Poesie inedite di Eliza Macadan

Pubblichiamo alcune poesie inedite di Eliza Macadan.

 

Eliza Macadan

stai sulle mie mani e
nessun altra passione mi brucia
sei una nuvola
ed io orecchio alle profezie
impossibili da dire scrivere
o ricordare

***

scende di nuovo
un buio presto
e si mangia adagio
l’ultimo bocconcino
del giorno
sento nel dito il dolore
una puntura di ferri
di un inverno smarrito
nel fondo degli anni
il villaggio appena un ricordo
di nonna o vecchia
senza occhiali
lavora in fretta come
se fosse una gara
arrivare all’ultima maglia
del calzino di lana
ieri ne ho comprato
un paio da una contadina
nel cortile della cattedrale
e vedevo il suo caseggiato
bruciato dalle sigarette
che fumo ogni giorno
sono scesa di corsa
sulle scale sorte dalla terra mischiata
tra i preti che andavano alla mensa

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Poesie di Umberto Piersanti in tedesco

Pubblichiamo due poesie di Umberto Piesanti in tedesco, traduzione di Piero Salabè.

 

(Mi commuove il ragazzo immortale)

Es rührt mich der unsterbliche Junge
im hellen Januarlicht
wie leicht er wandelt, Göttern gleich,
das zarte Mädchen auf seinen Schultern.
Habe ihn sprechen gehört, mit lauter Stimme ,
zu den Jungen, die in ihren Mänteln und Jacken strahlten;

er schüttelt sich jetzt die langen Haare. in sein Lachen
hakt sich die Freundin ein, auf dem schmalen Weg.
Auch du kamst hinein verstohlen
zusammen mit den anderen, mit Worten und Taten
die schon Geschichte sind, wie das letzte Spiel.
Unbekannt das Ziel
und die Zeit, die dich überragt.

März 1973

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Dix poètes italiens contemporains

di Umberto Brunetti

Per Le bousquet-la barthe éditions è di recente uscita l’antologia Dix poètes italiens contemporains (pref. di Alessandro Agostinelli), in cui è presentata una selezione di liriche di Umberto Piersanti, Fabio Pusterla, Antonella Anedda, Franco Buffoni, Milo De Angelis, Alessandro Moscè, Tiziano Broggiato, Feliciano Paoli, Francesco Scarabicchi e Gian Mario Villalta. La traduzione francese è a cura di Bernard Vanel, già preceden­temente traduttore di poeti italiani come Roberto Veracini e Maurizio Cucchi, che opta per una resa molto fedele all’originale e attenta alle diverse scelte stilistiche degli autori. I dieci poeti, nati tutti tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, «più che una scuola compongono», come si legge in prefazione, «un mercato, una fiera di proposte individuali di grande efficacia evocativa» (p. 9). L’antologia vuole offrire quindi al lettore francese uno spaccato delle variegate esperienze poetiche di una generazione che si colloca a cavallo tra il secolo trascorso e i primi due decenni del Duemila.

Il poeta apri-fila della silloge è Umberto Piersanti, di cui sono proposte cinque liriche che fotografano la stagione più matura del suo percorso poetico. La cifra distintiva di questi versi è il canto di una perdita, quello della civiltà contadina delle Cesane, avvolta in un’aura leggendaria, perché conosciuta solo attraverso i racconti ascoltati nell’infanzia, come quello dello «sprovinglo», il diavolo cane-nero che saliva sul biroccio del bisnonno Madìo. Il senso di mancanza per quest’universo mitico è riassunto in due versi della lirica Di marzo: «Deserte sono adesso le Cesane / cessano le presenze o vanno altrove» (p. 22). L’incisività della paronomasia che lega i due endecasillabi è parzialmente recuperata nella traduzione francese attraverso l’espediente della rima interna: «Désertes sont à présent les Cesane / les gens n’y viennent plus ou vont ailleurs» (p. 23).

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Commento critico a “La terra originale” di Eleonora Rimolo

