Recensione di ‘Fioriture capovolte’ di Giovanna Rosadini

L’«ego» identitario in “Fioriture capovolte” di Giovanna Rosadini

recensione di Nicola Romano

Quell’«inno alla vita» che connota – come dice la stessa Giovanna Rosadini – la precedente raccolta Unità di risveglio edita nel  2010, ritengo che continui in maniera diversa ma con uguale energia e con manifesta compiutezza formale, nella recente raccolta “Radici capovolte” (Einaudi, 2018), nella quale il dettato non si sviluppa attraverso un’unica tematica sia pur essa intimistica, ma come in alcune sequenze filmiche le attenzioni dell’autrice svariano a giro d’orizzonte tra i più disparati punti di osservazione – come in una sorta di flash-back tra situazioni, luoghi e intimi accadimenti che, quasi in forma di riassunto generale, vanno a definire e a qualificare un ricco concentrato di vissuto che l’autrice va adesso a rivisitare ed a recuperare con un esito, che ci è dato vedere, molto coinvolgente. Il particolare sguardo al passato assume qui una funzione centrale e forse necessitante, e viene trattato quasi come un appiglio, come una seconda pelle da accarezzare. E, in effetti, molto eloquente in tal senso è la sezione Un ritorno (gli anni belli dell’Università) che chiude la raccolta, e che descrive un polittico di sensazioni ancorate agli anni giovanili a Venezia (uno dei luoghi delle sue ricordanze), e a quello che essi stanno a rappresentare, se non altro come germoglio innestato sul futuro.

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XY, le coordinate della scrittura, il corso di Demetrio Paolin

Demetrio Paolin

Segnaliamo il corso di scrittura di Demtrio Paolin per Bottega di narrazione di Laurana editore diretta da Giulio Mozzi, in programma per il 2019 a Milano.

Il corso “XY, le coordinate della narrazione” è suddiviso in quattro fine di settimana: quattro come i punti cardinali, come le virtù cardinali, come gli elementi che compongono il mondo. Si intende con queste lezioni provare ad approfondire alcuni temi, alcuni luoghi testuali, alcune riflessioni in merito alla scrittura, facendo un doppio lavoro. Da una parte il confronto sui testi “classici” e dell’altra il lavoro – sia in aula sia individualmente – sui propri testi.

Si tratta di un corso di approfondimento, rivolto soprattutto a chi abbia già una certa dimestichezza con la scrittura o abbia già frequentato un corso di scrittura e di narrazione di base.

I quattro momenti del corso

Primo incontro: Incipit

L’inizio di una storia, di un racconto, è tutto. Difficile trovare quello giusto, difficile comprendere in che modo si possa condensare in poche/tante pagine tutto il cuore di una romanzo o di una narrazione. Prenderemo in esame due testi italiani: uno del secondo dopoguerra, Una questione privata di Beppe Fenoglio, e uno degli anni Ottanta, Seminario sulla gioventù di Aldo Busi.

Secondo incontro: Esotico vs noto

Di cosa scriviamo quando scriviamo? Alcune volte ambientiamo le nostre storie lontano da noi, altre volte, il più delle volte, le nostre storie sono geografie del nostro quotidiano. Comprendere cosa voglia dire “esotico” e cosa voglia dire “noto”, significa ragionare sul proprio immaginario e su come confrontarsi su quello altrui, ad esempio quello dei propri personaggi. Prenderemo in esame due testi: il primo è Pesci Rossi (racconto tratto dall’omonima raccolta) di Emilio Cecchi, e il secondo è il romanzo La Chimera di Sebastiano Vassalli.

Terzo incontro: Personaggi / dialoghi / movimenti

Non c’è nulla di più difficile che far muovere i propri personaggi, farli parlare, farli dialogare all’interno di una stanza, o di una via o dentro uno scompartimento del treno. In questo caso si lavorerà su due racconti: il primo è di Guido Gozzano, L’addio, e il secondo è di Ernest Hemingway, Metamorfosi marina.

Quarto incontro: Realismo come genere letterario

Ci sono tanti generi: il giallo, il noir, lo young adult, il rosa etc etc, ma se ne dimentica sempre uno: il realismo. Questo ultimo incontro vorrebbe essere una sorta di riflessione su come anche raccontare una storia verissima, reale, accaduta, contenga in sé una notevole dose di invenzione e di retorica dell’immaginario. Lavoreremo su due romanzi: Se questo è un uomo di Primo Levi e Rosso Floyd di Michele Mari.

