Il numero completo dei giorni

Giovanna Rosadini
Il numero completo dei giorni
Nino Aragno Editore

di Rossella Frollà

Giovanna Rosadini

«Allora è questa richiesta di benedizione la letteratura?» si chiede Davide Brullo nella postfazione al libro poetico-spirituale di Giovanna Rosadini. L’opera risale i filari delle Parashot, le suddivisioni settimanali del Testo, Torah e si apre come un regalo che ricerca il nostro volto, l’armonia dell’esistere nel suo stesso dire avvolto da un velo ultimo: «Ma dove la luce è più forte anche/L’ombra è più densa e profonda …». «Siamo qui per ritrovarci./Dove l’inverno sa di primavera/e ogni cosa ha una fissità senza/tempo che consegna enigmi». Una musica incisa dai millenni come le preghiere penetra là dove l’intelligenza non può e in ciò che l’altro vuole dire. Desiderata e riportata a velo d’acqua la parte più segreta della nostra vita, inaccessibile «deposta e custodita» nei vasi canopi, chiusa come in prigione ci avverte di una nuova crescita di un rinnovamento nell’anima, di un sussulto dello spirito che rompe con la res umana e ci spinge verso la perfezione. L’ordine terrestre sovrabbonda di prigioni che saldano l’indifferenza all’ignavia e il canto sobrio e interno della parola segna il luogo esatto in cui ogni gesto ogni giorno è giusto e vero e sacro come adempimento di un rito che garantisce ad ogni attimo il suo perdurare nel tempo. E così Dio non si ferma nel corpo delle cose, va oltre le settimane di preghiera che dividono il libro per un dire che non resta solitario gesto di fede ma quotidiano avvio del tempo nella sua storia d’amore con l’immenso.
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Editoria oggi: il trionfo dell’effimero

Umberto Piersanti

C’è stato un tempo in cui i best seller erano opere di  Calvino, Elsa Morante, Cesare Pavese e altri, c’è stato un tempo in cui gli editor erano Vittorini e Sereni. Certo, anche questi editor commettevano i loro errori, basti pensare al rifiuto del Gattopardo. Tutto però avveniva in un quadro di attenzione e di rigore, lo sbaglio era dentro un calcolo delle probabilità ineliminabile. Anche il critico e l’editor più intelligente ha un setaccio in cui passano solo certi grani, magari numerosi, mai però tutti.

Oggi la situazione è completamente diversa: il genere domina incontrastato. Entrando in una libreria noi vediamo subito le cataste di best seller prevalentemente d’oltre oceano e tanti altri comparti dominati da un “tema”. Ecco l’horror, il thriller, il fantasy: i templari impazzano ovunque, le varie fini del mondo annunciate nelle più diverse copertine e magari evitate attraverso l’intervento dell’eroe di turno. E poi tanto Medioevo e tanto futuro mescolati assieme. La new age che impazza, i commissari che si moltiplicano. Senza dimenticare il sesso, soprattutto se raccontato al femminile: dai colpi di spazzola ai colori di varia tonalità, un sesso facile e consumistico, meglio se attraversato da una qualche perversione di tipo sadomaso, impazza presso il pubblico, anche e magari ancor più femminile.

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Non dimenticar le mie parole

Non dimenticar le mie parole

Ricordo di Manlio Sgalambro

di Davide D’Alessandro

Manlio Sgalambro (Foto Wikipedia, di AleKant, licenza: cc-by-sa-3.0)

Doveva morire, Manlio Sgalambro, perché “La cura”, il capolavoro che affidò nelle mani di Franco Battiato tornasse prepotentemente sulle pagine culturali dei nostri stanchi quotidiani, a dirci di due siciliani veraci, di una coppia feconda e luminosa, di un’arte raffinata che non andrà perduta. Se è vero, ed è vero, che “nomen omen”, il destino che risiede in Manlio Sgalambro è di qualcosa che sta di traverso, di sghimbescio, che suona irregolare e perciò singolare, a tratti unico. Se ti chiami Manlio Sgalambro e la terra che ti ha visto nascere si chiama Lentini, sotto la luce impietosa dell’isola bedda, il resto viene da sé. Chi non smette di divorare “La morte del sole”, sa. Chi lo lesse, appena l’autore lo inviò ad Adelphi, non perse tempo a scartarlo. Fortuna, o destino, volle che finì sotto la lente di Roberto Calasso, il quale vi avvertì “un timbro anomalo rispetto a chiunque altro scrivesse di filosofia in Italia”. Anomalo. Aspro. Urticante. Perché Sgalambro non scriveva di filosofia. Viveva la filosofia. Che quasi sempre non si lascia scrivere, ma vivere. E cantare. Come lui l’ha cantata. Con disperazione e leggerezza. Con eterna grandezza.
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Guido Mattia Gallerani: poesia tra vocazione e sguardo