di Francesco Bertazzo

Non è mai semplice capire il mondo di un poeta specie se si tratta di una poetessa giovane come Eleonora Rimolo. Originaria di Salerno, nata nel 1991, si è dedicata allo studio delle lettere classiche e della filologia moderna. La sua formazione ci può aiutare a capire alcuni elementi della sua lirica ma tentare di penetrare il suo pensiero, la sua visione e la sua scrittura è compito più arduo. La terra originale è una raccolta di quaranta componimenti poetici divisi in due sezioni: Viaggi e La notte più lunga dell’anno. Già dai titoli possiamo intuire che la Rimolo vive la poesia come una ricerca, un modo di mediarsi con il mondo. Lo scorrere del tempo e la precarietà della vita terrena portano l’autrice a compiere un viaggio metaforico, di formazione, nel tentativo di trovare una salvezza dalla sofferenza esistenziale. Centrale diventa il dialogo tra l’io della scrittrice e il tu, destinatario delle sue domande, perplessità e richieste. La ricerca di una dimensione di intimità è centrale nella prima parte dei Viaggi dove il contatto con l’altro diventa un modo per superare l’umano tormento. “tu ti giri dall’altra parte, – io da quella opposta mi sogno – fuggitiva tra le risa isteriche – di chi balla tutta la notte – fino a cercarsi, proteggersi.” Lo sfondo di questo ininterrotto dialogo è la realtà contemporanea spesso dipinta fin troppo negativamente; un mondo di polveri sottili, di smog, di carcasse di gatti lasciate nella cenere.

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Paolo Fabrizio Iacuzzi e la totalità dell’esperienza

È una scrittura a strappi, a quadri, quella di Paolo Fabrizio Iacuzzi in Folla delle vene, (Corsiero Editore) 2018. Dotata, però, sempre di un suo ritmo, di una sua misura sincopata e puntuale.

I toni e le atmosfere cambiano continuamente. Nella prima sezione, Maestro della rosa, si staglia la presenza di questa stella rosa appuntata sul petto degli omosessuali nei lager nazisti: è un incubo antico che sempre minaccia il suo ritorno.

Nel tempo degli amici domina una cordialità, una fraternità di intenti sotto il segno costante ed irrinunciabile della poesia. Sono venuti da lontano i fraterni poeti, da Marsiglia; e in questo modo: “il lontano ha smesso di essere una minaccia vera”. Nel tavolo quadrato attorno al quale ci si raduna, ognuno ha scelto la sua versione che assomiglia alla propria sorte che non ha scelto ma: “L’ha avuta in sorte dal padre e dalla madre”.

In questi versi di straordinaria intensità c’è molto della Weltanschauung di Iacuzzi. Ci si muove in un orizzonte dove non ci sembra di poter rintracciare una qualche dimensione provvidenziale di tipo sia immanente che trascendente. La poesia, certo, è una risposta; essa deve passare attraverso “parole dolci, ma impervie”; non si può dimenticare che “siamo fuoco e cenere del senso”.

Da notare questi versi e altri dello stesso tipo, che sono netti e implacabili come sentenze. Spesso conchiudono un discorso o una riflessione.

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L’autunno come quinta stagione di Duccio Demetrio

di Pierluigi Cavalieri

Foliage, libro di Duccio Demetrio uscito lo scorso anno da Raffaello Cortina, reca come sottotitolo Vagabondare in autunno, trasparente invito rivolto ai lettori a mettersi in cammino nella stagione autunnale godendo lo spettacolo della lenta metamorfosi dei colori e delle forme che gli alberi e tutta la vegetazione offrono all’incantato viandante. Il titolo tuttavia necessita una spiegazione: foliage è parola inglese che definisce la caduta autunnale delle foglie. Tradotta in italiano essa corrisponde a de-foliazione, termine che Demetrio definisce “funereo evocatore di strumenti chimici di sterminio, di deforestazioni dissennate, di interventi inquinanti nei campi”, ed è perciò da evitare a favore di foliage, parola che, letta alla francese (come avviene ormai nella nostra lingua), all’autore suona “quasi evocatrice di una foglia che, al vento ondeggiando, si allontana con un sospiro”.
Questa precisazione lessicale dischiude al lettore solo in parte il contenuto del libro di Demetrio, assai più ricco, ma anche sfuggente alle definizioni e ai resoconti di quanto titolo e sottotitolo lascino intendere. Duccio Demetrio ha alle spalle un’intensa carriera accademica come docente di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione all’Università di Milano Bicocca, nel corso della quale ha pubblicato una lunga serie di volumi nei quali spesso si incontrano la pedagogia sociale, la filosofia (l’epistemologia in particolare) e altre scienze umane. Ha elaborato inoltre un’originale teoria del racconto autobiografico come pratica filosofica ma anche educativa e terapeutica. Il titolo di un libro del 1996 ben coglie il senso della sua ricerca ormai trentennale: Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Con Saverio Tutino ha fondato nel 1998 il Centro Nazionale ricerche e studi autobiografici di Anghiari, luogo di raccolta di tanti diari che sarebbero andati altrimenti dispersi. Di questa istituzione Demetrio è oggi direttore scientifico.

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Feste galanti e altre poesie

Pubblichiamo la nota critica di Alessandro Zaccuri alla riedizione del classico di Paul Verlaine, “Feste Galanti” nella versione di Romano Palatroni, libro curato da Antonio Prenna per Dakota Press. L’immagine di copertina è di Vittorio Giacopini.

