Alogenuri d’argento di Marina Baldoni

Questa prova poetica di Marina Baldoni intitolata “Alogenuri d’argento” si denota per la raffinatezza e la grande forza espressiva: non a caso è la poetessa stessa a rappresentare un connubio di finezza ed eleganza, quasi come se la poesia ne rappresentasse una specie di “prolungamento”. Il titolo rinvia al vedere e all’essere visto, in una sorta di valéryana commistione: basti pensare alla celeberrima citazione tratta da Monsieur Teste per rendersene conto: “il vedere non è l’essere, il vedere implica l’essere”.

Già il titolo di per sé rinvia all’immagine fotografica, che riesce a racchiudere in uno scatto un momento dato della nostra esistenza, conservandone il ricordo per l’intero arco della vita. La poesia “salgado, 2018” dedicata al grande fotografo franco-brasiliano, bene rappresenta questa infatuazione per l’immagine, per la fotografia d’autore di cui la poetessa è cultrice: “di solito ombre noi,/ per qualche attimo immagini siamo stati/ quasi ritratti/ nelle foto di salgado in bianco e nero”.

E anche l’arte, per Marina Baldoni, assume uno “sguardo – come dice bene Umberto Piersanti nella postfazione – particolarmente intenso quando osserva i quadri. Certo, non è quello di un critico d’arte, ma di una poetessa che ritrova in essi consonanze e analogie”. Si tratta insomma di una poesia che procede per fotogrammi, per immagini nitide ma sovente dolorose che rinviano a una sofferenza sempre sobria, il cui tono è tacitamente “enfatico”, ma in cui c’è tuttavia spazio per una sorta di speranza, una via di fuga da un presente nero e tetro che si può cogliere in questo verso emblematico: “tracciando mappe per la /forse/ mia salvezza”.

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La lingua del sorriso di Gabriella Cinti

di Rossella Frollà

Gabriella Cinti
La lingua del sorriso. Poema da viaggio
Prometheus, Milano, 2020

In questo Poema da viaggio l’interesse per l’antropologia culturale e per la mitologia antica si fondono in quell’unità poetica che si fa incantamento del luogo e della parola, manifestazione mitografica e mitopoietica. La parola è suono e il suono è parola, l’uno richiama l’altra e il luogo richiama il mito, il mito la parola antica investita di sacralità. Tutto è sospeso in quel tempo primigenio in cui dèi ed eroi precedono la storia scritta e scaldano di raggi invisibili la tessitura di questa raccolta dove tutto è dato all’intuizione del cuore: simbolo e nuovi luoghi segreti. E il tessere mitico dell’Universo è la metafora di ciò che sta dietro al mondo visibile, quel luogo che è al di là delle cose e le trascende; le sillabe sono esseri viventi che animano quel luogo privilegiato in cui il sé torna ad essere chiaro e «cantano l’infinito le antiche sillabe». La narrazione procede a ripristinare una sorta di condizione perduta e lo slancio è nel risveglio, in quella Guerra di primavera dove l’«epifania di verde solare/stordisce il fiato.» e rimette al suo posto ogni eco mortale.

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La causa dei giorni di Cinzia Demi

Dopo aver letto d’un fiato l’ultima raccolta poetica di Cinzia Demi, La causa dei giorni, preme sottolineare subito la sua voce inconfondibile, la quale nasce dal verso breve e scattante che solo di quando in quando raggiunge la misura dell’endecasillabo, perlopiù organizzato in strofe altrettanto brevi, dalla rima coadiuvata dall’assonanza, insistita e spesso ravvicinata, talvolta messa in evidenza da una pausa, visiva se non sonora, ottenuta per mezzo di uno spazio interno. Un minimo esempio può essere utile a chiarire meglio. Una celebre clausola montaliana, «chi resta» (si ricordi La Casa dei Doganieri: «Ed io non so chi va e chi resta»), improntata a un ritmo solenne, in questa trascrizione musicale si trasforma, grazie appunto alla rima ribattuta, in un presto rapidissimo: «se chiudi gli occhi / lo vedi il contrasto / tra il fondale e la riva / chi approda e chi resta / non c’è festa nell’andare».

Questa scelta formale è perfettamente coerente con la ricca sostanza della silloge, che è un bilancio dell’esistenza promosso da un ritorno, memoriale prima ancora che fisico, ai luoghi amati dell’infanzia, a quel tratto di costa tirrenica che va dal golfo di Baratti sovrastato dall’antica Populonia al centro storico di Piombino, dal mare con il suo splendore e la sua «innocenza» purificatrice alla campagna che lo circonda: coerente, dicevamo, perché consente una scorrevolezza di affetti e di paesaggi dell’anima per la quale potremmo ricorrere addirittura alla definizione di flusso di coscienza, anche se la materia è molto diversa la quella del monologo di Molly che chiude l’Ulisse.

