Editoria oggi: il trionfo dell’effimero

Umberto Piersanti

C’è stato un tempo in cui i best seller erano opere di  Calvino, Elsa Morante, Cesare Pavese e altri, c’è stato un tempo in cui gli editor erano Vittorini e Sereni. Certo, anche questi editor commettevano i loro errori, basti pensare al rifiuto del Gattopardo. Tutto però avveniva in un quadro di attenzione e di rigore, lo sbaglio era dentro un calcolo delle probabilità ineliminabile. Anche il critico e l’editor più intelligente ha un setaccio in cui passano solo certi grani, magari numerosi, mai però tutti.

Oggi la situazione è completamente diversa: il genere domina incontrastato. Entrando in una libreria noi vediamo subito le cataste di best seller prevalentemente d’oltre oceano e tanti altri comparti dominati da un “tema”. Ecco l’horror, il thriller, il fantasy: i templari impazzano ovunque, le varie fini del mondo annunciate nelle più diverse copertine e magari evitate attraverso l’intervento dell’eroe di turno. E poi tanto Medioevo e tanto futuro mescolati assieme. La new age che impazza, i commissari che si moltiplicano. Senza dimenticare il sesso, soprattutto se raccontato al femminile: dai colpi di spazzola ai colori di varia tonalità, un sesso facile e consumistico, meglio se attraversato da una qualche perversione di tipo sadomaso, impazza presso il pubblico, anche e magari ancor più femminile.

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Non dimenticar le mie parole

Non dimenticar le mie parole

Ricordo di Manlio Sgalambro

di Davide D’Alessandro

Manlio Sgalambro (Foto Wikipedia, di AleKant, licenza: cc-by-sa-3.0)

Doveva morire, Manlio Sgalambro, perché “La cura”, il capolavoro che affidò nelle mani di Franco Battiato tornasse prepotentemente sulle pagine culturali dei nostri stanchi quotidiani, a dirci di due siciliani veraci, di una coppia feconda e luminosa, di un’arte raffinata che non andrà perduta. Se è vero, ed è vero, che “nomen omen”, il destino che risiede in Manlio Sgalambro è di qualcosa che sta di traverso, di sghimbescio, che suona irregolare e perciò singolare, a tratti unico. Se ti chiami Manlio Sgalambro e la terra che ti ha visto nascere si chiama Lentini, sotto la luce impietosa dell’isola bedda, il resto viene da sé. Chi non smette di divorare “La morte del sole”, sa. Chi lo lesse, appena l’autore lo inviò ad Adelphi, non perse tempo a scartarlo. Fortuna, o destino, volle che finì sotto la lente di Roberto Calasso, il quale vi avvertì “un timbro anomalo rispetto a chiunque altro scrivesse di filosofia in Italia”. Anomalo. Aspro. Urticante. Perché Sgalambro non scriveva di filosofia. Viveva la filosofia. Che quasi sempre non si lascia scrivere, ma vivere. E cantare. Come lui l’ha cantata. Con disperazione e leggerezza. Con eterna grandezza.
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Guido Mattia Gallerani: poesia tra vocazione e sguardo

Guido Mattia Gallerani

Falsa partenza (Ladolfi, Borgomanero 2014) è il titolo della raccolta poetica esordiale di Guido Mattia Gallerani (nato nel 1984), annodata percettibilmente ad una parola sovrana che si eleva dalla superficie per seguire una direzione precisa: è la recherche proustiana che ne delimita il raggio d’azione, specie nella prima parte, ma anche una coscienza che proietta ombre, segni a volte incomprensibili dell’accadere umano nell’inquieto movimento di uomini e donne. In questa seconda accezione il verso assume il tono esistenziale di chi sa che in fondo l’altro ci è estraneo, ci sfugge. Andrea Gibellini, in una nota, riferisce di “un luogo potenziale” dove si intessono meraviglie e sconfitte, antinomie compatibili, evidentemente, per esplorare percezione e immaginazione che sono i punti salienti sui quali gira il verso. Una poesia che annuncia corpi e anime, identità e spettri: “D’inverno quando la neve / eguaglia le cose / qui una talpa sbuca a tradimento. / Una traccia di fantasma forse / camuffata in mezzo al bianco”. Eppure Gallerani aderisce alla vita, anche in una dimensione che sembra decisamente in contrasto con le tendenze della poesia italiana delle ultime generazioni, frastagliate, dispersive, che virano verso i labirinti gergali e una costruzione di metodi per lo più sperimentali. Qui non figura un processo astraente, anzi emergono aspetti di comunione con un mondo arcaico, perduto ma concreto, come in uno dei testi d’apertura, tra i più belli: “La casa in mezzo al bosco / preda dell’emorragia del muschio / dopo aver avuto molti possessori / e le unghie scarnificate dalle mura / è ormai fuori dal mucchio / incline allo scivolo sul monte, lontana da tutto”. L’esperienza è vissuta in una sorta di incanto, di fermo-immagine che mette in risalto il dittico spazio-tempo e una nobile civiltà forse confinata nelle campagne modenesi del pre-Appennino, o il mondo naturalistico, da sottobosco, dei tassi, dei castori, dei procioni.