Prefazione di Alessandro Zaccuri

Fra una traduzione e l’altra. O, meglio ancora, tra un verso e l’altro. Così piace immaginare la vita breve di Romano Palatroni, che Antonio Prenna sta riportando alla luce con un lavoro appassionato e paziente. L’immagine dell’intervallo proviene dal capolavoro dello scrittore giapponese Yasushi Inoue, Morte di un maestro del Tè (1981), un romanzo che qualcuno ricorderà per la versione cinematografica realizzata nel 1989 dal regista Kei Kumai, allievo e continuatore del grande Akira Kurosawa. Interamente dedicato alla mistica del cha no yu, la cerimonia del tè che tanto affascina noi occidentali, il libro presenta a un certo punto la figura dello shogun Oribe, un condottiero che «combatte per tutto il giorno in testa al suo esercito; poi, dopo la battaglia, pratica la Via del Tè». Fin qui la descrizione. Quel che conta è però il commento del saggio maestro Rikyū, protagonista in absentia dell’intero racconto: «Più che di sedute tra una battaglia e l’altra, direi che è giusto parlare di battaglie tra una seduta e l’altra». L’esistenza di Palatroni è stata della stessa specie, anche se nel suo caso non di spade e di armature si trattava, ma più modestamente di registri e di partita doppia. Di giorno il lavoro da contabile, di sera e in ogni altro momento libero l’opera di rendere in italiano le parole di Shakespeare e di Baudelaire, di Poe e di Laforgue, di Walt Withman e, appunto, di Paul Verlaine. Apparsa per la prima volta da Ceschina nel 1957, alla vigilia della morte del traduttore- curatore, l’antologia ragionata che va sotto il titolo complessivo delle Feste galanti può a buon diritto essere considerata il testamento di Palatroni, oscuro comandante di un esercito invisibile che adesso, grazie all’intuizione di Prenna, torna finalmente a sfilare in parata.

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Quando l’Olocausto diviene una questione privata

Un pervertimento della Ragione, un’escursione drammatica e repentina della “temperatura” della Storia, un cataclisma dell’Etica, possono perpetuare la loro esistenza attraverso la vita, e la distruzione di essa, di tre persone? Nel comporre il disvelamento di tre singoli destini nel romanzo “Conforme alla gloria” Voland, Roma 2016, Demetrio Paolin risponde affermativamente. Un abominio immane come lo sterminio sistematico di milioni di persone perpetrato dal Nazismo, o meglio dall’universo concentrazionario del regime nazista, come riesce a trovare il modo di eternarsi attraverso le vicende e l’incontro, diretto od indiretto, di tre individui e dei loro occultamenti più intimi? Come può realizzarsi questa specie di incantesimo, questa sproporzione quasi magica? La risposta che dà Demetrio Paolin è tanto sorprendente quanto originale è l’intuizione che dà vita al romanzo: per mezzo dell’Arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Rudolf Wollmer è uno dei tre protagonisti dell’intreccio di accadimenti privati: egli compirà il suo destino perdendo se stesso; questa dissipazione personale è metafora dell’impotenza della cultura, della civiltà e della storiografia a fare dell’annichilimento di massa memoria storica viva e condivisa. Il padre Heinrich ha aderito con entusiasmo al Nazionalsocialismo, sin dalle origini, (non a caso sul letto di morte intona beffardo ed irriducibile, di fronte ad un sacerdote che gli sussurra suggestioni che per lui non hanno alcun senso, l’inno delle Squadre d’assalto, le “Sturm Abteilungen”, la compagine para-militare originaria del Partito Nazista che diverrà SS, “Schutzstaffel” o “Squadre di protezione”) per poi diventare uno zelante membro delle SS che, nella fase terminale del regime, sovrintende alla gestione del campo di sterminio di Mauthausen: qui fa tatuare su quasi tutto il corpo di una giovane internata una complessa e perturbante allegoria della gloria del Reich. Col rinvenimento casuale di un quadro seminascosto nell’appartamento che Heinrich, dopo la sua morte, lascia in eredità al figlio Rudolf si avvia la macchina narrativa con cui Paolin ci fa, in modo diegetico, comprendere la sua tesi: l’Olocausto come grande questione universale, come tema collettivo di elaborazione etica, civile, politica e storica non può avere che due esiti: la relegazione nei musei a mo’ di testimonianza fossile, inoperosa dal punto di vista del monito pedagogico oppure la metamorfosi della sua drammatica sostanza etica nelle molteplici suggestioni della moda che la privano del suo autentico significato. Tutto questo rende l’intero quadro della conoscenza del fenomeno Olocausto mutevole, equivoco, frammentario ed esposto all’ “oltraggio” delle confutazioni più balzane ed indimostrabili.

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