Recensione di ‘Linea intera, Linea spezzata’

Milo De Angelis
Linea intera,
Linea spezzata
Mondadori Libri, Milano 2021

In questa narrazione morbida e vibrante, tagliente dal profondo, immediata e coinvolgente, l’io lirico si apre senza infingimenti. Si manifesta con una «prosa» intensa, posta in attesa, lì, dove non c’è nulla di chiaro se non l’atto finale, la fine e la perdita di ogni cosa. La tragedia torna a volare come semplice attuazione del desiderio che investiga il buio e l’altrove forse in cerca del chiaro. Tutto sembra confluire in un grande segreto che coincide con il ritmo delle cose. E ciascuna porta con sé la possibilità latente del frangere, ciascuna può spezzarsi da un momento all’altro e aprire una spaccatura mortale in chi la ode. Ogni cosa che chiama dal profondo della «voragine» è «l’isola segreta, remota, irraggiungibile». E ancora «l’isola sarà guardata nella sua bellezza», nel punto d’incontro tra lo slancio vitale e l’abisso che si spalanca nel nulla, nel non senso. Uno sgomento lucido e piano intesse la versificazione narrativa della catastrofe.

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Ed è sera ed è mattina

Ad un certo punto della propria vita si arriva a riecheggiare il passato, a ripopolarlo delle persone, delle immagini, dei paesaggi che l’hanno contornato e definito; tutto questo è, direi, la cosa più normale del mondo, qualcosa che si inscrive nella naturale progressione del proprio tempo, e l’eco di quel suono passato, se posto a confronto con quello che si vive, cambia le proporzioni (e la percezione) della propria quotidianità. Non è solo una questione di bilanci, anche se questi non mancano mai, neppure quando il momento del rammemorare non si era ancora proposto con la necessaria forza (non peso, non amo questo termine) – con la durezza, vorrei anche dire – degli anni.

Non solo un bilancio, quindi, ma pure una raccolta a sé di quel tempo, una riproposizione sempre poetica, nel senso più lato del termine, della vita passata. Quella poesia, in genere, viene conservata nel proprio intimo, non si traduce in null’altro che in un ricordo più o meno patetico (nel senso di un pathos che lo anima e lo ravviva). Quando però la poesia esce dal suo senso esteso e si fa precisa parola creatrice di sentimenti, immagini, di una visione che trascenda i bilanci o la nostalgia per qualcosa che si è perduto tra le nebbie del tempo; quando il ricordo è precisamente la materia di un poeta (la sua scrittura), allora il rammemorare acquista un tono, una densità, una forza affatto diversa.

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Il buio della scarpiera

Francesca Piovesan:  Il buio della scarpiera
Giuliano Ladolfi Editore – 2019

Il buio della scarpiera: difficile resistere al richiamo di un titolo tanto originale.

E se è istinto del poeta andare a intingere la penna dove più fitto respira l’inchiostro delle ombre, è proprio il buio di quel vano negletto e anonimo il luogo dove Francesca Piovesan va a portare la luce della sua poesia.

Questo suo più recente lavoro, il terzo in versi, esita in un volume snello ma di grande intensità, fin dalla citazione in apertura, tratta da Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, dove il poeta caro all’autrice pone l’accento sull’intima fierezza di donne col “dolore come destino”, sulla loro segreta bellezza, plasmata dal conflitto fra due forze opposte: sogno e disincanto. La citazione ci introduce a un dualismo che è il sottile filo conduttore dell’intera raccolta. Cinque sezioni, cinque stazioni di un viaggio di formazione dell’io femminile protagonista, dall’iniziale condizione di “Attesa”, di ripiegamento sulla “Memoria” alla finalmente raggiunta consapevolezza del “sé”, affermata perfino con “Impertinenza”.  E una volta indossato e fatto proprio l’abito di libertà necessario, ecco l’audacia, la sfrontatezza di affrontare il segreto custodito nell’oscurità della scarpiera.

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Fedeltà alla poesia

Il concetto di canone spesso non corrisponde ad una precisa connotazione, anche se da un punto di vista etimologico il termine indica una misura, dal latino canon, canonis, in quanto è il risultato di scelte inevitabilmente influenzate dal contesto storico, sociale e culturale e rispecchia un criterio di selezione e di valutazione rivolto all’inclusione o all’esclusione di determinate opere.

Nella recentissima antologia poetica intitolata Braci (ed. Bompiani, Milano 2021), il curatore Arnaldo Colasanti, non sembra avere ricercato un criterio di scelta univoca, un canone cui attenersi, data, come lui stesso scrive “la labirintica verità in fieri dei processi espressivi” di ogni poeta. Il metodo di indagine critica che ha scelto è ermeneutico, rivolto cioè all’auscultazione dei testi: l’ermeneutica è, infatti, un atteggiamento conoscitivo che tende a mettere in luce o accentuare il non detto. Hans Georg Gadamer e Paul Ricoeur, nella loro definizione di ermeneutica partono precisamente da questo punto: ossia dall’interpretazione non come “atto”, più o meno cosciente, ma come “luogo d’origine” o “processo vivo”.

