Bergoglio, la religione, il terrorismo

Umberto Piersanti

Secondo Bergoglio tutti gli atti terroristici derivano da una questione “soldi”. Ma i due terroristi islamici che hanno sgozzato quel tenace e mite prete sull’altare cercavano forse dei soldi? E dove l’avrebbero potuti trovare, magari nella cassetta delle offerte?

Bergoglio sostiene che la religione non ha a che fare con nessun tipo di violenza: dovremmo ricordargli le persecuzioni pagane dei cristiani contraccambiate da questi non appena hanno preso il potere? E le terribili guerre di religione tra protestanti e cattolici certamente intrecciate di motivi politici territoriali ed economici, ma delle quali la religione aveva certamente un peso? E le guerre degli aztechi non erano forse dovute alla necessità di procurarsi un’alta quantità di prigionieri da sacrificare agli dei perché il sole tornasse a sorgere? La tolleranza verso le opinioni altrui verso tesi e concezioni del mondo diverse, sono un frutto di un pensiero laico, dall’umanesimo all’illuminismo. Certo questo pensiero laico si è sviluppato all’interno di una civiltà cristiana anche attraverso una precisa contrapposizione. Nell’Islam non c’è stato nessun illuminismo, nessuna tradizione laica: inoltre non bisogna dimenticare che Maometto, a differenza di Gesù, è un profeta con la spada e fin dall’inizio l’espansione dell’Islam deve molto alla spada.

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La Livorno dell’arte narrata da Alberto Toni

“La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole”, scrisse Italo Calvino nel suo celebre Le città invisibili (Einaudi 1972). Il poeta Alberto Toni (nato nel 1954, vive a Roma) ha dato alle stampe Livorno (Unicopoli 2016) in cui le tracce di una città si trovano proprio a partire dalle piccole cose, dai segni impercettibili, da uno sguardo accidentale, dal passo di un vecchio libro, dalla storia annodata in quel passato di artisti e letterati che ne hanno decantato il particolare, la specola.

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Gli amanti in volo di Plinio Perilli

Plinio Perilli (Roma 1955) è a tutti gli effetti un canzoniere d’amore, come sanno molti affezionati lettori sin dai tempi di Ragazze italiane, un racconto in versi datato 1990. La sua poesia si alimenta di un’energia vitale, di uno slancio solenne, di un’armonia con il tempo e con la storia cantati nel sentimento più nobile che si conosca. La tematica e la tonalità si profilano sempre come una creazione sensibile e assoluta che risuona nella scintilla di un sogno infinitamente grande. Gli amanti in volo (Pagine 2014) raccoglie testi scritti dal 1998 al 2013. Nella copertina è riprodotta un’opera di Marc Chagall con il suo stile inconfondibile, con un fauvismo onirico, un rilevamento surrealista, una forma creaturale e spirituale di uomo e donna abbracciati e protesi nel cielo a toccare un orizzonte invisibile, evanescente. Aspetti, questi, che puntualmente ritroviamo nella parola di Perilli, tra slanci, pause, accensioni, tremori, abbagli, incanti. Il lirico dell’amore scrive: “Sei bella e donna e questo / piace al mondo…  Ma il tuo / mondo sei tu, arroccato d’affetti. / Se la danza è tutta in uno sguardo, / oggi fraterno tu riplasmi il mondo”.

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L’età bianca: l’incontro tra eros e morte

Alessandro Moscè

Alessandro Moscè, con il suo secondo romanzo dal titolo L’età bianca (Avagliano 2016), compone un dittico che si lega imprescindibilmente all’altro, il fortunato Il talento della malattia, sempre edito da Avagliano quattro anni fa, e che è giunto ormai alla terza edizione. Questo appena dato alle stampe è il libro dell’adolescenza e della maturità, mentre l’altro era il preambolo dell’infanzia come modello insostituibile, della malattia, di un percorso di crescita complesso.

