Santoro Anno zero: tra livore e squallore

Umberto Piersanti

Nessuno pretende da Santoro un giornalismo all’inglese, una comunicazione per quanto possibile “oggettiva”, ma la puntata di Anno zero andata in onda giovedì 18 giugno su La7 ha superato ogni limite di scorrettezza e di faziosità. All’inizio il tribuno ha fatto una lunga concione risoltasi una apologia di se stesso: mai aveva sbagliato il corso delle cose, l’andamento della storia. Levato il fatto che si potrebbe ricordare la sua appartenenza giovanile ai gruppi maoisti, l’adesione entusiasta a quella rivoluzione culturale che secondo il Ministero degli interni cinese ha fatto circa 70 milioni di morti, in maniera diretta e indiretta, anche il rivendicare la denuncia dei bombardamenti alleati sulla Serbia non teneva conto della precedente strage di Srebrenica, peggiore della storia europea dopo la Seconda guerra mondiale.

L’immagine di Renzi riproposta nel teleschermo era sempre la più ridicola e la più abnorme possibile: già con quella immagine si voleva pesantemente condizionare la percezione degli spettatori. Inoltre mancava una qualsiasi voce in difesa del premier. Si trattava dunque di una personale crociata piena di livore e d’odio che non rimandava a una critica, anche la più feroce, ma si limitava allo sberleffo e all’ingiuria.

Il momento più assurdo è stato, però, il siparietto tra Travaglio ed una sua amica. Si trattava di ripercorrere ed accostare momenti salienti della parabola mussoliniana alle attuali vicende renziane. Una banale corsa sugli sci del premier risultava dunque l’equivalente della battaglia del grano con Mussolini a torso nudo che troneggiava sulla macchina da battere. Un discorso politico magari incentrato sulla critica alle opposizioni veniva accostato niente meno che alla dichiarazione di guerra mussoliniana del 10 giungo 1940 alla Francia e alla Gran Bretagna.

Travaglio accompagnava le immagini con commenti feroci: quanto piace a costui giocare a fare il Saint-Just nostrano! Ma tutti sappiamo che certi momenti e personaggi storici una volta che vengono ripresentati in forme analoghe in altri momenti e situazioni, passano dalla tragedia alla commedia.

Nessuno intende discutere il diritto alla critica anche la più violenta, ma una trasmissione rivolta a un grande pubblico e che non si esaurisce in una dimensione di satira, ha l’assoluto dovere di proporre una qualche pluralità di voci e di interpretazioni.

Il discorso qui si fa culturale e interessa la sociologia della comunicazione. Con questa puntata Santoro ha portato all’apice quei programmi che si basano sull’urlo e l’invettiva, quei programmi che fanno delle personali idiosincrasie del conduttore l’elemento cardine del discorso.

Altre volte avevamo visto la faziosità di Santoro, ma l’intelligenza e la capacità di comunicare in qualche modo avevano migliorato il nostro giudizio. Un Santoro invecchiato e rancoroso, autoritario e violento, officiato dal puritano e fanatico Travaglio, rappresenta quanto oggi c’è di peggio (ma forse la “Gabbia” di Paragone resta insuperabile) nell’attuale comunicazione sociale e politica italiana.

Umberto Piersanti

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Paolo Lagazzi: quella luce è amore o illusione?

Paolo Lagazzi

Paolo Lagazzi è nato a Parma nel 1949 e risiede a Milano, dove si occupa di letteratura, buddismo, musica, cinema e pittura. Ha curato i Meridiani Mondadori dei poeti Attilio Bertolucci e Maria Luisa Spaziani, nonché del critico Pietro Citati. I suoi interessi si rivolgono in particolare agli autori giapponesi e alle culture orientali. Tra i risvolti della recente attività di Lagazzi si segnala l’esordio romanzesco (potremmo definirlo un romanzo di idee, un vero e proprio romanzo-saggio) con un’intensa storia d’amore e amicizia, seppure i due sentimenti siano costantemente in attrito. La vicenda è sospesa in un vuoto pneumatico dove il pensiero è coniugato all’immaginazione ed emergono più domande che risposte, una volta rotta la diga dell’anima. Domande che “tornano in folla”, che si ammassano, paragonate ad una nuvola mossa dal vento, a pensieri appesi alla forza di ciò che scivola via. Non c’è plot in questa narrazione, ma un immenso fondale amalgamato dove attingere per esprimere, in un’unica cadenza tonale, questi sentimenti che durano addirittura anni, tersi quanto struggenti, dolorosi. Il titolo è Light stone (Passigli 2014), vale a dire “pietra leggera” o “pietra di luce”, a significare un peso nello stomaco o un bagliore nitido di ametista per un’autentica prova di fedeltà nella sfida della comunicazione virtuale.

