Recensione di ‘Fortissimo’ di Matteo Bianchi

Innamorarsi rende liberi da ogni genere di pregiudizio.
E la poesia di Matteo Bianchi lo dice “fortissimo”
DI STEFANO SCANSANI

«Ho deciso, precisamente tre anni fa, che non avrei più usato nessuno. / Che fosse per piacere carnale, o ambizioni di carriera, / non ho più voluto ferire a tradimento / e continuo a tracciare la mia rotta senza spada». Matteo Bianchi, il poeta, dev’essere un tipo che si innamora spesso. E non si sa se – per lui – irrompa prima l’innamoramento e poi il verso, o viceversa, oppure se sia tutta un’invenzione; o meglio, una pulsione che nella realtà non c’è, ma è cercata, immaginata, costruita nell’intimo discorsivo e tribolato così prepotentemente da tornare vera. Serve una chiave per entrare in Fortissimo (Edizioni Minerva, 2019, pp. 96), il recinto poetico di Bianchi. È quella conchiusa e disponibile nel Diario di un amore in data 13 maggio, e sta in un verso limpido e conciso: «La maledizione innocente di chi mai si accontenterà della sua passione». Quella che espone la è la sua beata dannazione, che egli si va a cercare per mettere in dialogo i sentimenti. Sempre amorosi e amatori, come avvenuto nella raccolta precedente, in cui reclamava, dolorava e godeva di una promiscuità, di una condivisione, di un’assenza: La metà del letto(2015).

Preparo il bollitore
per il tè verde

«anche per me?
Se lo trovi – tra le bustine –
anche un uomo che mi ami».

L’equilibrio nostra infusione.

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Ponte di Jaroslaw Mikolajewski

Jaroslaw Mikolajewski (www.facebook.com/mikolajewski.jaroslaw)

Pubblichiamo il poemetto Ponte del poeta polacco Jaroslaw Mikolajewski, con la traduzione di Leonardo Masi.

JAROSŁAW MIKOŁAJEWSKI

PONTE 

nel 41° anniversario del ponte e della Polonia campione del mondo

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Antiche storie delle Cesane

Di Francesco Duranti

L’inverno

Le Cesane, Fossombrone (Foto di Galloramenu, CC BY-SA 3.0, Wikicommons)

Un altro ricordo che ho, sempre raccontato dalla Nonna Imelde, dallo Zio Celso e dalla Zia Maria, la madre di Umberto, è quello dell’inverno così spaventoso e terribile che la Cesana poteva riservare con le sue tormente di neve, tanto pericolose al punto che qualcuno, nella piana verso ‘Carbone’, vi morì e venne ritrovato dopo lo scioglimento delle nevi, avvolto tra il mantello, dove i suoi familiari posero una croce fatta di canne.
Un giorno il nonno Celeste era venuto in Urbino per vendere delle carni di maiale ai Signori Piccini giù per il Monte ed è ripartito che iniziava a nevicare.
Per la paura passò per i Trasanni risalendo da Castelboccione in modo da evitare l’altura e l’apertura ai quattro venti della Cesana.
L’inverno lungo e spaventoso in quei luoghi, era sempre motivo di aggregazione e ‘fratellanza’ se così vogliamo dire, si stava insieme, si socializzava e si lavorava molto meno perché, la stagione invernale, fermava ogni tipo di lavoro esterno e dopo aver sistemato le bestie e provveduto alla legna, si poteva stare benissimo in casa e socializzare con i familiari, i vicini e gli abitanti del luogo.
L’aspetto che trovo più suggestivo legato all’inverno e allo stare in casa, sono le veglie davanti al camino con i racconti degli anziani e di quelle storie che sconfinano tra sogno e realtà, tra mito e leggenda e che hanno caratterizzato la cultura contadina e di paese di intere generazioni.
Storie affascinanti di personaggi immensi, che comparivano all’improvviso, di ‘sprovingoli’, di rumori ignoti di anime e di morti che non trovavano pace, di folletti e di creature fantastiche che abitavano negli sperduti angoli di quella antica terra e di quelle case.
Dei miti, dei racconti, delle paure che nella notte si innalzavano e crescevano come l’ombra di un passante con la candela su una parete, racconti di meraviglia e fantasia che i bambini ascoltavano, spaventati e sorpresi, di quei nonni disegnati negli ovali appesi alle pareti.
Storie belle e assurde che hanno fatto la storia della nostra gente.