Nei testi degli autori che ha incluso Colasanti, scusandosi d’aver trascurato molte voci di rilievo nell’ambito della poesia contemporanea, ha ricercato, come scrive, “il mitico Geist”, inteso, secondo il pensiero Schellinghiano, quale “fame di essere”: la lingua cioè concepita come corpo vivente “nella sua fatica di studio “e “nella sua capacità d’immaginazione”.

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Pensiero per Francesco Scarabicchi

L’AMICIZIA

Francesco Scarabicchi (Foto di Giandomenico Papa)

È possibile raccontare un’amicizia senza infrangere il suo valore? Impresa ardua che non intendo affrontare, spaventato dalla possibilità di sciupare la sua intimità con l’inadeguatezza della parola. L’amicizia, come l’amore, non si governa, non si sceglie. È un destino altro a farsene carico. A noi il compito di comprenderne il senso, il legame sommerso che ne conduce le gesta e ne condiziona gli esiti. Sappiamo riconoscerla, alimentarla, apprezzarla, ma non possediamo i suoi reconditi meandri, fortunatamente sottratti dalla nostra disponibilità. Dove, quindi, si forma e si manifesta l’amicizia? Là ove la ragione non ha dimora e prevale il cuore. L’innegabile bisogno di sentirsi liberi, di colmare il desiderio. In estrema sintesi, di rimanere ossessivamente bambini. A Francesco. Amico mio.

Giandomenico Papa

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Francesco Scarabicchi: una voce spoglia d’ogni gravame

Francesco Scarabicchi e Umberto Piersanti

Di rado l’aspetto, insomma la figura e il volto di un autore, sembrano combaciare con la sua scrittura. Un garbo nei modi al quale fa riscontro una voce di raffinata e intensa misura, una parola non scavata, ma spogliata di ogni possibile orpello. Nel caso di Scarabicchi io questo rapporto lo vedo e lo avverto quasi istintivamente, prima di ogni analisi, di ogni discorso critico.

Una parola, la sua, limpida e alta, capace di cogliere ogni particolare del reale, dal riflusso dell’onda marina a ogni più sottile e vibrante emozione. Si è parlato di un’attenzione alla misura minima delle cose, ma dobbiamo precisare questo concetto.

Nulla accomuna Scarabicchi al “quotidiano” di certa poesia contemporanea, lombarda ma non solo: nel poeta anconetano il “particolare” è “la fibra” che sottende il reale: coglierlo, cogliere le sfumature, significa comprendere “quasi ontologicamente” l’essenza del reale, la sua verità più profonda: epifenomeno come spia di quel noumeno che tutto sottende.

Guido Monti ha riportato in un articolo sul Manifesto questa frase che gli è stata detta da Francesco Scarabicchi:” Solo chi è attento al flebile battito del mondo, può dire qualcosa dell’uomo”.
La trovo una frase bellissima che da sola ci rivela molto più di tanti discorsi la weltanschauung del poeta anconetano.

Il senso della fine, della scomparsa dentro nebbia e polvere, è un sentimento che percorre l’opera di Scarabicchi: non è mai urlo, rifiuto gridato, ma una malinconia pervasiva che pure non intacca l’amore per la luce; una luce costante e colta con straordinaria intensità: “questa luce che tocca ottobre e il mondo”.

Nella vicenda di Francesco Scarabicchi l’amicizia ha avuto un posto di grande importanza: allievo e amico di un altro grande poeta marchigiano, Franco Scataglini. Sodale di un intellettuale e critico letterario di assoluta rilevanza, Massimo Raffaeli.

Accanto alle tante raccolte tra le quali citiamo Il prato bianco, uscito da L’obliquo nel 1997 e ristampato da Einaudi, Nevicata, Il cancello, tutte motivate e mai affrettate, la sua opera di traduttore di Machado e di Lorca. E poi l’attenzione grandissima per le arti figurative: notevole il lavoro fatto sull’amatissimo Lorenzo Lotto, il pittore veneto che nelle Marche per tanto tempo è vissuto ed ha operato.

Francesco Scarabicchi ha fatto molto per le Marche e, in particolare, per Ancona, sulla quale ha scritto pagine straordinarie.

Conosceva benissimo i grandi incisori della scuola urbinate.

C’è uno scrittore fanese, Fabio Tambari, che è stato notissimo negli anni trenta, quaranta ed oltre ed oggi è piuttosto dimenticato. Aveva avuto anche traversie politiche.
Parlando con Francesco ho scoperto che lo conosceva benissimo, deve avere anche scritto su di lui.