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L’adolescenza e la notte

Luigi Fontanella
L’adolescenza e la notte

prefazione di Paolo Lagazzi
Passigli Poesia, 2015

di Rossella Frollà

«Non sono mai entrato nella vita./[…]Ma mi commuovo/per un nonnulla, l’adolescenza/è assoluta ed eterna./È l’unica cosa che resta.». Aprono l’anima le parole prigioniere delle tante storie come fosse l’ultimo giorno ed è l’assalto più tenero al giorno nel suo presente e al mio cuore. Una gioia si muove orizzontalmente al mondo ripescando nelle sue acque più profonde le «corse a perdifiato/e dispute improvvise, il pugno/che partiva di scatto.». La lontananza si fa specchio dell’anima che accoglie antiche figure, immagini luminose appena sfiorate, pronte a rinverdire le zolle insondabili del tempo che scorre, così a lungo coltivate nel cuore finché resterà qualche cosa di più di un ricordo. Torna lo stato d’animo e l’invisibile della vita in mezzo al silenzio e alle voci, la commozione, che non si lascia ingannare da incrinature decadenti ma è tenera, potente conquista di gratitudine. Ogni cosa nascosta o remota si fa prima del soffrire e del gioire, prima della vita nel suo andare. Si fa figlia senza un disegno apparente e chissà da dove o per quale altra via cercherà l’io e darà vita ad altre infinite adolescenze, a sensibili ferite, mai presagite da una condizione di malinconia ma riferite attraverso la verità della parola che fa dono di sé. E cosa può essere donata se non l’amicizia col mondo, l’essere vicini nel luogo più maturo della vita in cui rinasce la scintilla di comunione e di piacevole contatto col vivere lontano che non si spegne facilmente perché ogni volto possa richiamare intorno a sé l’altro in un reciproco contatto di memoria, perché chi ci veda possa riconoscerci.
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Nel respiro della Natura

La raccolta poetica di Umberto Piersanti, di recentissima pubblicazione, Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos- 2015), riunisce liriche scritte dall’autore nell’arco di un tempo che va dal 2009 al 2013. È un libro estremamente denso e significativo: suddiviso in sei sezioni, comprende all’incirca cinquantasei testi poetici. In quasi tutte le liriche è riscontrabile una tensione costante al poemetto, che supera di gran lunga il ricorso al frammento lirico, pur presente nell’opera dell’urbinate.

Il titolo ha un ampio portato simbolico, in quanto a livello metaforico apre ad un vasto orizzonte psicologico e spirituale. La nozione di sentiero, infatti, se su di un piano di lettura simbolico viene a rappresentare il cammino, il destino spirituale di un uomo, sul piano naturalistico, ci riporta, invece, ad una cognizione geografica di luogo. E quando quest’ultimo assurge ad universo poetico di un autore, entra in simbiosi con la sua storia, con il tempo della sua memoria. Diviene, come disse Vittorio Sereni, riferendosi ad Attilio Bertolucci, una patria poetica, sottolineandone l’approdo ad una maturità espressiva in cui il senso del luogo, divenuto oggetto di trasfigurazione, si trasforma in uno spazio che diventa universale, dove l’autore ritrova le proprie origini, la fonte primaria della sua ispirazione.

Sappiamo che la patria poetica di Umberto Piersanti sono i luoghi persi delle sue amate Cesane, celebrate Nei luoghi persi, raccolta definita da Carlo Bo Georgiche di carattere familiare, dove l’autore, innanzi all’incanto d’una natura incontaminata, ritrova le sue origini, i suoi affetti più profondi, legati ad un mondo contadino magico e fatato, ormai scomparso, che rivive in una nuova mitologia personale.

