Tra migrazioni e trasmigrazioni

Recensione di Tutti gli occhi che ho aperto (Marcos y Marcos, pp. 143, € 20)

Ormai ben definiti dalla critica, ci sono alcuni punti che si possono ritenere saldi nella poetica di Franca Mancinelli, topoi e argomenti che con dimostrata continuità attraversano le sue opere evolvendosi tecnicamente in stile e formulazione, approfondendosi secondo risvolti specifici e precise determinazioni: ma dovendo scegliere tra di loro una coppia, quella che si mostrerebbe sicuramente in primo piano per rilevanza e occorrenza sarebbe l’esperienza del viaggio associata alla relazione con l’altro da sé. Nella sua nuova raccolta, ripartendo da questi assi portanti, l’autrice prosegue quanto tracciato nelle opere precedenti, accogliendo direttrici inedite per tendere verso un nuovo piano concettuale: Franca Mancinelli in Tutti gli occhi che ho aperto (Marcos y Marcos, pp. 143, € 20) riunisce alcune costanti della sua poesia creando un tracciato che ricalibra la loro estensione significativa in direzione metafisica.

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Il Verbo di Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo è certamente un autore che si caratterizza per la sua particolare forma espressiva. La sua poetica è il frutto di una cultura cosmopolita, che nel canto trova una sintesi particolarmente suggestiva. Partito per la Costa Rica, per ragioni di ricerca scientifica, l’esperienza vissuta nel folto di una natura totalizzante lo ha, come il poeta stesso scrive, profondamente influenzato nella vita e nella scrittura. In un’intervista pubblicata in Poesia dei nostri tempi afferma: “A partire dagli anni Novanta, l’esperienza di lavorare a diversi progetti ambientali mi pose in contatto quotidiano con la fauna selvaggia e una vastità di territori incontaminati, un universo di bestie madri, come scrivo in una poesia, che ogni giorno ricreavano il mondo”. Il contatto diretto con un ambiente ancora integro, in una dimensione quasi creaturale, ha fatto scaturire nell’animo del poeta quesiti e problematiche nuove, concernenti il rapporto tra l’uomo e l’habitat.

Ricca di suggestioni, la raccolta L’oceano e altri giorni apre ad un mondo lontano dal nostro, di territori dove la natura regna incontrastata. Quasi inconsciamente la forza di relazione con la vegetazione, in una sorta di metamorfosi, induce l’autore a sentirsi parte integrante della stessa. Scrive nella lirica Due alberi  rivolto alla compagna della sua vita: “forse noi fummo solo due alberi, / disordinati dai colpi del vento, /fortificati da solitudini, /cresciuti solamente insieme/ per morire e continuare a vivere/ogni giorno.” Il lessico di questo libro è ricercato e la cadenza metrica musicale: le frasi si susseguono sempre con eleganza evocativa.

La ricerca costante di un proprio discorso poetico, che lo distinguesse da precedenti modelli, ha indotto il poeta successivamente a ricercare un linguaggio sempre più articolato, capace di tradursi in un ritmo incalzante, talvolta torrentizio, dove ogni parola, con il proprio significato semantico, costituisse un elemento essenziale del discorso.

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Infanzia, eterna epifania

Il nuovo libro di Umberto Piersanti (Campi d’ostinato amore, La nave di Teseo, 2020) è complesso, elegante, speciale. Il filo conduttore che lega indissolubilmente tutte le sezioni (Il passato è una terra remota, Jacopo, In una selva separata, Vicende, L’età breve, Primavera bugiarda) rendendole un corpo unico e solido, è il mondo delle Cesane, che ancora una volta alimenta l’ispirazione del poeta e la sua passione per la vita. Passione per la vita che questi versi rendono perfettamente:

era l’ora perfetta, / luminosa, / luminosi quei due/ lungo la strada

Rispetto alle raccolte precedenti qui è molto più forte la presenza del tema dell’infanzia, rivissuta attraverso una tensione costante, veicolata da epifanie molto diverse da quelle di un preromantico inglese come William Wordsworth, che ricercava un’armoniosa quiete, una tranquillità del cuore. Numerose sono le immagini che illustrano il mondo della natura, descritta con dovizia di particolari, dai fiori con i loro colori agli alberi, dagli insetti agli animali che popolano i boschi. Si tratta di una bellezza di tipo assoluto, ma non viene concessa alcuna possibilità a tentazioni di tipo ecologista, dalle quali Piersanti si è sempre mantenuto ben lontano. A volte, piuttosto, la natura diventa una madre spietata:

[….]
ho visto
 il falco in volo
con la serpe
trafitta nella gola
dai curvi artigli,
l’estremo pigolio dell’uccelletto
che la biscia verdastra
afferra e ingoia,
[….]

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L’immensa normalità di Vittorio Cozzoli

Vittorio Cozzoli, L’immensa normalità (Il Robot Adorabile Edizioni)

Foto di Mint Miller da Pixabay

L’esperienza di Vittorio Cozzoli si muove da sempre su un doppio binario: da una parte la sua lettura e l’approfondimento dell’opera di Dante (è, senza dubbio, uno dei nostri più accreditati dantisti), dall’altra la sua scrittura in versi personalissima e originale, nella convinzione che l’Italia di oggi abbia bisogno di poesia nuova “perché quella che spesso si legge è poca cosa prima di tutto per la ragione che sembra poca cosa quello in cui chi scrive crede”, e poi dal punto di vista della lingua, fatta scendere ormai troppo spesso sotto il livello di guardia.

Per Cozzoli occorrono esempi alti, anche stilisticamente, perché lo stile è segno di qualità-non-retorica, e occorre resistere a un minimalismo della quotidianità che non vede più in là del proprio naso e avere coraggio profetico, ricordando che la poesia ha radici che la lingua stessa non può più a lungo emarginare o ignorare. È insomma ciò che l’autore pensa e sostiene da anni: che la poesia debba portare o ri-portare ad altro di più importante, di più essenziale, al di là del puro recinto letterario, e che sia una vera pratica esoterica.

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Scoperta non è ancora la terra chiamata passato

Di Roberto Marconi, 2021

I ricordi se rimembranze poiché “le memorie / fitte alla gola / e se tendi la mano / quasi le tocchi” sono l’anello di congiunzione che, fondamentalmente, raccolgono in sé tutte le tematiche care di chi scrive le parole tra le virgole. Chiamiamoli per confonderli mementi allora affiorano per esclusione quando si principiano nei versi. Con doviziosa cura, che vuole la stesura sul foglio (tecnologia cara al poeta), questi tipici pensieri si approssimano alla realtà con diniego per affermare una verità inerme. Possiamo dirle immagini del trascorso che s’aggiustano per difetto/per eccesso, rivelando che il passato “magari non esiste, / non sai dove” si sia situato e solo i passi e gli sguardi affettuosi lo ripensano a ogni sfoglio di carta. Non c’è niente da fare Umberto Piersanti dà il meglio di sé quando scruta incessantemente al passato (I luoghi persi docet, come ancora prima Leopardi insegna), il presente lo è meno quando è troppo vicino.

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I cigni neri di Enrico Fraccacreta

Pubblichiamo cinque poesie di Enrico Fraccacreta.

Cigni neri (Foto di abudrian da Pixabay )

A lezione di coltivazioni
l’ultimo arrivato sentenzia sulle file binate di semina
escludendo a primavera le balze di pianura
rivestite di girasoli
che con la luce verticale si voltano di colpo
e le grandi corolle dell’esercito scoppiano
e sembrano tanti birilli abbattuti
dalla grande pallida sfera del sole
coi semi neri sparati da tutte le parti
conficcati nelle fessure delle porte crepate
delle masserie, entrati dalle finestre sotto i portici
nei piatti delle minestre a tavola
negli occhi meravigliati del fratello più piccolo,
quando mio padre uscì dall’aia col fucile in mano.
Ecco la cosa più importante, dice
mentre accarezza l’agnello di Gabriele,
tenere a distanza i bambini dalla semina
e dalla raccolta.
Basta il resto dell’anno
a renderli felici.