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Uno scempio sotto il Colle dell’Infinito

Ci sono luoghi che hanno una loro sacralità totale, non necessariamente di tipo religioso. Uno di questi è il “Colle dell’Infinito”, forse il più mitico degli spazi nella storia della poesia italiana. In questo colle c’è una casa colonica ottocentesca dunque perfettamente integrate in quel magico paesaggio che si apriva dinanzi agli occhi del grande recanatese. Poteva essere una casa malmessa, magari degradata: bastava ristrutturarla in maniera decorosa mantenendone l’impianto e la struttura. Invece la si trasforma in una country house con parcheggio sotterraneo. La signora Dalla Casapiccola, proprietaria dell’immobile, è riuscita nel suo intento nonostante l’opposizione della Sovrintendenza, di tutte le associazioni ambientaliste e della famiglia Leopardi. Le colpe sono di quella Recanati che si dimostra ancora “natio borgo selvaggio” con un’amministrazione comunale che non aveva mai posto un vincolo di non edificabilità totale e del consiglio di Stato che con miopia ultra leguleia e incolta non ha trovato una maniera per salvare un bene importante della nostra identità nazionale. Ridicolo affermare che la ristrutturazione in country house non alteri il paesaggio come sostiene l’ineffabile avvocatessa della signora Dalla Casapiccola: anche a Urbino c’era un vecchio silos anni ’30 che trasformato in centro commerciale è divenuto un eco mostro sotto le mura. Disturba inoltre il silenzio o la sottovalutazione di questa ignominia portata avanti dalla stampa e dalla Rai regionale: in queste ore sono stati intervistati dai Rai 3 due sprovveduti passanti, uno a favore della country house e uno contro, ma senza che fossero emersi argomenti degni di nota: uno per parte certo, democrazia populista e al ribasso. Una nazione che non sappia mantenere e difendere la sua memoria storica è una nazione a cui manca molto. Bisogna inoltre comprendere che esiste una necessità estetica che non può essere alterata da nessuna dimensione utilitaristica. Il Colle dell’Infinito deve rimanere come era in quanto è un lascito della nostra memoria collettiva che non può essere impunemente profanato.

Umberto Piersanti

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Quando la poesia è contro

Guido Davico Bonino nel suo libro Poeti-contro, Maledetti e ribelli dell’Ottocento francese (Genesi Editrice, Torino 2013), ha il grande merito di scompaginare ogni schema e catalogo, di darci una storia della poesia improntata sugli autori e sulle opere e non già su più o meno astratti criteri metodologici.
Non che l’autore neghi che siano esistite le tre correnti fondamentali che hanno occupato la scena poetica francese: Romantici, Parnassiani e Simbolisti. La partecipazione ad una di questa correnti non ha, però, mai implicato un’adesione totale ed incondizionata; elementi diversi venivano ad intrecciarsi nella prassi e nei risultati. Del resto gli schemi e le scuole hanno una certa utilità come metodi empirici ed estremamente imperfetti di individuare il corso della storia letteraria ma, diventano estremamente negativi quando li si calano sulla vita concreta ed effettiva dei testi e degli autori. Altro elemento di fondo di questo libro è l’avere inserito i grandi in un panorama vastissimo. I Baudelaire e i Mallarmé sono dentro questo paesaggio, ne rappresentano i risultati più importanti, ma non sarebbero concepibili come individualità staccate, come alberi solitari che si innalzano su una piana brulla.