I versi di questo nuovo libro hanno il respiro stesso della natura, che accompagna le vicende esistenziali e memoriali del poeta, con la sua straordinaria forza consolatoria, lungo i più diversi sentieri: “ma se sulla terra/ ti distendi/ con l’erbe sopra gli occhi,/ i sassi accanto/ si perdono nell’aria/ anche i dolori”. Piersanti chiama ogni pianta, ogni fiore con il proprio nome, dà loro una particolare forza simbolica ed impressionistica. La ricchezza e la sontuosità degli elementi naturalistici rammentano il volume, precedente la celebre trilogia einaudiana, intitolato Passaggio di sequenza, caratterizzato da un’intensa musicalità, dovuta all’endecasillabo, il metro stilistico in cui è interamente composta. In entrambe le raccolte, infatti, oltre alla dimensione memoriale, è riscontrabile una percezione della bellezza, sia artistica, quanto paesaggistica, che risente di un forte impulso della lettura de La Recherche di Proust, considerato dall’autore il più lirico, in assoluto, dei romanzieri.
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Recensione di ‘Ero Maddalena’

Cinzia Demi
Ero Maddalena
Puntoacapo Editrice di Cristina Daglio

di Rossella Frollà

«Maddalena è la cura/il nome che ho addosso/che brucia memoria». «Maddalena c’est moi» scrive nella prefazione al libro Gabriella Sica.  La rievocazione poetica di Maria Maddalena ci ha riconsegnato con tutta la sua forza prorompente l’atto dell’abbandono inteso come smarrimento dentro e nel mondo, smarrimento senza fine «nella storia terrena di Cristo[…] che ha trasceso l’umano» (Rosa Elisa Giangoia, postfazione al libro). Si mischiano, come spesso accade per questa figura, «la voluttà di carne di ardore» con la prima innocenza che si perde prigioniera: «scalza come un bambino/nuda di consolazione/cerco l’antro di un portone/o la fredda scala/la balaustra di una chiesa/il riparo di una prigione. Qui, al riparo dall’ardore umano: «un bacio sì un bacio/sulla bocca me l’ha dato/un saluto una carezza», l’ardore si fa conoscenza senza fine. E per le strade a Bologna, col vento di ponente che da sempre accompagna la Maddalena, da allora quando la statua approdò sull’isola sarda, ora è lei l’anima che chiama: «e a quegli occhi di sirena/di donna sola/come il silenzio come la pena» la pietà nel suo ardore si piega su «di uno che ho visto morto/che non è più nessuno». Lo smarrimento della donna poeta è il precipitare in un eco senza fine di certezze che ci fanno star bene là dove ci troviamo, senza infingimenti e senza colpe ma soli con l’amore. E il vento passa come manto regale contro il male di un mondo che pare perdersi in ogni secolo, in ogni sua stagione e ci devasta l’idea che non possa più accogliere ma distruggere le menti, i corpi e le speranze. Continua a leggere →

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Un saggio sull’Estate dell’Altro Millennio

L’ESTATE DELL’ALTRO MILLENNIO E IL SUO RAPPORTO CON DUE CLASSICI DEL GENERE -UNA QUESTIONE PRIVATA DI BEPPE FENOGLIO E IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO DI ITALO CALVINO

L’Estate dell’altro Millennio uscito nel 2001 da Marsilio e ristampato da Mursia Editore nel 2013, è sicuramente il romanzo più completo di Umberto Piersanti, quello in cui possiamo rintracciare i motivi dominanti della sua poetica.
La storia si svolge tra il 1939 e il 45, occupa cioè l’intero corso della seconda guerra mondiale.
Siamo nell’estate del 1939 a Urbino, immediatamente prima dello scoppio del conflitto. I protagonisti del romanzo sono Marco e Franco. Marco è uno studente di Lettere ormai prossimo alla laurea, gli piace vagabondare per i suoi luoghi ripensando ai versi dei suoi amati poeti.
In questo suo girovagare, si imbatte in un gruppo di ragazze contadine, le “ninfe boschereccie del luogo”. Tra queste ragazze una attira la sua attenzione: è Maria, che occuperà un posto importante in tutta la vicenda. Maria dall’aspetto gentile, con capelli rosso-castani e grandi occhi espressivi, lontana sia nell’aspetto che nel modo di sentire dalle altre ragazze contadine. Anche Franco, l’altro protagonista della storia, incontrerà Maria.

Franco è un contadino, ha una visione molto più concreta e diretta del mondo: la terra, il lavoro e i doveri verso la grande famiglia. Franco conosce Maria mentre va a caccia e viene invitato nella sua casa a bere un bicchiere di vino. Di lì inizia la loro storia d’amore. Le vite di Marco e Franco proseguono parallele sino a quando la guerra lì farà incontrare. Prima della guerra Marco vive una vita felice e spensierata con i suoi amici, Antonio e Ettore. Quest’ultimo è anche il suo antagonista: entrambi aspirano all’amore della bella contessa Laura, appartenente ad una ricca e nobile famiglia urbinate. Il suo modo d’essere e d’intendere è diverso, molto più evoluto di quello delle ragazze del tempo: scanzonata, sorridente, colta e capace di interagire con gli uomini che le stanno attorno.
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