Lettera aperta a Carlo Smuraglia

Umberto Piersanti

Sicuramente i ragazzi di Rifondazione e affini che costituiscono le nuove leve dell’ANPI non possono sapere molto della resistenza italiana, ma Carlo Smuraglia avendola vissuta, la conosce bene. Alla Resistenza hanno partecipato i più diversi strati sociali e tutti i partiti antifascisti, dai badogliani ai comunisti. È vero, in particolare nelle zone del Centro e dell’Emilia, i partigiani garibaldini erano i più numerosi: è anche vero che furono quelli che si macchiarono di alcuni gravi crimini. Ricordiamo fra tutti l’eccidio di Porzus dove i garibaldini massacrarono i capi della brigata partigiana Osoppo tra i quali il giovane Guido Pasolini, fratello del grande scrittore. E ricordiamo ancora le varie uccisioni ingiustificate nel triangolo della morte, tra Modena, Reggio e Parma.

Tutto questo non toglie quasi nulla al valore della Resistenza che significava riprendere le armi contro il fascismo ed il nazismo, contro chi costruiva o appoggiava i campi di sterminio: i partigiani erano dalla parte giusta al di là di ogni singola azione. I repubblichini di Salò erano dalla parte sbagliata anche quando sul piano personale poteva trattarsi di qualche giovane idealista convinto di servire la dignità della patria.

Il più grande scrittore che abbia raccontato la Resistenza, Beppe Fenoglio, era un “azzurro”, militava dunque nelle formazioni monarchiche piemontesi.

Compito dell’ANPI è dunque quello di mantenere un’unità della memoria, una memoria riconosciuta da tutti che sia molto al di sopra degli schieramenti attuali e delle lotte politiche contemporanee. L’ANPI non poteva e non doveva pronunciarsi né per il sì né per il no perché questo significava entrare in uno scontro partitico, diventare fazione contro altre fazioni. In questo modo si giustifica anche l’opinione di chi non attribuisce all’ANPI una identità trasversale e nazionale, ma la configura come una parte della sinistra, magari di quella sinistra radicale che rappresenta solo il cinque per cento degli italiani.

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Estinzione di Marco Capponi

Recensione di Rossella Frollà

Estinzione
di Marco Capponi
Edizioni Divinafollia, 2016

Attualissimo, questo libro di Marco Capponi, arriva puntuale nel delicato passaggio in cui pare possibile che le nostre esistenze siano interamente nelle nostre mani. L’ingegneria genetica può ridisegnare le nostre fondamenta così che la distinzione tra natura e artificio sembra essere destinata a non avere lati.
La potenza dell’uomo sul cosmo vertiginosamente aumentata nell’ultimo secolo ha reso l’uomo ora più che mai «un progetto aperto sull’infinito».
Tuttavia resta fragile e delicato il problema del controllo e della responsabilità sui nuovi temi sociali, culturali, etici che si andranno a delineare nei prossimi anni.
Il controllo su ciò che va oltre l’umano, dalla sofisticazione della base biologica dell’uomo all’annientamento della sua umanità, si fa più che mai decisivo per l’avvio di questa nuova stagione.
E la Natura ignara del bene e del male, delle inondazioni e dei terremoti, delle epidemie, è lì che guarda questa nostra grande volontà di andare oltre l’umano che ci è dato fino all’impossibile artificialmente prodotto e costruito per la nostra evoluzione non certo per la nostra sola intelligenza.

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Poesie di Marzia Dati

Albion

ritorno a te dopo un lungo viaggio
dove nuove tempeste e naufragi
mi risuonano dentro il sangue

venti colmi di pioggia e nuvole minacciose
lo hanno gravato di pesi appesi come l’albatros
all’albero maestro della mia nave

l’uragano sembra passato
le nuvole si sono liquefatte
nelle distese azzurre che ho solcato

c’è un porto sicuro che mi attende
e nell’attesa faccio di parole versi.

Risacca

Quello che mi chiedi
non mi è noto,
ancora.
Mi lascio andare
al moto
lento
e
costante
del
Mediterraneo,
che bagna il mio corpo
nell’agosto assolato.

La risacca
sembra confermare
il moto
perpetuo
del
dare
e
dell’avere
in un equilibrio
spesso non perfetto.

Mi abbandono
e abbandonandomi,
sono solo un frammento
delle leggi imperscrutabili
dell’universo.