Come si lavorerà

Il lavoro in aula avrà una doppia natura. Ci sarà una parte di lezione frontale sui testi a cura del docente e una parte di confronto di gruppo. Sarà necessario leggere i racconti e i romanzi che sono alla base di ciascun incontro (anche per questa ragione gli incontri sono distanziati). Poi si lavorerà insieme sui testi prodotti dai singoli partecipanti. Il testo da portare può cambiare di volta in volta, oppure si potrà lavorare sempre sullo stesso testo, prendendo spunto dalle lezioni per una analisi più particolareggiata.

Il corso si terrà nei giorni

sabato 2 e domenica 3 marzo 2019,
sabato 18 e domenica 19 maggio 2019,
sabato 13 e domenica 14 luglio 2019,
sabato 5 e domenica 6 ottobre 2019.

Gli orari degli incontri sono per sabato 10.30-13.00// 14.30-18.30, per la domenica 9.30-13.00//14.30-1800.

Gli incontri si terranno a Milano presso la Bottega di narrazione, in via Carlo Tenca 7.

Iscrizioni

Per iscriversi è sufficiente inviare un’email all’indirizzo bottegadinarrazione@gmail.com, indicando la propria intenzione di frequentare il corso e fornendo i seguenti dati: nome completo, numero di telefono.

La quota di iscrizione è di 488 euro lordi (400 euro più iva). Al momento dell’iscrizione sarà chiesto il versamento di un acconto (122 euro lordi, ovvero 100 più 22 di iva). Il saldo dovrà essere effettuato entro il 15 febbraio 2019.

In caso di non effettuazione del corso gli acconti saranno integralmente restituiti. In caso di mancata conferma dell’iscrizione l’acconto, salvo casi particolari, non sarà restituito.

Ulteriori informazioni su Bottega di narrazione.

Il docente

Demetrio Paolin è nato nel 1974, vive e lavora a Torino. Ha pubblicato il romanzo Il mio nome è Legione (Transeuropa 2009), i saggi Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana (vibrisselibri 2006, il Maestrale 2008) e Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria, 2014) e diversi studi critici su Primo Levi. Collabora con il “Corriere della Sera” e “Esquire”. Conforme alla gloria (Voland, 2016), il suo secondo romanzo, è stato finalista al Premio Strega.

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‘L’età bianca’ di Alessandro Moscè, recensione

‘L’età bianca’ (Avagliano Editore) di Alessandro Moscè

Recensione di Claudio Cesaroni

Amore, Destino, Memoria, Mito, Morte e Tempo: sono questi gli archetipi che sottendono il discorso emotivo, rappresentandone anche i nuclei di riflessione, che si articola nel romanzo “L’età bianca” di Alessandro Moscè, Avagliano Editore, Roma 2016.
L’autore riesce, mantenendo mirabilmente l’equilibrio tra autobiografia, saggio e romanzo, a strutturare i rapporti tra questi archetipi facendo risuonare sempre una nota elegiaca.
L’Amore che non può non essere destino, memoria, mito, morte e tempo, è il capo del filo che tesse la trama narrativa ed il punto centrale dell’ordito emotivo che dà respiro vitale a quella trama.

Tutto comincia dalla correlazione tra due degli archetipi sopra enunciati, la Memoria e l’Amore: Alessandro, l’autore-protagonista, ricorda Elena, o meglio quello che non visse con lei e che non le disse, ed è in questo vuoto che gonfia dolorosamente il cuore e che tormenta la memoria con il rimpianto, che il tempo, un altro degli archetipi, il tempo della vita del protagonista si sospende; in questa specie di incantesimo, dove la vita non scorre più, l’autore rinviene le condizioni più adatte per la nascita del Mito: mito nel senso etimologico, cioè racconto.

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Novilunio di Tiziano Broggiato

Tiziano Broggiato, NOVILUNIO (LietoColle)

Perfezionamento del destino. Batte nelle tempie questa espressione contenuta nella poesia Autoritratto, pubblicata in Preparazione alla pioggia, penultimo libro di Tiziano Broggiato: “ma confido tuttora nel perfezionamento/del destino […]”. Questo passaggio, giustamente rilevato da Daniele Piccini in una sua recensione, con Novilunio, ultima opera di poesia dell’autore vicentino, sembra confermarsi centrale, esattamente nel punto di irradiazione della sua poetica. Del resto stiamo parlando di un tema archetipico, consustanziale alla poesia di ogni tempo, risalendo fino alle origini, a Omero, passando attraverso l’indagine filosofica che ha tormentato e appassionato i più grandi pensatori, tra libertà e determinismo, dalla predestinazione, nelle sue varianti con Sant’Agostino e San Tommaso, alla libertà del volere di Alessandro di Afrodisia, al libero arbitrio, da Pelagio in poi.