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Lo strano caso del buon samaritano

di Rossella Frollà

Don Dino Pirri
Lo strano caso del buon samaritano.
Il vangelo per buoni, cattivi e buonisti.
Rizzoli, 2021

«Così guarisco ogni giorno e sono liberato. Cammino e vado raccontando semplicemente».

Non so se siano le urgenze dell’incessante lavorio del profondo a voler emergere, ma tornano di fatto in superficie i frutti di una buona coltura dell’anima. Indubbiamente il Dio si fa conoscere attraverso il cammino, la storia personale che Don Dino ci offre, legata alla parabola forse più rivoluzionaria del Vangelo, quella del Buon Samaritano: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.» Un sacerdote e un levita passarono di lì e fecero finta di non vederlo. «Invece un Samaritano (un eretico per quei tempi), che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino, poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in albergo e si prese cura di lui.».

Scrive Don Dino: «Dio si prende cura di me, nella compassione, fino ad assumere la forma della mia vita. Il Vangelo con le sue parabole non solo descrive cosa sia l’amore ma ci invita a capire che esso «non è l’elenco delle cose da fare», un «prontuario». È, dice l’autore, «il racconto del cuore di Dio. È la narrazione dell’agire di Dio e non la classificazione dei nostri doveri.».

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Un ricordo di Piero Angela

Di Umberto Piersanti

peiro angela

Piero Angela (Foto Wikpedia)

Sono molto onorato di aver avuto un premio con Piero Angela, “L’Albero della Cultura“, promosso dall’Accademia Mondiale della Poesia con il patrocinio di WWF, ANCI, CONFASSOCIAZIONI, il 10 ottobre 2021, all’Orto Botanico di Roma.

Considero Piero Angela qualcosa di più di un grande divulgatore scientifico, ma il difensore della scienza e della razionalità in un’epoca pervasa da grandi e torbidi irrazionalismi. Tutti hanno ricordato Piero Angela, ma da quel che mi risulta solo Mario Draghi ha parlato della sua lotta contro le pseudoscienze.

In realtà, in tutta la sua carriera Piero Angela ha combattuto contro astrologia, parapsicologia, chiaroveggenza, ufologia e tanto altro che inquinano l’orizzonte culturale del nostro tempo. Ha rivelato i trucchi di chi piegava i cucchiaini con la forza del pensiero e di chi diceva di operare con le mani nude. Talora Piero Angela ha anche polemizzato contro chi nella stessa televisione contrabbandava queste pseudoscienze.

Non sono meravigliato del silenzio della Rai sul suo contrasto alle pseudoscienze: se pensiamo che Giacobbo ha avuto un ruolo di primissimo piano alla Rai, possiamo comprendere la timidezza della Rai stessa nel ricordare questo aspetto di Piero Angela. Giacobbo è l’uomo dei sentieri nel grano disegnati dagli alieni, delle foglie vaticinanti in qualche posto dell’estremo Oriente e di tante altre confuse e fantasmagoriche teorie.

In un’epoca in cui i maghi di Milano, non solo di Napoli, riescono quasi ad avere i guadagni dei medici, in un’epoca in cui la new age ci propina superstizioni da pieno Medioevo, il contrasto di Piero Angela a tutto questo è stato un atto non solo ispirato al rigore scientifico, ma alla difesa dei valori della civiltà.

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Un ultimo preludio sulla soglia

Recensione di La figlia che non piange (Francesco Scarabicchi, Einaudi, pp. 148, € 13,00)

Edita postuma da Einaudi, La figlia che non piange è la raccolta con cui si accommiata Francesco Scarabicchi, venuto a mancare dopo una lunga e difficile malattia. Poeta marchigiano, tra i più rilevanti nel panorama nazionale del nostro tempo, Scarabicchi ha perseguito fedelmente una personalissima poetica caratterizzata dalla discrezione e dalla dignità. Non sorprenderà dunque che, nonostante la malattia, nulla nella composizione ceda al dolore o alla sua esibizione: piuttosto che nelle viscere della propria condizione, Scarabicchi con questo capitolo apre per un’ultima volta al lettore le porte di quel mondo altro, intimo eppure prossimo – non alternativo, bensì laterale – che è la sua poesia.

Chi l’ha conosciuta con Il prato bianco riedito da Einaudi nel 2017 ne ritroverà il lessico preciso, circostanziato, esatto e misurato che è posto alle sue fondamenta, ma non solo: egli entrerà in quella residenza di parole di cui esplicito è il principio («Non c’è altro luogo, credimi, che questo, / tutto il bianco possibile, la pagina / e poi quelle formiche delle righe / a dire il poco, il molto che noi siamo» p. 3); vedrà la casa appena rischiarata dalle presenze che l’hanno abitata («Chissà chi era quella luce bassa / che illuminava appena il tavolino, / bagliore calmo tra la sponda e il libro, / chissà se si chiamava come allora / o dalle vele degli anni trasformava / la voce in lume dell’inverno bianco?» p. 8); sarà accolto all’entrata dall’aiuola in cui gli oggetti preservano, grazie alla voce della memoria, una patina della loro possibile esistenza precedente («C’è la corona di conchiglie grandi, / una terra mai mossa, quasi legno, / il piccolo oleandro, una panchina / che forse è stata verde» p. 9).