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Guido Garufi: i fratelli della residenza affettiva

Guido Garufi

In un contesto attuale sempre più dentellato e conflittuale, emerge ancora una poesia che procede per sottrazione ma non dimenticanza, non per indifferenza o per estemporaneità, o peggio ancora seguendo una moda dilettantistica e dogmatica priva di acquisizioni, di studio. E’ una poesia memoriale, identitaria, legata all’esperienza di un’irripetibile stagione lirica, melodica, contrapposta ad un progetto chirurgico fondato sullo smottamento della parola, sul valore sostanziale del gergo e sullo strutturalismo della versificazione (cioè figlia di uno sperimentalismo ad oltranza). Si allude alla poesia della vita, che dal passato raccoglie i detriti e ne impianta la ragione esistenziale e resistenziale, irrinunciabile dello scrivere. Fratelli (Aragno 2016) di Guido Garufi (nato a Macerata nel 1949), raccolta uscita nella prestigiosa collana diretta da Giovanni Tesio, si adatta perfettamente alla premessa in un registro dialogico cristallizzato nel rapporto con se stessi e con il mondo circostante.

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Il destino nel romanzo e del romanzo

Su “Repubblica” del 7 agosto è stato aperto un dibattito sul romanzo, sulla sua fine ingloriosa, secondo alcuni (gli apocalittici), e sulla vitalità della narrazione, secondo altri (i continuisti). Il processo al romanzo, che è anche il titolo dell’articolo di Paolo Mauri, nasce per lo più dalle considerazioni espresse da Giorgio Ficara nel volume Lettere non italiane edito da Bompiani nel 2016, incentrate sulla cosiddetta “letteratura interrotta” (sottotitolo del saggio). Ha senz’altro ragione Ficara quando rileva che la pubblicazione di romanzi seriali è basata su una lingua planetaria, deducibile dall’informazione. Non c’è continuità con la lingua dei grandi predecessori, quella di Pasolini, di Calvino, di Parise ecc. Manca per lo più una letteratura “biologica”, mentre l’attingere da altri linguaggi rende il romanzo consumato, standardizzato.

Il narratore Nicola Lagioia scrive: “Da alcuni secoli c’è un evidente bisogno di riconoscersi in questo specchio multiforme chiamato romanzo. A quanto pare per ora la gente non ha intenzione di farne a meno”. C’è un punto di snodo della discussione che Paolo Mauri ha messo bene in evidenza all’inizio del suo pezzo e che spinge a considerare il romanzo schiacciato nella rete di inglobamento dell’editoria. Ha poco senso parlare di destino del romanzo se non si tira in ballo il profitto dell’editoria. Le due cose appaiono strettamente e inconfondibilmente legate. Mauri sostiene: “La fortuna immensa dei gialli e dei thriller obbedisce, con qualche eccezione, alla regola del consumo: cerco l’emozione del delitto, del cadavere da scrutinare, ma più ancora il gusto dell’indagine ben sapendo che alla fine l’investigatore, dopo avermi sapientemente intrattenuto, mi regalerà una soluzione”. La stessa cosa avviene nei format dei programmi televisivi, come nel cinema. Il modello di importazione anglosassone ha sviluppato un genere di culto: il romanzo giallo, noir, thriller è diventato pervasivo rispondendo ad un’esigenza meramente di mercato. Il romanzo è congestionato dall’influsso delle arti audiovisive, dove la cronaca nera e il “delitto fittizio”, come lo definisce Mauri, si trasformano in una metastasi rigenerata di giorno in giorno.

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Bergoglio, la religione, il terrorismo

Umberto Piersanti

Secondo Bergoglio tutti gli atti terroristici derivano da una questione “soldi”. Ma i due terroristi islamici che hanno sgozzato quel tenace e mite prete sull’altare cercavano forse dei soldi? E dove l’avrebbero potuti trovare, magari nella cassetta delle offerte?

Bergoglio sostiene che la religione non ha a che fare con nessun tipo di violenza: dovremmo ricordargli le persecuzioni pagane dei cristiani contraccambiate da questi non appena hanno preso il potere? E le terribili guerre di religione tra protestanti e cattolici certamente intrecciate di motivi politici territoriali ed economici, ma delle quali la religione aveva certamente un peso? E le guerre degli aztechi non erano forse dovute alla necessità di procurarsi un’alta quantità di prigionieri da sacrificare agli dei perché il sole tornasse a sorgere? La tolleranza verso le opinioni altrui verso tesi e concezioni del mondo diverse, sono un frutto di un pensiero laico, dall’umanesimo all’illuminismo. Certo questo pensiero laico si è sviluppato all’interno di una civiltà cristiana anche attraverso una precisa contrapposizione. Nell’Islam non c’è stato nessun illuminismo, nessuna tradizione laica: inoltre non bisogna dimenticare che Maometto, a differenza di Gesù, è un profeta con la spada e fin dall’inizio l’espansione dell’Islam deve molto alla spada.

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