Come del resto, nella prosecuzione di un viaggio esistenziale accidentato, può definirsi anche L’età bianca. Ma stavolta, dopo la guarigione, subentra l’amore, la voglia di ricominciare con una nuova pelle. Se la malattia aveva segnato lo scrittore fabrianese con un’esperienza del tutto particolare e dagli esiti clinici incredibili, insperati, l’amore è un sentimento comune che unisce le storie di tutti in un unico involucro. “L’amore non può nascere che dall’oscuro desiderio che è in noi stessi di ripetere le sconfitte infantili. L’amore comincia quando ci accorgiamo di aver sbagliato ancora una volta”, scriveva Ennio Flaiano. Questa massima sembrerebbe attagliarsi perfettamente alla narrazione di Moscè, perché la giovanissima Elena, in effetti, è un amore sbagliato. Sarà solo dopo trent’anni, nel segno di una breve trasgressione che la ragazza diventata donna si donerà, nient’altro che per il piacere e il pericolo di ripercorrere l’adolescenza, la spensieratezza, un’età all’incontrario, che retrocede ad un principio di scoperta.

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Lettura di Passi Passati

Lettura di
Passi Passati, di Eliza Macadan, Edizioni Joker, 2016

Continua ad intrigare in poesia Eliza Macadan, con questa nuova raccolta Passi passati, che dilata il suo tema – ossessione già presente nel precedente libro Anestesia delle nevi del 2015. Ritorna la sua disincantata visione della deriva del mondo e s’intensifica l’amarezza nel riconoscersi inerme di fronte alle macerie umane, ma in questo libro appare più netta la sua posizione sul versante civile, quel grido contro il gelo-indifferenza che in Anestesia delle nevi è metafora della negazione di ogni incontro.

Rivelatori al riguardo sono i primi tre testi della prima sezione, dall’emblematico titolo “inversi”, che allude all’inversione antropologica, un vero e proprio capovolgimento di valori che pervade la vita contemporanea. La prima poesia ha un incipit esplosivo e subito chiarificatore di visione:

io sto da questa parte del tempo/ tu dall’altra/ fra noi l’eternità/ spacca gli specchi…

In questa poesia come nella successiva si rivelano forze antitetiche, veri antipodi dell’umana vicenda, nelle dualità terra-cielo e anarchia-magia, ma anche ghiaccio/amore, con la evidente preferenza dell’autrice per il secondo termine delle coppie.

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S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti

S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti
antologia a cura di Cristina Babino, Montecassiano, Vydia Editore, 2015

di Romina Marcattili

Frammenti di un denso discorso amoroso, che si srotola lungo i secoli, gli stili e lo spazio di una regione, le Marche, potremmo definire le sedici prose (ispiratissime) raccolte nella nuova antologia pubblicata da Vydia, a cura di Cristina Babino. Sedici “brevi racconti in forma di visione” (Franca Mancinelli, p. 60) di altrettanti autori marchigiani, chiamati a dialogare con alcune delle opere d’arte più significative di quel patrimonio di compiuta bellezza diffuso (quando non recluso, per motivi diversi e non sempre comprensibili) nella terra che ha dato i natali a tanti grandi e tanti altri ne ha accolti nel suo morbido (e a volte geloso) grembo collinoso.

Dal Trittico di Montefiore dell’Aso di Carlo Crivelli, al Ritratto di Gentildonna (La Muta) di Raffaello, dalla Madonna di Senigallia di Piero della Francesca, alla Pala Gozzi di Tiziano, risalendo di storia in storia, di paesaggio in paesaggio, fino all’Autoritratto con maschere bianche di Nori De’ Nobili, alle costruzioni silenziose e dialoganti di Magdalo Mussio e Nino Ricci: ogni opera è, potremmo dire, la mèta di un viaggio, di un pellegrinaggio, quasi, che ognuno dei sedici autori “adottivi” compie con i propri mezzi espressivi e con il proprio armamentario di pensieri, ricordi, attese, meraviglie. E di volta in volta, il percorso di avvicinamento all’opera d’arte si trasforma in parole, atte non tanto a descrivere, a definire l’immagine, quanto piuttosto ad aprire altri ed insospettati percorsi di senso, che danno conto dell’inesauribile vitalità di ogni capolavoro.

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