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Solitudine moltitudine di Mino Petazzini

Mino Petazzini – Solitudine moltitudine – Bohumil 2022

Esiste l’espressione “facilità di scrittura”, e non sempre è una espressione lusinghiera nei confronti di chi scrive, sottintendo a volte una scrittura corriva, che non trova ostacoli perché non ne cerca, vuole restare semplice.
Pensavo se invece si potesse usare l’espressione “felicità di scrittura”. Che non vorrebbe dire scrivere la felicità, e neppure la felicità di chi scrive. Invece si potrebbe pensare questa espressione come uno stato che permette di scrivere con continuità cose di grande valore. Sappiamo che il tempo è una variabile non trascurabile nel lavoro di chi scrive. E questo anche per Petazzini, visto che è di lui che vorremmo parlare. Quindi non so se si può dire che ha attraversato un periodo di “infelicità di scrittura”, ma forse si può sostenere che questi anni sono per Petazzini anni davvero di felicità di scrittura.

Fra il 2019 e oggi ci sono i due libri per Bohumil, Scheggiando i muri e questo Solitudine moltitudine, e poi le grandi antologie con Luca Sossella editore La poesia degli alberi, prima, poi La poesia degli animali (la prima parte), poi sta per arrivare una seconda parte, poi alcuni titoli già quasi pronti ma ancora inediti (qualcosa ha potuto leggere, chi scrive).
Ma proviamo a cominciare a dire qualcosa di Solitudine moltitudine.

Stringendo al massimo: è un libro riuscitissimo, e meraviglioso (vero, in genere non si usano aggettivi della categoria estetica, ma si fa per chiarirsi. Si vorrebbe nel corso di queste righe provare a giustificare e argomentare la scelta).

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Soglie vietate di Massimo Parolini

Massimo Parolini, Soglie vietate, prefazione di Umberto Piersanti, con sei immagini di Laura Parolini, Arcipelago Itaca edizioni, Ancona 2022.

di Claudio Tugnoli

I testi dell’ultima raccolta di poesie di Massimo Parolini germogliano sullo sfondo di una riflessione, anzi per meglio dire, di una constatazione che evoca la concezione buddista della natura delle cose. Che nulla esista di per sé, in modo separato e indipendente, è uno degli insegnamenti fondamentali del buddismo. Impossibile sostenere l’esistenza intrinseca del mondo o dell’io presi a sé. Nel buddismo, il fatto che tutti i fenomeni condizionati siano impermanenti, scoraggia il nostro attaccamento alle cose del mondo. Condizionato significa dipendente da qualcosa d’altro. Se scomponiamo analiticamente una qualsiasi entità nei suoi fattori ultimi, vediamo che questi ne rappresentano la condizione di esistenza e tuttavia ciascuno di essi rinvia a una serie di altri elementi e così via indefinitamente. Nessun fenomeno dunque esiste di per sé, niente è indipendente, niente possiede un’esistenza intrinseca, ma tutto è condizionato e interdipendente. Quindi è del tutto illusoria e infondata la percezione delle cose come dotate di esistenza propria, intrinseca, autosufficiente, perché di fatto ogni cosa del mondo deve la propria esistenza ad altro da sé. La natura di ciascun ente è la mancanza di natura propria: vacuità e impermanenza.

La poesia però non è deludente ammissione del dominio incontrastato del nulla: essa si giustifica in quanto memoria salvifica, canto di superamento della sventura che sfianca e logora e sfinisce ogni esistenza. La poesia incarna la più risoluta obiezione al nichilismo che rattrista l’animo dei giovani e ne spegne l’energia e la fiducia nel futuro. Il fumo che esce dal camino in un giorno d’inverno assume forme riconoscibili di esseri animati, «ma presto cresce e sale, / si disperde, / si raffina, / e non c’è forma / che sia uguale a quella di prima…/ tutto muta, immutabile, e ci chiama / e ci investe e ci chiede / occhi allo sguardo che dormiva…» (p. 11). L’evidenza del vuoto di tutte le cose non giustifica la negazione del valore di ciò che è stato. Ogni forma, ogni vita, se accolta dallo sguardo del poeta, rifulge di una bellezza immateriale e incorruttibile e così entra nella dimensione dell’essere sub specie aeternitatis, sottraendosi all’incalzare del tempo edax rerum e sfuggendo all’indifferenza degli umani. Il poeta immagina che «svaniremo, forse, pulviscolo fra le stelle», ma rivolgendosi alla «animula che il mio giorno sfoglia» la invita a «non chiamare la resa che consola…/ mi sei cara più della prima luce, se appari / – labbra d’ambra – e ti adagi / sul mio respiro insetto, tu che tessi / senza sosta / ogni ora  la mia tela» (p. 17).

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