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Recensione di ‘Materiali’ di Lorenzo Marilotti

Lorenzo Marilotti, Materiali, affinità elettive, Ancona 2018

recensione di Maria Teresa Marcialis

Il libro di Lorenzo Marilotti è intitolato Materiali, un titolo insolito per un libro di poesie: le poesie, per tradizione e non solo, sono composizioni che non si qualificano e non si esauriscono nell’esposizione grezza di un “materiale”, questo materiale variamente elaborano, fino a farlo espressione di un significato quale che sia e a renderlo comunicativo.
Mi soffermerò subito sul titolo e sulla pregnanza dei suoi significati; preliminarmente però vorrei richiamare l’attenzione sull’azione del far poesia e sull’importanza che, indipendentemente dai risultati (che peraltro in questo libro sono interessanti), ha il dedicare il proprio tempo e il proprio lavoro alla scrittura poetica, al fare arte in senso lato. L’arte e, nella fattispecie, la scrittura poetica è non un giocare con le parole o un costringere un contenuto entro regole definite o un espandere incondizionatamente il proprio sentire; essa ha il proprio fondamento nel “guardare” la realtà, tutta la realtà: nel guardarla con gli occhi nuovi di chi la sottrae alla quotidianità del semplice “vedere”, la svincola dalla banalità, ne coglie in questo modo pieghe rimaste inavvertite allo sguardo “comune” e su queste la ricostruisce; in breve il fare arte è un momento di “sospensione” dal consueto, un distacco dall’ovvio, un considerare – o almeno un tentativo di considerare – la realtà starei per dire nella sua “essenza” se la parola non fosse troppo impegnativa, forse dai troppi o troppo pochi significati e pertanto in qualche modo ambigua.

Questo è tanto più importante quando a scrivere poesie è un giovane come Lorenzo Marilotti, il quale del resto ha già manifestato il proprio interesse per l’arte coniugando gli studi giuridici agli studi musicali e raggiungendo ottimi risultati nell’uno e nell’altro campo. Si potrebbe anzi dire che il suo essere poeta scaturisca dal suo essere musicista, e non solo – come si vedrà – per la preoccupazione di trasferire le strutture formali della musica nella poesia, ma soprattutto per la sensibilità nei confronti del “dire” per “dire”, cioè per un dire non strumentale ma colto nella sua autonomia di realtà autosignificante, e in quanto tale di realtà diversa, se non addirittura “altra” dalla realtà quotidiana.

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Poesie inedite di Eliza Macadan

Pubblichiamo alcune poesie inedite di Eliza Macadan.

 

Eliza Macadan

stai sulle mie mani e
nessun altra passione mi brucia
sei una nuvola
ed io orecchio alle profezie
impossibili da dire scrivere
o ricordare

***

scende di nuovo
un buio presto
e si mangia adagio
l’ultimo bocconcino
del giorno
sento nel dito il dolore
una puntura di ferri
di un inverno smarrito
nel fondo degli anni
il villaggio appena un ricordo
di nonna o vecchia
senza occhiali
lavora in fretta come
se fosse una gara
arrivare all’ultima maglia
del calzino di lana
ieri ne ho comprato
un paio da una contadina
nel cortile della cattedrale
e vedevo il suo caseggiato
bruciato dalle sigarette
che fumo ogni giorno
sono scesa di corsa
sulle scale sorte dalla terra mischiata
tra i preti che andavano alla mensa

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Poesie di Umberto Piersanti in tedesco

Pubblichiamo due poesie di Umberto Piesanti in tedesco, traduzione di Piero Salabè.

