivo tiene l’acqua in una oscurità impenetrabile. Sai che i semprevivi vogliono stare al sole? Quello è il loro grande piacere. Una sfida. All’ombra intristiscono subito, si sformano, le roselline si aprono, pallide, come dissanguate». E Confù «è capace di ascoltare quell’acqua al buio per ore», non solo quella del Ticino. E dice ancora: «se raspi un po’ sotto le foglie è tutto vivo» e lì troviamo strutture di significato non altrimenti visibili. «ogni cosa è il paragone di un’altra», l’esperienza della colpa e della malattia colpisce duro mentre «la vita mette in mezzo una primavera dopo l’altra, bella, piena di grazia». L’angoscia, la tristezza, l’attesa infranta non danno più ali al pensiero, e quando la solitudine giunge all’isolamento autistico, l’attacco improvviso dell’occhio al niente dell’aria è il tutto di ogni cosa che non si può respirare, viene l’asma. Ogni amore si può scatenare e forma nell’aria una scia luminosa. Così nelle foto misteriosamente tutto si tocca o addirittura si porta via. I corpi e le cose in movimento e le superfici  richiamano altri corpi e superfici. Scintille di fatti «mandano i pensieri al ricovero». «Altre volte lo spirito scende nei fatti per liberarli». «E se il vestito fosse lo spirito? E se il vestito fosse la nostra astrazione, la nostra fratellanza?». Allora un vento solitario nel girovagare scopre sentieri felici passati inosservati. Del resto ogni inizio cambia le carte in tavola e «un fatto è una nullità rispetto alla sua preparazione». Il mondo si lascia vedere nel mentre sui golfini delle ragazze il lievito è all’opera, l’occhio ferma le immagini e l’aria che si lascia andare sotto le gonne a campana «in una lucentezza senza aliti, pura come la metafisica». Di colpo finisce anche il passato, quello che «ti faceva voltare e tu ti incamminavi, come una penitenza.».

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