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Dialettica e equilibrio: il ’68 di Cupo tempo gentile

Dialettica e equilibrio: il ’68 di Cupo tempo gentile

di Costantino Turchi

In Cupo tempo gentile Umberto Piersanti ricrea i suoi personali rapporti con il ’68 come vicenda storica vissuta nella forma di un romanzo del tutto peculiare. Il titolo è emblematico di una duplicità compresente o alternata su una stessa materia: nell’opera molti di questi rapporti sono esplicitati dalle vicende che coinvolgono Andrea Brenci, parziale alter ego dell’autore, e i membri del Movimento con cui egli interagisce; ma altri rapporti rimangono sottotraccia, insiti nella scrittura – e forse per questo più profondi, tanto da essere quasi occultati proprio dalla scrittura che li trasmette, nella grazia di uno stile che trascina il lettore all’interno della storia. Quest’ultima si svolge linearmente nel periodo che va dagli ultimi mesi del ’67 fino alle soglie dell’inverno del ’69: è il tempo della contestazione e della dialettica anche a Urbino dove Andrea è uno studente universitario di filologia moderna, urbinate, di 25 anni e alle prese con la tesi di laurea sul Montale di Le occasioni e La bufera e altro.

I.

Senza perdere Gozzano però, la poesia
doveva rimanere importante anche nel futuro

Di occasioni, bufera e altro è composto anche il libro nei suoi 52 brevi capitoli: il narratore introduce il protagonista nel primo, incorniciato dalla descrizione del vento della storia, all’inizio all’orizzonte, in chiusura dentro le aule, che porta con sé la tempesta durante una lezione su Gozzano. Tra gli studenti, a seguito dell’occupazione a Torino e delle notizie dalle altre università, serpeggiano progetti d’azione che ricollegano la provincia, immersa ancora nella natura, presente a chi sa osservarla, e lontana dalla modernità delle fabbriche, al corso della storia umana: le cose erano iniziate timidamente a cambiare nei costumi, ma ancora non era abbastanza.

Il vento veniva giù dalla pineta e si rompeva contro le immense vetrate dell’aula posta sopra il grande giardino che dicembre aveva spogliato d’ogni verde. Solo qualche minuscola palma estranea e livida dentro il freddo d’Appennino.
[…] Una folata di vento spalancò i vetri della finestra: lassù tra i pini correvano nuvole nere ed enormi. Dentro doveva esserci già la neve. E sotto, nel giardino, si piegavano i rami secchi delle rose, qualcuno spaccato volava via lontano e le palme, minuscole ed improbabili lì, sotto l’Appennino, si impuntavano dentro la terra per resistere al vento che strappava foglie e pezzi di corteccia squamata. Il Petrano, il Catria, tutti i monti cerchiati da quel nero: la tempesta s’avvicinava in quel tardo e freddo autunno del ’67.[1]

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Recensione de “Il mio cane del Klondike” di Romana Petri

Di Claudio Cesaroni

Cosa significa vivere buona parte della propria vita con un cuore “doppio”, con una duplice configurazione sentimentale della propria personalità: l’una canina e l’altra umana?

Lo racconta con un originale spunto narrativo nel suo romanzo “Il mio cane del Klondike”, Romana Petri, Neri Pozza Editore, 2017.

L’autrice compie, prima di tutto, un coraggioso affrancamento da tutta una serie di sottogeneri letterari deteriori: l’autobiografismo consunto che narra delle pretese, ed inautentiche, emozioni che un padrone trae dall’osservazione del proprio cane, il romanzo-manuale che antropomorfizza impropriamente il cane rendendolo una caricatura dell’uomo o il logoro modulo del romanzo fantastico che postula una figura di cane magico ed incantato che, però, ne offusca l’aura di animale mitico.

Nulla di tutto questo nel romanzo di Romana Petri: vi è, al contrario, una sperimentazione narrativa tutta nuova, quella che ci descrive l’impianto, metaforico, di un cuore di cane accanto ad un cuore umano; questo è l’unico, alto, rimando alla migliore tradizione letteraria: il “Cuore di cane” di Bulgakov.

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