Guido Mattia Gallerani

Falsa partenza (Ladolfi, Borgomanero 2014) è il titolo della raccolta poetica esordiale di Guido Mattia Gallerani (nato nel 1984), annodata percettibilmente ad una parola sovrana che si eleva dalla superficie per seguire una direzione precisa: è la recherche proustiana che ne delimita il raggio d’azione, specie nella prima parte, ma anche una coscienza che proietta ombre, segni a volte incomprensibili dell’accadere umano nell’inquieto movimento di uomini e donne. In questa seconda accezione il verso assume il tono esistenziale di chi sa che in fondo l’altro ci è estraneo, ci sfugge. Andrea Gibellini, in una nota, riferisce di “un luogo potenziale” dove si intessono meraviglie e sconfitte, antinomie compatibili, evidentemente, per esplorare percezione e immaginazione che sono i punti salienti sui quali gira il verso. Una poesia che annuncia corpi e anime, identità e spettri: “D’inverno quando la neve / eguaglia le cose / qui una talpa sbuca a tradimento. / Una traccia di fantasma forse / camuffata in mezzo al bianco”. Eppure Gallerani aderisce alla vita, anche in una dimensione che sembra decisamente in contrasto con le tendenze della poesia italiana delle ultime generazioni, frastagliate, dispersive, che virano verso i labirinti gergali e una costruzione di metodi per lo più sperimentali. Qui non figura un processo astraente, anzi emergono aspetti di comunione con un mondo arcaico, perduto ma concreto, come in uno dei testi d’apertura, tra i più belli: “La casa in mezzo al bosco / preda dell’emorragia del muschio / dopo aver avuto molti possessori / e le unghie scarnificate dalle mura / è ormai fuori dal mucchio / incline allo scivolo sul monte, lontana da tutto”. L’esperienza è vissuta in una sorta di incanto, di fermo-immagine che mette in risalto il dittico spazio-tempo e una nobile civiltà forse confinata nelle campagne modenesi del pre-Appennino, o il mondo naturalistico, da sottobosco, dei tassi, dei castori, dei procioni.

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Uno scempio sotto il Colle dell’Infinito

Ci sono luoghi che hanno una loro sacralità totale, non necessariamente di tipo religioso. Uno di questi è il “Colle dell’Infinito”, forse il più mitico degli spazi nella storia della poesia italiana. In questo colle c’è una casa colonica ottocentesca dunque perfettamente integrate in quel magico paesaggio che si apriva dinanzi agli occhi del grande recanatese. Poteva essere una casa malmessa, magari degradata: bastava ristrutturarla in maniera decorosa mantenendone l’impianto e la struttura. Invece la si trasforma in una country house con parcheggio sotterraneo. La signora Dalla Casapiccola, proprietaria dell’immobile, è riuscita nel suo intento nonostante l’opposizione della Sovrintendenza, di tutte le associazioni ambientaliste e della famiglia Leopardi. Le colpe sono di quella Recanati che si dimostra ancora “natio borgo selvaggio” con un’amministrazione comunale che non aveva mai posto un vincolo di non edificabilità totale e del consiglio di Stato che con miopia ultra leguleia e incolta non ha trovato una maniera per salvare un bene importante della nostra identità nazionale. Ridicolo affermare che la ristrutturazione in country house non alteri il paesaggio come sostiene l’ineffabile avvocatessa della signora Dalla Casapiccola: anche a Urbino c’era un vecchio silos anni ’30 che trasformato in centro commerciale è divenuto un eco mostro sotto le mura. Disturba inoltre il silenzio o la sottovalutazione di questa ignominia portata avanti dalla stampa e dalla Rai regionale: in queste ore sono stati intervistati dai Rai 3 due sprovveduti passanti, uno a favore della country house e uno contro, ma senza che fossero emersi argomenti degni di nota: uno per parte certo, democrazia populista e al ribasso. Una nazione che non sappia mantenere e difendere la sua memoria storica è una nazione a cui manca molto. Bisogna inoltre comprendere che esiste una necessità estetica che non può essere alterata da nessuna dimensione utilitaristica. Il Colle dell’Infinito deve rimanere come era in quanto è un lascito della nostra memoria collettiva che non può essere impunemente profanato.

Umberto Piersanti

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Quando la poesia è contro

Guido Davico Bonino nel suo libro Poeti-contro, Maledetti e ribelli dell’Ottocento francese (Genesi Editrice, Torino 2013), ha il grande merito di scompaginare ogni schema e catalogo, di darci una storia della poesia improntata sugli autori e sulle opere e non già su più o meno astratti criteri metodologici.
Non che l’autore neghi che siano esistite le tre correnti fondamentali che hanno occupato la scena poetica francese: Romantici, Parnassiani e Simbolisti. La partecipazione ad una di questa correnti non ha, però, mai implicato un’adesione totale ed incondizionata; elementi diversi venivano ad intrecciarsi nella prassi e nei risultati. Del resto gli schemi e le scuole hanno una certa utilità come metodi empirici ed estremamente imperfetti di individuare il corso della storia letteraria ma, diventano estremamente negativi quando li si calano sulla vita concreta ed effettiva dei testi e degli autori. Altro elemento di fondo di questo libro è l’avere inserito i grandi in un panorama vastissimo. I Baudelaire e i Mallarmé sono dentro questo paesaggio, ne rappresentano i risultati più importanti, ma non sarebbero concepibili come individualità staccate, come alberi solitari che si innalzano su una piana brulla.

Sembrerebbe impossibile trovare elementi in comune tra i versi di Pierre-Francois Lacenaire, intrisi di rabbia e di derisione nei confronti del sociale, e i toni estremamente esistenziali e riparati di quel Mallarmé che ha fatto scuola a tanta poesia novecentesca non solo francese. Lo sappiamo perfettamente noi italiani che tanto dobbiamo, in particolare nella prima metà del ‘900, alla grande tradizione francese. Continua a leggere →

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