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Piccolo taccuino occasionale: storia di un titolo

Ogni poeta ha la sua isola del tesoro, un luogo in cui seppellisce le suggestioni che offrono la vita e l’altrui poesia, per poi presentarle in forma di parole sul palcoscenico del mondo. Tali tesori inaspettati si palesano spesso nello scorrere del vivere quotidiano, ad esempio nel dormiveglia, o nel gesto meccanico della guida. Ospiti inopportuni, a volte, benché graditi. Urge allora, a portata di mano, una sorta di retino per acchiappare quei pensieri che altrimenti volerebbero altrove, persi nel nulla. E quindi ben vengano quaderni, quadernini, agende, fogli sparsi, scatole della pizza fumante che sta andando verso casa. Oppure, taccuini.

Piccolo taccuino occasionale è, appunto, il titolo della terza raccolta poetica di Davide Zizza, pubblicata dall’Editore Ensemble di Roma.

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Umberto Piersanti, Campi d’ostinato amore

di Luca Nicoletti

Campi d’ostinato amore: l’impressione, il sentimento immediato, suscitato da una primissima lettura di alcune poesie di Umberto Piersanti, rese note poco prima della pubblicazione dell’ultimo libro, era già quella di uno stato di grazia. Condizione inseguita e auspicata da ogni poeta, ma concessa con estrema parsimonia dagli dei che attengono alla creazione poetica. E i deserti campi misurati da Piersanti, richiamati da un titolo invero molto bello, appaiono attraversati sì in pensosa solitudine, ma non percorrendo un ozioso movimento di ritorno sugli stessi passi. Sono attraversati, piuttosto, seguendo una direzione felicemente delineata, mutante ma ininterrotta come una “calviniana” spada del sole, orientata nella notte da costellazioni capaci di comprendere un intero cammino esistenziale e di ricerca poetica.

Se lo sguardo è destino, il rito dell’incontro ripetuto, l’incontro improntato allo sguardo e all’ascolto, può creare le condizioni propizie per uno scambio empatico tra essere umano e natura, fra soggetto e oggetto, fra io e mondo. Quando si realizza questa intimità, siamo portati a dubitare dell’alterità stessa del luogo, della natura rispetto a noi, al nostro pensiero, alla nostra mente. La forma di ogni elemento naturale sembra rimandare a qualcos’altro, qualcosa di cui eravamo parte. E i segni disseminati sul territorio ci appaiono come tracce della nostra memoria, di noi stessi. Piersanti persegue, attraverso la descrizione e la nominazione esatta, precisa, quasi ossessiva delle piante, dei fiori e degli animali, il portato di un senso originario. Nel luogo elettivo delle Cesane, la campagna marchigiana degli altipiani vicino a Urbino, può svelarsi l’intersecazione fra mito e destino personale. Così il poeta, nella sincronicità dei ricordi che riaccadono senza vincoli di connessione causale, libera il luogo, e se stesso, dalla tirannia del presente (“da forestiero cammini/dentro il Presente”), e richiama i momenti vissuti dal padre soldato, dalla madre, dai nonni, e da una serie di figure reali ed emblematiche (“una diversa era/ti ha abitato”). La natura selvatica indagata con ostinazione è sì ossessione, ma anche alimento inesauribile della scaturigine creativa. Piersanti disegna la sua mitografia, richiama e ricompone la memoria, quasi mosso dall’interrogativo che Jung pose a se stesso: qual è il tuo mito, quello in cui vivi? La vicenda personale si innesta in uno spazio atemporale, attraversato dalle vicende di chi ha vissuto in un tempo che precede. Allo stesso modo il paesaggio collinare dell’Appennino, il segno onnipresente senza inizio né fine, dirige il pensiero oltre il piccolo universo locale, compensa la marginalità del luogo nella consapevolezza di un’appartenenza storica e mitica, prima ancora che geografica.

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