Ecco, questo dovere della memoria, dell’amicizia, del rapporto per nulla retorico con la propria “patria poetica”, ha sempre contraddistinto il poeta, il grande poeta e l’uomo Francesco Scarabiccchi.

Umberto Piersanti

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Nel nome dell’Amore, della Poesia e dello Spirito Sacro

(Roberto Marconi, 2021)

Potrebbe far parte del lezionario delle nuove celebrazioni liturgiche, le poesie sorte e cintate nell’opera di Francesca Serragnoli “La quasi notte” (MC edizioni, Milano 2020; per la collana “Gli insetti” diretta da Pasquale Di Palmo), la contemplazione è d’obbligo nell’approcciarsi a questa piccola, solo nelle fattezze, raccolta, di misteri insoluti. Ma ci viene subito in ostacolo lei, la Francesca: “La mia poesia rischia che l’idea venga prima della figura. L’idea non ci garantisce, i concetti non salvano la realtà dal diluvio, non ci mettono le cose in cassaforte. Devo essere un uomo e non l’idea di un uomo. La contemplazione mistica si avvicina talvolta più al silenzio che la profanazione. È vero che tutto è dentro al pensiero, fuori non sappiamo cosa ci possa essere e il pensiero si avvicina a ciò che intendiamo con la parola spirito. Ma la poesia non è un pensiero in metafore o in immagini belle, è un oggetto da fare, è una creazione, anche se non dal nulla” (p. 75). Chi scrive fa di questa materia di gravità (“poco più alta di un fiore”), chiamata pure vita, una pura appunto sospensione, dove come lavoro di formiche (“scendono i giornie ci mangiano quel poco di vita”) accumula con cura i passi da fare, i propri da divenire condivisibili e domestici, così “la sera cade sulla farfalla / come una tegola spezzata“. Ho spesso discusso con me, fino all’oblio o all’alba, sul passaggio tra sera e notte, in quale valico dello spazio vi si trovassero faccia a faccia, per salutarsi con la bizzarra idea di scambiarsi i ruoli. Mi viene in soccorso ancora la Francesca nell’inizio di un’altra poesia: “Dicono che la quasi notte / abbia tempo di fissarti / prima che gli storni avvolgano l’aria” (piccola annotazione: nella pagina che ho davanti il primo verso è stampato più chiaro, forse per contrasto o perché poco meno che giorno si appresta visivamente al buio e anche di seguito “scoprano un decolleté nudo / l’ora senza foulard” il primo francesismo sbiadisce ugualmente).

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Semina per Francesco Scarabicchi

(Roberto Marconi 2021)

Sono in biblioteca, a Potenza Picena. Sono venuto prima perché volevo scoprire nello scaffale della poesia contemporanea, che curo come un giardino bambino, ancora il libro di Francesco.  “Il prato bianco“, per le Edizioni L’Obliquo, lo trovo consunto come l’anno di uscita, il 1997 e costava 25.000 lire. Umberto mi telefona. Ancora mi sembra strano che per tutto questo tempo sia stato lì, con gli altri testi, in silenzio, ad aspettare qualche carezza, che qualcuno ne scambiasse una parola per una dimora. Il vaso di Pandora ho sempre creduto che nascesse qui. La copertina ingiallita resta una di famiglia, ne ha viste senza mai scomporsi. Francesco anche di persona riusciva comunque a rasserenarti. Dio solo sa quanto apprezzo per questo la quiete della neve e ringrazio la mente che me li lascia belli i ricordi, perché solo quelli fioccano. Lo conosco da chissà quanti versi, più di vent’anni ma ancora di più, forse trenta.

Una volta fu alla presentazione de “Il cancello” (Pequod 2001, due mila lire in meno), c’era Lucilio penso che fosse Grottammare … il volto, la voce, il modo, erano quelli della sua (nostra) poesia, di poche dolci parole, come un’occhiata che ti lascia almeno una densa considerazione, da meditare, il limine della vita. Sono convinto che la sua eredità risuonerà nel vuoto dei giorni. Non mi interessa sapere cosa c’è dall’altra parte quando si fa del bene qui, anche regalando un’emozione aggiunta alla nobiltà d’animo, si fa molto più di quello che si pensa. Ecco mi basta sapere questo, di questi posti consueti che Francesco ha centellinato, anche fossero solo racchiusi in una soglia, in un accessorio in una camera appena illuminata. “Indumenti da letto, le pantofole; / sul tavolo il ditale / e un uovo da rammendo”. Me lo immagino ora nell’altra stanza che ancora osserva la polvere che fa la luce e ora che passeggia sotto la mia casa: ho un campo tutto da scrivere.

Due anni fa, credo, a Recanati (tante le amiche e gli amici, accanto sempre Giandomenico) avvicinandomi a lui mi anticipò e con una mano, che si fermava paternamente al mio avambraccio, rispose al mio stesso sorriso con un Ciao.

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