 

(Mi commuove il ragazzo immortale)

Es rührt mich der unsterbliche Junge
im hellen Januarlicht
wie leicht er wandelt, Göttern gleich,
das zarte Mädchen auf seinen Schultern.
Habe ihn sprechen gehört, mit lauter Stimme ,
zu den Jungen, die in ihren Mänteln und Jacken strahlten;

er schüttelt sich jetzt die langen Haare. in sein Lachen
hakt sich die Freundin ein, auf dem schmalen Weg.
Auch du kamst hinein verstohlen
zusammen mit den anderen, mit Worten und Taten
die schon Geschichte sind, wie das letzte Spiel.
Unbekannt das Ziel
und die Zeit, die dich überragt.

März 1973

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Dix poètes italiens contemporains

di Umberto Brunetti

Per Le bousquet-la barthe éditions è di recente uscita l’antologia Dix poètes italiens contemporains (pref. di Alessandro Agostinelli), in cui è presentata una selezione di liriche di Umberto Piersanti, Fabio Pusterla, Antonella Anedda, Franco Buffoni, Milo De Angelis, Alessandro Moscè, Tiziano Broggiato, Feliciano Paoli, Francesco Scarabicchi e Gian Mario Villalta. La traduzione francese è a cura di Bernard Vanel, già preceden­temente traduttore di poeti italiani come Roberto Veracini e Maurizio Cucchi, che opta per una resa molto fedele all’originale e attenta alle diverse scelte stilistiche degli autori. I dieci poeti, nati tutti tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, «più che una scuola compongono», come si legge in prefazione, «un mercato, una fiera di proposte individuali di grande efficacia evocativa» (p. 9). L’antologia vuole offrire quindi al lettore francese uno spaccato delle variegate esperienze poetiche di una generazione che si colloca a cavallo tra il secolo trascorso e i primi due decenni del Duemila.

Il poeta apri-fila della silloge è Umberto Piersanti, di cui sono proposte cinque liriche che fotografano la stagione più matura del suo percorso poetico. La cifra distintiva di questi versi è il canto di una perdita, quello della civiltà contadina delle Cesane, avvolta in un’aura leggendaria, perché conosciuta solo attraverso i racconti ascoltati nell’infanzia, come quello dello «sprovinglo», il diavolo cane-nero che saliva sul biroccio del bisnonno Madìo. Il senso di mancanza per quest’universo mitico è riassunto in due versi della lirica Di marzo: «Deserte sono adesso le Cesane / cessano le presenze o vanno altrove» (p. 22). L’incisività della paronomasia che lega i due endecasillabi è parzialmente recuperata nella traduzione francese attraverso l’espediente della rima interna: «Désertes sont à présent les Cesane / les gens n’y viennent plus ou vont ailleurs» (p. 23).

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Commento critico a “La terra originale” di Eleonora Rimolo

di Francesco Bertazzo

Non è mai semplice capire il mondo di un poeta specie se si tratta di una poetessa giovane come Eleonora Rimolo. Originaria di Salerno, nata nel 1991, si è dedicata allo studio delle lettere classiche e della filologia moderna. La sua formazione ci può aiutare a capire alcuni elementi della sua lirica ma tentare di penetrare il suo pensiero, la sua visione e la sua scrittura è compito più arduo. La terra originale è una raccolta di quaranta componimenti poetici divisi in due sezioni: Viaggi e La notte più lunga dell’anno. Già dai titoli possiamo intuire che la Rimolo vive la poesia come una ricerca, un modo di mediarsi con il mondo. Lo scorrere del tempo e la precarietà della vita terrena portano l’autrice a compiere un viaggio metaforico, di formazione, nel tentativo di trovare una salvezza dalla sofferenza esistenziale. Centrale diventa il dialogo tra l’io della scrittrice e il tu, destinatario delle sue domande, perplessità e richieste. La ricerca di una dimensione di intimità è centrale nella prima parte dei Viaggi dove il contatto con l’altro diventa un modo per superare l’umano tormento. “tu ti giri dall’altra parte, – io da quella opposta mi sogno – fuggitiva tra le risa isteriche – di chi balla tutta la notte – fino a cercarsi, proteggersi.” Lo sfondo di questo ininterrotto dialogo è la realtà contemporanea spesso dipinta fin troppo negativamente; un mondo di polveri sottili, di smog, di carcasse di gatti lasciate nella cenere.

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