Sembrerebbe impossibile trovare elementi in comune tra i versi di Pierre-Francois Lacenaire, intrisi di rabbia e di derisione nei confronti del sociale, e i toni estremamente esistenziali e riparati di quel Mallarmé che ha fatto scuola a tanta poesia novecentesca non solo francese. Lo sappiamo perfettamente noi italiani che tanto dobbiamo, in particolare nella prima metà del ‘900, alla grande tradizione francese. Continua a leggere →

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Due poesie di Bella Achatovna Achmadulina

Bella Achatovna Achmadulina (Mosca, 10 aprile 1937 – Mosca, 29 novembre 2010) è stata sicuramente una delle voci più interessanti della poesia sovietica. Di padre tataro e di madre italo-russa, insieme al primo marito Evtusenko, a Voznezenskij e Rozdestvenskij,  appartiene alla generazione poetica  del disgelo che aveva permesso libertà di ispirazione e il distacco dalla retorica ufficiale del periodo stalinista. La sua figura poetica può essere considerata l’espressione  di quel fenomeno tipicamente sovietico del divismo letterario.  L’Achmadulina ha portato avanti un’originale ricerca sul linguaggio, guidata dalla purezza espressiva e dalla funzionalità simbolica della parola. Anna Achmatova e Marina Cvetaeva furono sempre un punto costante di riferimento per la poetessa e spesso affiorano nei suoi versi. Come i grandi romanzieri russi dell’Ottocento, il cui stile fu assorbito dalla poesia del Novecento, l’Achamadulina  ricrea atmosfere concentrandosi sui gesti, sul particolare di un oggetto come aveva fatto Anna Achmatova. Ha ricevuto il Premio di Stato in Russia nel 1989,il premio Nazionale di Poesia Nosside in Italia nel 1992; il Premio Triumf in Russia nel 1993; il Premio Puskin in Germania nel 1994 e il premio LericiPea 2008 per l’opera poetica.

Si propongono in traduzione due sue poesie Di donne georgiane i nomi  e La Georgia in sogno. Testi  meni noti che hanno come tema la Georgia, la terra cui Bella Achmadulina si sente profondamente legata da un rapporto quasi viscerale: per lei la Georgia è un marchio nel suo patrimonio genetico che spesso affiora con grande intensità nei suoi versi. La Georgia non è solo un mondo onirico, che riaffiora dall’inconscio,  ma una realtà fatta di suoni, come i nomi delle donne georgiane che si librano nell’aria, di sapori e profumi come quello della vite che ritroviamo in entrambi i testi e di paesaggi.

È anche luogo mistico e spirituale in cui la poetessa entra in comunione perfetta con Dio cui si affida totalmente e che loda nel suo manifestarsi nella sacralità della chiesa di Svetitskhoveli, le cui pietre rappresentano la pietra angolare sui cui si fonda la  cristianità ortodossa georgiana.

di Marzia Dati

Сны о Грузии

Сны о Грузии – вот радость!
И под утро так чиста
виноградовая сладость,
осенившая уста.
Ни о чем я не жалею,
ничего я не хочу -
в золотом Свети-Цховели
ставлю бедную свечу.
малым камушкам во Мцхета
воздаю хвалу и честь.
Господи, пусть будет это
вечно так, как ныне есть.
Пусть всегда мне будут в новость
и колдуют надо мной
родины родной суровость,
нежность родины чужой.

1960
 

La Georgia in sogno

La Georgia in sogno– ecco la  felicità!
E  verso il mattino così nitida
è la dolcezza dell’uva,
ispirate sono  le labbra.
Non è questo che rimpiango,
nulla io desidero –
nella dorata Svetitskhoveli[1]
accendo un umile candela.
Alle piccole pietre di Mtskheta
Rendo lode e onore.
Mio Dio, fa che sia così come
adesso nei secoli dei secoli.
Fa che sempre  a me siano note
e che mi ammalino
della nazione natia la dolcezza,
della nazione straniera la tenerezza.

 
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